Il gas russo e l’Europa

Il cambiamento climatico e la necessità di controllare il riscaldamento globale sono due elementi di grande complessità, che pongono l’urgenza immediata di mutare il registro energetico mondiale, a partire da quello dei paesi maggiormente industrializzati. Nel processo di transizione energetica in atto, il gas naturale è un combustibile strategico, che può rapidamente sostituire gli altri carburanti fossili molto più impattanti, carbone e petrolio, senza fermare le attività economiche, intanto che le fonti rinnovabili e altri combustibili alternativi raggiungano sicurezza e capacità necessarie ai sistemi economici e sociali contemporanei.

La Germania entro il 2038 chiuderà tutte le centrali elettriche alimentate a carbone, sviluppando un processo di transizione con vasto impiego delle turbine a gas, preparandosi ad azzerare le sue emissioni di gas serra entro il 2050, in linea con il Green Deal europeo.

In tale cornice, dopo anni di disputa, giunge la recente intesa tra Berlino e Washington, per il completamento e l’entrata in funzione del gasdotto Nord Stream 2 (NS2). Si tratta del raddoppio di quello già operativo dal 2018, il Nord Stream 1, nato da un accordo tra Federazione Russa, Germania e Francia nel 2011 e che fa capo all’omonima società con sede a Zugo, in Svizzera, formata per il 51% della russa Gazprom, per il 15,5% ciascuna dalle tedesche Wintershall (controllata di BASF) e Ruhgas del gruppo E.ON, e per il 9% ciascuna dalla olandese Gasunie e dalla francese Engie. Il Nord Stream fa parte della rete europea dell’energia Ten-E, costituita da 9 corridoi prioritari e 3 aree tematiche per il collegamento delle infrastrutture energetiche e la diversificazione delle forniture dei paesi membri.

Il NS2, progetto da 11 miliardi di dollari capace di trasportare di 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno, fa capo a un consorzio che ha finanziato il 50% dell’opera, formato da Gazprom e 5 società europee: le tedesche Uniper e Wintershall-Dea, l’olandese Royal Dutch Shell, l’austriaca OMV e la francese Engie. Nella conduttura fluirà gas estratto da uno dei più grandi giacimenti russi: partirà da Vyborg per poi tuffarsi nelle profondità del Mar Baltico, riemergendo a Greifswald, in Germania, da dove sarà pompato nelle reti UE.

La nave posacavi russa Fortuna è già entrata nelle acque tedesche, e sta completando la manciata di chilometri che permetteranno al gasdotto offshore più lungo del mondo (1230 km) di diventare operativo entro questo anno.

Lo scontro tra esigenze diverse, alla fine ha messo in secondo piano sia l’ostilità di Washington, guidata da ben due presidenti statunitensi di opposti schieramenti politici, Obama e Trump, che hanno tentato di affossare il progetto anche mediante sanzioni; e sia la ferma avversione dei paesi baltici, guidata da Ucraina e Polonia, che vuole scongiurare la possibilità di doversi rifornire di gas dalla Germania a un prezzo più elevato di quello che le arriva attraverso l’Ucraina. Tra le obiezioni principali al progetto, il pericolo che il Nord Stream 2 si riveli un potente strumento di ricatto energetico, mettendo l’Europa alla mercè della Federazione Russa. Rappresenterebbe una minaccia alla stabilità Nato e un indebolimento dell’Ucraina, per l’opportunità fornita alla Russia di tagliare i flussi ucraini senza intaccare l’export verso l’Europa occidentale, privando l’Ucraina, attraversata dalle infrastrutture di 4 rotte energetiche internazionali, di consistenti introiti sui diritti di transito. Sullo sfondo di queste argomentazioni, i tentativi delle lobbie statunitensi di esportare in Europa il loro GNL, più costoso del gas russo, dando lo scenario della contesa commerciale miliardaria per la conquista del mercato europeo dell’oro blu.

