Libia baricentro dei rapporti di forza atlantico-mediterranei

L’ONU lo ha definito un risultato storico, e formalmente l’auspicio è che il 23 ottobre diventi data di svolta da ascrivere nella storia: è l’accordo immediato e permanente firmato a Ginevra sul cessate il fuoco in tutte le aree della Libia. 

Il paese con la più grande riserva di greggio pregiato dell’Africa è in guerra fratricida, dal 2014 condotta da due governi rivali divisi dall’islamismo di Alba Libica e dal tentativo dell’Isis di egemonizzare il traffico petrolifero libico: uno scontro violento e drammatico innescatosi con la rivolta sostenuta dalla Nato e guidata dalla Francia, che portò alla destituzione e all’uccisione del generale Muammar Gheddafi nel 2011. Ne  è insorta una guerra lacerante, disputata tra fazioni locali per la distribuzione dei proventi petroliferi, dominata da milizie mercenarie imbottite di armi, soggetta a bombardamenti e forze speciali nella regione petrolifera della Sirte occupata dall’Isis, polarizzata tra due amministrazioni, Tripoli e Tobruch.  Sul campo molti attori stranieri, che si stanno contendendo con ogni mezzo l’egemonia energetica, ed il posizionamento strategico sul Mediterraneo. 

Russia e Turchia

La scena internazionale in Libia nell’ultimo anno è stata condizionata soprattutto da Russia e Turchia.  La Russia che, in appoggio di Tobruch, ha trasferito dalla Siria unità del gruppo mercenario Wagner, ufficialmente indipendente ma di fatto sottoposto alla volontà di Putin, con grande avversione degli Stati Uniti, autori dei bombardamenti in Sirte per liberarla dall’Isis nel 2016. La Turchia, invece, ha dato sostegno militare e inviato mercenari siriani al governo di Tripoli, e tentato di avviare progetti tra cui l’istituzione di basi navali turche a Misurata, Tripoli e Khumsa, ma soprattutto ha stretto con Tripoli un accordo Zee (Zone Economica Esclusiva) di gestione delle risorse naturali marine a fine 2019, provocando un accordo Zee contrapposto Egitto-Grecia. 

Turchia – Grecia e Cipro sono in duro conflitto diplomatico, da quando sono iniziate le esplorazioni marine turche nelle strette acque dell’Egeo e  Atene e Cipro stanno chiedendo con veemenza, anche attraverso il PPE, un forte intervento di sanzioni dell’Unione Europea contro la Turchia.

Germania

La Germania, che ha stretti rapporti commerciali con la Turchia e diversi milioni di turchi in pancia, sta invece attivamente mediando la complessa e difficile situazione per il dialogo, invocato anche dall’Italia, dando un contributo importante anche al processo che ha portato all’accordo libico, salutato come raggio di speranza e passaggio da una logica militare ad una politica. 

Francia

In questo scacchiere, la Francia manovra dietro l’Egitto, che è sempre più armato ed in novembre farà esercitazioni militari con la Russia nel Mar Nero, in una operazione dal nome, che suona sarcastico, “Ponte dell’Amicizia”. Il Ministro degli Esteri francese Jaen-Yves Le Drian, in una recente intervista a Le Parisien, ha sottolineato che il  ripristino della pace in Libia passa per un cessate il fuoco, per la ripresa del commercio petrolifero e per un processo politico verso le elezioni, che richiede l’interruzione del processo di sirianizzazione del conflitto, attraverso il dialogo con tutti i diretti interessati. Tuttavia tutto questo sarebbe ostacolato dall’intervento straniero che porta combattenti siriani ai due schieramenti opposti, con implicito ma chiaro riferimento a Russia e Turchia. 

C’è dunque una situazione inquieta, con gli Stati Uniti che rifiutano la presenza russa in Libia e ignorano le richieste di dialogo di Mosca, e con la Francia che rifiuta la Turchia in Libia e nel Mediterraneo. 

La Turchia ha stretti rapporti con Tripoli i cui rappresentanti frequentemente sono volati ad Ankara e non ha mai smesso il ponte aereo di armi e milizie, secondo il sito web specializzato in monitoraggio dei movimenti aerei militari Itamilradar, come riporta il giornale tunisino UNW. 

L’urgenza dell’accordo del cessate il fuoco

La discesa in campo di Russia e Turchia in Libia appare quindi come il vero acceleratore della diplomazia internazionale, rendendo urgente l’accordo  tra le due parti libiche in guerra, quale scelta obbligata per bloccare l’influenza e le interferenze in Libia e nel Mediterraneo soprattutto della Turchia, bellicamente attiva anche sul lato asiatico in Siria e in Nagorno-Karabakh.

