Sulla Bielorussia l’ombra degli equilibri internazionali energetici

Dal 9 agosto scorso le città della Bielorussia sono attraversate quotidianamente da cortei e manifestazioni di protesta, all’indomani dei brogli elettorali che hanno visto Aleksander Lukashenko, l’autoritario presidente del paese da 26 anni, riconfermato con l’80% dei voti. Finora sono migliaia i manifestanti arrestati, secondo il centro per i diritti umani bielorusso Viasna sarebbero oltre 10.000 persone, e centinaia le violenze commesse dalla polizia contro la piazza, che chiede nuove elezioni e libertà per i prigionieri politici.

Il sostegno internazionale alle proteste popolari bielorusse

Ma a differenza della Bulgaria (per approfondire clicca qui), i bielorussi sono stati sostenuti fin dalle prime ore da molti paesi, che hanno stigmatizzato le elezioni taroccate e la repressione del dissenso. Polonia e Lituania, insieme a Lettonia ed Estonia, sono stati tra i primi a reagire, sanzionando il governo bielorusso, con successivo ritiro di ambasciatori e corpi diplomatici. Poi è stata la volta di Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Lettonia, Romania, Slovacchia che hanno richiamato temporaneamente gli ambasciatori dalla capitale bielorussa, Minsk. Il Regno Unito, invece, ha sanzionato Lukashenko, suo figlio e altri 6 funzionari governativi vietandone l’ingresso e congelandogli i beni, mentre l’Ue solo recentemente ha potuto dare seguito alle medesime sanzioni contro 40 persone  (tra cui Ministro degli Interni, alti esponenti della commissione elettorale e del servizio sicurezza OMON), pendenti da molte settimane perchè bloccate da Cipro, che attendeva a sua volta un accordo contro Ankara per le esplorazioni energetiche nel Mediterraneo, a cui si aggiunge l’accordo politico raggiunto da poco nel Consiglio Affari esteri UE, che estende le sanzioni anche a Lukashenko, chiudendo così anche gli ultimi canali di dialogo. Dissensi ufficiali sono giunti anche dagli Usa, che hanno sanzionato Lukashenko e 23 funzionari, e dal Canada. 

Le reazioni del governo di Lukashenko

Dal canto suo il governo bielorusso si è difeso richiamando i propri ambasciatori da Polonia e Lituania, che ha dato asilo a Svetlana Tikhanovskya, prima non eletta delle presidenziali con il 10% dei voti che rivendica la vittoria. Il governo bielorusso ha definito ingiusta la critica degli altri paesi, e ha tacciato l’UE di incapacità di creare relazioni con la Bielorussia da 29 anni, a cui ora rimedierebbe con le sanzioni.  

Intanto, nel tentativo di sbollentare il paese, recentemente Lukashenko a sorpresa si è incontrato per quasi 5 ore con 11 esponenti del Consiglio di coordinamento dell’opposizione, nel carcere di sicurezza di Minsk in cui sono rinchiusi. Tra questi, Viktor Babaryko, ex banchiere molto vicino al gigante energetico russo Gazprom e principale sfidante per la presidenza, fin quando non è stato incarcerato a luglio ed estromesso dalla corsa elettorale; Sergei Tikhanovsky famoso blogger di YouTube marito di Tatiana, e Vitali Snkliarov stratega bielorusso-statunitense, attivo anche negli Stati Uniti nella campagna presidenziale del senatore Sanders. Oggetto dell’incontro la riforma costituzionale, auspicata anche da Putin, per risolvere la crisi del Paese e le tensioni estere.

Le reazioni della leader di opposizione Tikhanovskya

La leader di opposizione Svetlana Tikhanovskya, che intanto ha chiesto al Parlamento francese, in collegamento audiovisivo, sostegno per la ricostruzione dell’economia e per l’avvio della transizione democratica in Bielorussia, dopo un incontro a Vilnius con Macron in visita nei paesi baltici, ha commentato che “Non si dialoga in una cella di prigione”, ma ha anche sottolineato che il gesto di Lukashenko è il risultato delle proteste, che lo hanno costretto a riconoscere i prigionieri politici precedentemente considerati criminali.

Le infrastrutture strategiche

L’insieme delle reazioni messe in moto dai fatti della Repubblica presidenziale di Bielorussia, evidenziano quanto questo paese sia importante negli equilibri internazionali. Sorto nel 1991 dalle ceneri della Unione Sovietica è un esteso territorio pianeggiante, abitato da non oltre 9,5 milioni di persone, situato tra l’Est e l’Ovest euroasiatico, senza sbocchi sul mare, ma chiuso tra Russia, Lettonia, Lituania, Polonia e Ucraina. Il suo punto di forza è l’attraversamento sul suo territorio di fondamentali infrastrutture, che lo rendono strategico per la sicurezza energetica europea e per il commercio Russia-UE. La Bielorussia, infatti, è lo snodo principale dell’oleodotto di Druzhba (amicizia in russo) il più lungo e una delle più grandi reti del mondo, realizzato durante la guerra fredda per rifornire i paesi in orbita ex Urss. Sul territorio bielorusso l’oleodotto dell’amicizia si biforca a nord in direzione Polonia e Germania e a sud in Ucraina, da dove con ulteriore ramificazione arriva in Slovacchia-Repubblica Ceca, e in Ungheria-Serbia-Croazia. L’anno scorso una contaminazione da cloruri del greggio del Druzhba provocò la sua chiusura momentanea oltre a ingenti danni agli impianti delle raffinerie, evidenziando la questione politica di un livello troppo alto di dipendenza dell’UE dall’olio russo.