L’esito del braccio di ferro alla fine ha dato ragione alla costante irremovibilità della Germania nel portare a termine l’infrastruttura, che ha costretto gli Stati Uniti ad un compromesso per salvaguardare la loro priorità politica di isolare la Cina: raffreddare il fronte orientale europeo, evitare l’inimicizia con la Germania, rafforzare un patto di non belligeranza con la Russia, sono tutti elementi necessari a tale politica. L’intesa apre la strada a nuovi investimenti e, allo stesso tempo, blocca un possibile avvicinamento politico, oltre che economico, Germania-Russia, risanando i rapporti transatlantici. Essa può anche essere vista come segnale di indipendenza della Germania e della UE sia dalla Russia che dagli Usa, una considerazione questa che rinfocola i timori polacchi e ucraini, mai usciti dalla logica della guerra fredda, su una possibile disarticolazione transatlantica.

Già a maggio scorso si erano evidenziati i primi segnali di distensione, con la decisione di Biden di non procedere con alcune sanzioni, seguiti dall’incontro a Ginevra tra Putin e Biden e dall’incontro alla Casa Bianca tra Biden e Merkel; poi a luglio la quadra, che ha scongiurato la minaccia delle sanzioni contro l’oleodotto e i suoi operatori. L’intesa Germania-Washington sul Nord Stream 2 ha come oggetto principale l’Ucraina, un paese con molti problemi di corruzione che aspira ad entrare nella Nato e in UE, alle prese con l’occupazione della Crimea da parte della Federazione Russa, che sta sostenendo anche i ribelli del Donbass, dopo che il paese è fuoriuscito dalla sua area di influenza.

La Germania creerà e gestirà un fondo di 1 miliardo di dollari per lo sviluppo di tecnologie verdi in Ucraina, con un investimento iniziale di 175 milioni di euro, per emanciparla dalla dipendenza dal gas russo. Inoltre, sono stati previsti 70 milioni di dollari per la messa in sicurezza di parte del gasdotto russo-ucraino. Data l’incertezza sui flussi futuri, finora non c’è una stima unanime sui costi di modernizzazione delle reti e delle stazioni di compressione ucraine; tuttavia, riporta la testata Politico, l’operatore ucraino del sistema di trasmissione del gas, GTSOU, investirà 1 miliardo di euro per garantire un transito affidabile per i prossimi 10 anni.

Il medesimo arco temporale è richiamato anche nell’accordo bilaterale, con l’impegno tedesco di negoziare con la Russia l’estensione di 10 anni del patto energetico russo-ucraino in scadenza nel 2024. Congiuntamente, Usa-Germania si faranno garanti dei pagamenti annuali versati da Mosca a Kiev per il transito del gas diretto in Europa, che nel 2020, anno di forte calo dell’export, sono ammontati a 2,1 miliardi di dollari.

Infine, Berlino si è impegnata a fare pressione sull’UE per misure contro la Russia, qualora dovesse usare l’arma energetica per aggredire l’Ucraina. Questo punto è stato il risultato di una mediazione dopo il rifiuto della Germania di inserire una clausola di kill switch, richiesta dagli Usa, che l’avrebbe impegnata a chiudere i rubinetti del Nord Stream 2 in caso di azioni russe dannose ai paesi limitrofi o ai capitali occidentali.

Al di là di qualsiasi valutazione, allo stato attuale resta il dato incontrovertibile che l’apporto di gas naturale russo è necessario alla transizione energetica europea, come quello algerino e azero, e come quello di altri paesi che arriva via nave, intanto che lo sviluppo tecnologico e infrastrutturale delle fonti alternative riesca a garantire la copertura dell’enorme fabbisogno di impianti produttivi, trasporti e famiglie.

Nell’anno apice della pandemia, il 2020, la Russia ha esportato in Europa 400 miliardi di metri cubi di oro blu. Nel primo semestre 2021, invece, come diffuso dalla TASS, Gazprom ha sfiorato il suo record semestrale raggiunto nel 2018. La produzione/esportazione del gigante moscovita ha registrato un incremento del 24%, equivalente a oltre 42 mld di metri cubi, totalizzando oltre 107 miliardi di metri cubi. Più nel dettaglio, Gazprom ha pompato in Germania circa 30 miliardi di metri cubi di gas (+ 43%), in Italia 1,4 miliardi (+14%), in Turchia, che ha triplicato la domanda, 14,6 miliardi, in Cina, attraverso il gasdotto Forza della Siberia, oltre 4,6 miliardi.