Anche il governo greco, interessato a respingere la Turchia, ha invitato le parti ad attuare l’accordo di Ginevra, che è stato mediato dalla Rappresentante speciale ad interim del Segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Stephanie Williams, cha ha riunito una Commissione militare mista 5+5, formata da rappresentanti del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli stanziato nell’ovest del paese, riconosciuto a livello internazionale e guidato Fayez al-Seraj, e da rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), stanziato nell’est del paese guidato dal comandante militare antislamista Khalifa Haftar. Ora il confronto tra le parti proseguirà in un Forum in Tunisia a novembre, con l’obiettivo di generare consenso su un quadro di governance unificato e accordi per elezioni nazionali. 

I mercenari

Nel mezzo dell’accordo la postilla fondamentale di abbandono del paese entro tre mesi da parte dei gruppi militari mercenari e dei combattenti di aria, terra e mare che formano un esercito fuori controllo, che spadroneggia nei territori ed ostacola il processo di pace, ben armato e in parte fortemente legato all’islamismo. In maggioranza sono mercenari siriani, schierati da Russia e Turchia sui lati opposti del conflitto, che man mano che lasceranno la Libia, una nuova forza di polizia congiunta metterà in sicurezza le aree così liberate.

L’Iter dell’accordo

Sebbene con questo accordo l’Onu abbia ristabilito il suo ruolo di mediatore privilegiato, e rafforzata la sua posizione di esortazione alle parti straniere di smettere di interferire in Libia e di condanna della violazione dell’embargo sulle armi, al suo esito si è giunti con una serie di passaggi, iniziati con  

il respingimento di Tripoli di un attacco alla capitale da parte dell’esercito d Haftar a giugno scorso, che ha portato alla stabilizzazione dei  due fronti a ovest della città Sirte e allo sblocco dopo 8 mesi dell’operatività di molti campi di produzione e porti, il cui fermo stava strozzando entrambi i contendenti. 

Da lì una fitta agenda di incontri, tra cui  quelli di settembre anticipatori del cessate il fuoco e poi il passaggio decisivo l’11-13 ottobre, con gli incontri organizzati dall’Egitto al Cairo in coordinamento con la Francia, tra i membri della Camera dei Rappresentanti di Tobruk e l’Alto  Consiglio di Stato  di Tripoli,  su questioni costituzionali e di referendum, mediati dal capo  dell’intelligence egiziana, e seguiti da colloqui militari e di sicurezza mediati dalle Nazioni Unite sempre in Egitto ad Hurghada. 

Contro la polarizzazione, in segno di distensione il capodelegazione del GNA, Alì Abushahma, ha lanciato l’appello a tutta la Libia di “essere una sola mano” riporta Al Jazeera, mentre il capodelegazione di Haftar si è impegnato pubblicamente ad attuare quanto concordato.

La lacerazione della Libia, che vede la popolazione civile profuga, disperata e vittima, è rispecchiata nella polarizzazione dei sostegni militari internazionali alle parti, con buon protagonismo anche di Emirati Arabi Uniti e Qatar, ma che comunque ha visto tutti uniti nel tenere fuori dai combattimenti le aree dei principali terminali di esportazione dell’olio libico.

Le riaperture

A suggellare concretamente l’accordo, l’effettuazione del primo volo passeggeri commerciale, che dopo più di un anno ha potuto attraversare il fronte da Tripoli per Bengasi, mentre il National Oil Corp (NOC) ha revocato il blocco delle esportazioni applicato per forza maggiore ai porti petroliferi di Ras Lanuf e di As Sidr, liberati dalle milizie straniere, prevedendo di raggiungere 800.000 barili al giorno entro 2 settimane e 1 milione entro. 

Una strada ancora lunga e tortuosa

Tuttavia, anche se le parti abbiano deciso di tornare ai propri campi, la strada per la pace resta ancora lunga e difficile a partire dall’applicazione del cessate il fuoco, dato il mosaico delle militare presente in Libia. 

Recep Tayyip Erdogan  ha commentato l’accordo con un certo scetticismo mitigato con la speranza che le parti lo mantengano. Sarà il tempo a dimostrarne la tenuta. 

Anche il Middle East Institute ha espresso perplessità per non aver affrontato le questioni cruciali  dei ministeri del governo e delle entrate del petrolio, mentre un analista libico, Tarek Megerisi, citato da Voa, sottolinea che non sono emersi elementi  tali da differenziare l’accordo da semplici atteggiamenti e posizioni.

L’Unione Europea ha esortato all’attuazione dell’accordo, sottolineando l’importanza del cessate il fuoco per la ripresa del dialogo politico.

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