L’Ucraina e gli equilibri del Mar Nero

Il recente attivismo nel campo della difesa del Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelenskyj, eletto nello aprile 2019, sta rimarcando la forte impronta geopolitica antirussa dei paesi del Mar Nero, che, eccetto naturalmente lo Stato più grande del mondo, la Federazione Russa, sono paesi NATO (Romania, Bulgaria, Turchia) o comunque sotto la sua sfera di influenza (Ucraina e Georgia). A inizio 2020 la NATO ha riconosciuto l’Ucraina paese partner, ed alcuni analisti ucraini sostengono l’emergere di una alleanza di difesa tra Ucraina, Azerbaigian, Regno Unito, Turchia e Polonia, che se consolidata potrebbe portare a grandi mutamenti negli scenari geopolitici dei prossimi decenni.

Un rapporto della statunitense RAND Corporation avverte che “la regione del Mar Nero è un centro di competizione tra Russia e Occidente per il futuro dell’Europa”, un avvertimento confermato da molti fatti, a partire dalla vicinanza sempre più stretta tra Ucraina e Turchia.

Gli accordi turco-ucraini

Già durante la visita del premier turco Recep Tayyip Erdogan a Kiev a febbraio 2020, questi due paesi stabilirono aiuti militari all’Ucraina per circa 26 milioni di dollari e l’obiettivo di raddoppiare il commercio bilaterale turco-ucraino dai 5 miliardi del 2019 a 10 e poi ai 20 miliardi di dollari entro 2023, supportato con l’impegno di concludere entro questo anno i negoziati di libero scambio, aperti nel 2012. 

A inizio ottobre, invece, la visita di scambio di Volodymyr Zelenskyj ad Erdogan, avvenuta ad Istanbul,  ha aggiunto altri due rilevanti tasselli: l’accordo quadro militare tra il Ministero della Difesa ucraino e l’Agenzia statale per le industrie della Difesa della Turchia, che prevede una cooperazione bilaterale e una condivisione di intelligence, ed il memorandum  di “buona volontà” per una collaborazione di lungo termine finalizzata alla creazione di progetti congiunti di difesa, che includono anche la marina militare. Anche se i dettagli di questi accordi non sono stati resi noti, essi comporteranno un trasferimento di tecnologia reciproco su larga scala. 

Con Zelenskyj, che all’indomani della sua elezione già trascorreva una vacanza di 1 settimana in Turchia, i rapporti tra i due paesi si sono ulteriormente consolidati, approfondendo relazioni precedenti che avevano traguardato la fornitura di motori per missili del valore di 600 milioni di dollari dell’Ucraina alla Turchia, e quella di 6 droni da ricognizione e da attacco Bayraktar TB2, prodotti dal magnate turco Baykar Makina, con opzione di acquisto di altri 6, e 3 sistemi di stazioni di controllo a terra  del valore di circa 70 milioni di dollari, veduti dalla Turchia all’Ucraina. Tali droni hanno superato il test di accettazione nel novembre 2019 e ora sono allo studio per verificarne la resistenza in condizioni climatiche più severe, dal cui esito dipenderà un ordine o una realizzazione congiunta di altre 48 unità, come riportato da più fonti. 

La Turchia nel settore dronico vanta una delle tecnologie più avanzate al mondo, dopo Cina, Israele e Usa, determinante, tra il 2012 e il 2019, ad averle fatto raddoppiare il valore delle sue esportazioni militari, passate a 2,5 miliardi di dollari. 

Tuttavia, non ha il medesimo know how nella missilistica e nei motori aeronautici, dove invece l’Ucraina è avanzata sin dai tempi dell’ex Unione Sovietica, quando era il suo principale centro di ricerca e produzione. Il colosso ucraino di difesa Ukroboronprom attraverso la sua sussidiaria SE Ivchenko-Progress progetta e produce motori che alimentano 66 tipi di aeromobili in oltre 100 paesi ed il recente accordo turco-ucraino lascia intravvedere la possibilità di una localizzazione produttiva dronica in Ucraina.

Nell’incontro di Istanbul, Erdogan ha definito l’Ucraina un alleato sempre più significativo, “paese chiave per la creazione di stabilità, sicurezza, pace e prosperità nella regione” ed illegale l’annessione tramite referendum della Crimea del 2014, condannata anche dalle Nazioni Unite nel 2017, compiuta dalla Russia a seguito delle rivolte filo occidentali della popolazione che diedero vita nel paese ad un nuovo governo. L’attenzione di Erdogan verso la Crimea è rivolta in particolare ai circa 260.000  tartari di Crimea che vivono nella penisola, musulmani sunnuti e con forti legami culturali con i turchi risalenti all’impero ottomano, da cui furono separati nel 1783 con l’annessione della Crimea alla Russia, da cui si originò la tragica diaspora tartara. Populisticamente, Erdogan ha incalzato dicendo che “la Turchia non ignora i suoi parenti in Tracia occidentale, Cipro, Crimea e altrove”, come riporta wsws.org.