Altra strategica infrastruttura che attraversa la Bielorussia è il gasdotto Yamal-Europe operato da Gazprom che dalla Siberia passa in Bielorussia e Polonia, da cui si collega alla Germania attraverso il gasdotto JAGAL. Operativo dal 1997 ha capacità di 33 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno e copre circa il 17% dell’intero export di gas russo in Europa.

Il pressing russo

Dunque la Bielorussia è al centro di molte pressioni contrastanti, provenienti innanzitutto dalla Russia, con la quale fino ad un certo punto ha avuto stretti rapporti di integrazione, rinforzati nel 1999 con la sottoscrizione di un trattato bilaterale sullo stato dell’unione per l’unificazione e il coordinamento della maggior parte delle politiche economiche e sociali. Ma una tale vicinanza ad un certo punto ha suscitato timori di Lukashenko per la sovranità del paese, portando ad incrinare i rapporti a partire dal 2014 quando la Bielorussia si rifiutò di sostenere l’annessione russa della Crimea. La Russia rispose muscolarmente, mostrandosi restìa a continuare a vendere petrolio alla Bielorussia a prezzi ridotti. Ma la lacerazione più grave dei loro rapporti è avvenuta nel 2019, quando la Russia per negoziare una più profonda integrazione politica attraverso il Trattato del 1999, ha fatto nuovamente leva sul prezzo di olio e gas, che ha portato al non rinnovo dei contratti nel 2020 ed alla sospensione delle consegne periodiche se non a prezzo di mercato. 

La Russia spinge sull’acceleratore perché vuole prevenire il ripetersi di scenari ucraini con governi filo-occidentali, soprattutto in Bielorussia, paese essenziale per mantenere l’apertura verso i paesi baltici e proteggere la maggior parte delle sue entrate, derivanti dall’export olio e gas. 

il tentativo bielorusso di diversificare

Intanto per l’approvvigionamento energetico Lukashenko ha guardato a nuove partnership con Norvegia, Azerbaigian e Arabia Saudita, mentre Pompeo a febbraio dichiarava la volontà statunitense di fornire il 100% del fabbisogno di petrolio alla Bielorussia. 

Gli osservatori dicono che la Russia farà di tutto perché la Bielorussia non esca dalla sua sfera di influenza, e se finora ha sostenuto il governo di Lukashenko con la concessione un mese fa di un prestito di 1,5 mld di dollari per interventi di risanamento economico e lotti del vaccino anticovid russo Sputinik V che dovrebbe essere pronto ne prossimi mesi, in uno storico incontro di riappacificazione a Sochi,  ed ha concentrato forze militari al confine pronte ad intervenire in caso di degenerazione della situazione, ora potrebbe cambiare orientamento per evitare che le proteste che finora non lo sono state, diventino anche antirusse. 

Il peso dell’Europa

L’Europa invece sarebbe ben lieta di un governo democratico, che allenti la presa russa e indirettamente l’influenza che esercita sull’Europa.

Si delineano alleanze di sostegno alla transizione bielorussa, e cominciare dalla lettera aperta dei presidenti di Lituania, Polonia e Romania rivolta al popolo bielorusso, di appoggio “nella costruzione di un percorso democratico, attraverso una leadership statale democraticamente eletta, una società civile libera, un’economia di mercato  e lo stato di diritto”, con l’impegno di assisterlo per facilitare gli scambi con l’Ue e nei negoziati per l’ingresso del paese nel Wto.

L’Iran

Ma la Bielorussia di Lukashenko per emanciparsi dalla forte dipendenza energetica dalla Russia, guarda anche verso l’Asia. È membro dell’EAEU, Unione Economica Euroasiatica, organizzazione internazionale per l’integrazione economica regionale tra Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Russia, e si è attivata per avvicinarvi l’Iran. A dicembre 2019, in Corea del Sud a margine di un evento dell’organizzazione mondiale delle dogane, Iran e Bielorussia hanno firmato un accordo doganale di facilitazione commerciale e recentemente a Minsk l’ambasciatore iraniano e il Ministro dell’energia bielorusso hanno discusso di espansione della cooperazione bilaterale per elettricità e gas e sarebbe ben vista l’avvio in Bielorussia di progetti elettrici con l’iraniana Mapna.

La centrale elettronucleare

Intanto, entro novembre la Bielorussia dovrebbe produrre la prima energia elettrica dalla Centrale nucleare BelNPP (Belarusian Nuclear Power Plant) di Astravyets, che sostituirà circa 4,5 miliardi di m cubi di gas all’anno. Su questo la Lituania ha avviato l’iter di richiesta di informazione sulla attività dell’impianto alla autorità di regolamentazione bielorussa e la procedura di richiesta a Bruxelles di garanzia che l’impianto nucleare non sia operativo finchè non saranno attuate tutte le raccomandazioni dello stress test e non superi tutti i problemi di sicurezza. In tutti i casi, gli stati baltici hanno deciso di bloccare l’ingresso nel mercato dell’energia prodotta da questo impianto.

Intanto, il paese è in grave deterioramento economico.

Giovanna Visco

Foto di copertina di  Vasily Fedosenko 

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