Il problema energetico turco

Il potenziamento dell’armamento turco influenza la politica estera del paese, militarmente molto attivo in Siria, Libia e nell’enclave Nagorno-Karabakh, paesi energeticamente molto rilevanti, proprio in contrapposizione alla Russia. Sta conducendo una politica antirussa silentemente coerente alle spinte degli Stati Uniti e della NATO, di cui è membro. A pesare, una enorme dipendenza energetica dalla Federazione russa, che oltre a realizzare profitti enormi soprattutto dall’avvento di Putin, usa gas e greggio per sottomettere ed egemonizzare i paesi acquirenti, che spiega la conduzione delle esplorazioni turche sui fondali del Mediterraneo Orientale, nonostante le opposizioni di Grecia, Cipro ed Egitto, paese che peraltro ha svolto la sua prima esercitazione navale militare nel Mar Nero, chiamata “Ponte dell’amicizia 2020”, proprio insieme alla Russia.  

La Turchia acquista quasi tutta l’intera quota del suo fabbisogno annuo di 40-50 mld di metri cubi gas dai mercati esteri: nel 2019 ha importato circa 49 miliardi di metri cubi di gas naturale e dai dati EMRA, Authority turca dell’energia, risulta che paga ogni anno mediamente 12-13 miliardi di dollari per le importazioni di gas.

Storicamente la Russia è il suo principale fornitore, attraverso il recente gasdotto TurkStream che da gennaio 2020 dalla Russia via Mar Nero arriva in Turchia rifornendo anche la Bulgaria, ed il gasdotto Blue Stream, joint venture Gazprom-Eni, costruito per diversificare le forniture Russia-Turchia, che risulterebbe chiuso nella primavera scorsa per il ridotto consumo di gas russo della Turchia. 

Nel 2020 la più grande raffineria turca, STAR, ha ridotto drasticamente gli acquisti dalla Russia a favore degli import di greggio dall’Iraq e dalla Norvegia, mentre cominciano a farsi sentire gli effetti delle forniture di gas naturale dell’Azergbaigian. Nei primi 6 mesi dell’anno il gas russo ha segnato oltre il 40% in meno rispetto allo stesso periodo 2019, mentre quello dell’Azerbaigian è salito di oltre il 23% trainato dal gasdotto TANAP, Trans-Anatolian Natural Gas  Pipeline, parte integrante del mega progetto Southern Gas Corridor (SGC), che dal campo offshore azero di Shah Deviz nel Mar Caspio attraversa la Georgia, arriva in Turchia e prosegue in Grecia, Albania e Italia (Puglia), con possibili diramazioni verso Bulgaria, Macedonia del Nord, Serbia e Ungheria. Infine, per garantire la sua sicurezza energetica, la Turchia acquista gas anche dall’Iran, con il quale ha un contratto fino al 2026.

Tuttavia, le vaste riserve di gas naturale scoperte dalla Turchia nel Mar Nero, che prevede di sfruttare con l’avviamento del primo pozzo a partire dal 2023, potrebbero cambiare gli equilibri geopolitici, riducendo ulteriormente l’import dalla Russia e portando ad una sottoutilizzazione del SGC.  

L’Ucraina e la Russia

Per l’Ucraina, che ospita uno dei più grandi sistemi di trasporto del gas al mondo, di proprietà del governo ucraino e collegato a Russia e Bielorussia verso l’Europa, è decisivo sedimentare nel Mar Nero rapporti di forza sfavorevoli alla Russia, che oltre ad averle sottratto la Crimea, analogamente a quanto fa in Georgia, appoggia i separatisti ucraini della regione orientale ucraina del Donbass. Ne è insorta una dolorosa guerra, con l’autoproclamazione di due repubbliche indipendenti dalla Stato sovrano ucraino, la Repubblica opolare di Doneck e la Repubblica popolare di Lugansk,, costata oltre 14.000 morti, 1,4 milioni di sfollati e 5,5 milioni di poveri, da dicembre 2019 in fase di trattativa tra Ucraina e Russia, mediata da Francia e Germania. 

Intanto, a settembre scorso si è svolta l’ennesima esercitazione militare Nato nelle acque del Mar Nero, con la novità che i militari di Usa e  Gran Bretagna con consiglieri tedeschi, polacchi e lituani hanno condotto le esercitazioni militari congiuntamente all’Ucraina.

i recenti accordi ucraini con i paesi europei

Il 7-8 ottobre a Londra Zelenskyj, accompagnato dal Ministro della difesa, Andrey Taran, ha sottoscritto con il Segretario di Stato della Difesa della Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Ben Wallace, un memorandum per il rafforzamento della cooperazione in ambito militare e tecnico-militare. A seguire, Zelensky e Boris Jhonson hanno firmato un accordo di cooperazione politica, di libero scambio  e di partenariato strategico tra i due paesi.

Il 12 ottobre, invece, durante un incontro a Kiev con il Presidente polacco Andrej Duda,  paese con il quale esistono consolidati rapporti transfrontalieri e che ha spinto nel 2017 l’estensione del regime Schengen UE ai cittadini ucraini dotati di passaporto biometrico, l’Ucraina ha ufficializzato l’intensificazione della cooperazione con la Three Sea Iniziative anche nel settore energetico, finalizzata all’indipendenza energetica regionale ed europea. 

La regione si infittisce di alleanze militari, che in tempo di transizione energetica, in cui il gas ha un ruolo decisivo per la sicurezza intanto che si procede verso la totale de-carbonizzazione, aprono inquietanti allarmi sulla stabilità futura del Mediterraneo.

Giovanna Visco

Foto di copertina: Volodymyr Zelenskyj

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