Ciononostante, Biden ha definito il Nord Stream 2 un pessimo affare, mentre il Congresso degli Stati Uniti, in modo bipartisan, continua a ritenerlo una pericolosa arma in mano russa, analogamente a Ucraina e Polonia, escluse dalla trattativa. Il presidente ucraino, Zelensky, in visita ufficiale negli Usa, ha già dichiarato che solleverà la questione nel suo incontro con Biden.

Intanto, a margine della visita ufficiale di fine mandato della cancelliera Angela Merkel a Mosca, qualche giorno fa, Putin ha dichiarato che la Germania è uno dei principali partner della Russia, mentre la cancelliera ha definito necessario il dialogo con la Russia, nonostante le distanze. Putin si è detto preoccupato del rifiuto ucraino di attuare gli accordi di Minsk sul Donbass, chiedendo alla Merkel di fare pressione sulla Ucraina, che ha risposto sottolineando l’importanza di tenere in vita i negoziati per la pace. Merkel ha anche esortato Putin ad estendere temporalmente il Patto con l’Ucraina per il transito del gas. Riguardo il Nord Stream 2, Putin ha definito fuorviante la sua equiparazione a progetto politico: il gasdotto è più corto di circa 2.000 km rispetto a quello passante per l’Ucraina, e riduce di 5 volte le emissioni nell’atmosfera durante il transito degli idrocarburi. Ha anche aggiunto che la Russia è pronta a far transitare gas attraverso l’Ucraina dopo il 2024, ma subordinatamente alle richieste di acquisto che giungeranno dall’Europa.

Ma i problemi per il gasdotto Nord Stream 2 non sono finiti. Gli operatori del progetto hanno aperto nel 2020 una disputa legale presso l’Alta Corte Regionale di Dusseldorf, dopo che si sono visti negare dal regolatore energetico tedesco, Bundesnetzagentur, un’esenzione che gli avevano richiesto, in conseguenza delle modifiche antitrust alla Direttiva europea sul gas apportate nel 2019. In base alle nuove regole, il Nord Stream 2 sarebbe costretto a mettere all’asta metà della sua capacità e cedere la gestione quotidiana delle sue operazioni a una terza parte indipendente, per l’obbligo di scorporare tra loro produzione, trasporto e distribuzione del gas in UE. Con questa misura la Commissione Europea intende proteggere la concorrenza e l’accesso all’infrastruttura, ma di fatto crea una condizione diametralmente opposta a quella del progetto gemello, il Nord Stream 1, considerato interconnector piuttosto che fornitore diretto, e quindi esentato dalle regole di disaggregazione sin dal 2012, anno di inizio lavori della sua costruzione.

Nel ricorso gli operatori sostengono che le nuove regole della Direttiva sono discriminatorie, mirate a silurare il gasdotto osteggiato da diversi governi europei.

Pochi giorni fa, come riportano i media tra cui Reuters, il tribunale tedesco ha respinto il ricorso, suscitando le reazioni del mercato, che ha visto rialzare i prezzi del più importante hub di GNL in Europa, l’olandese TTF, e il giubilo di molti ucraini.

La sentenza, che può essere impugnata presso la Corte Suprema tedesca, è stata liquidata dal Cremlino come “questione aziendale”, ma aggiungendo che il consorzio non dovrebbe subire ingerenze. Il suo portavoce, Dmitry Peskov, ha ribadito che il progetto è “puramente commerciale, “volto a rafforzare significativamente la sicurezza energetica europea”. Il consorzio Nord Stream 2, invece, ha sottolineato che la decisione del tribunale tedesco evidenzia “l’effetto discriminatorio” della direttiva modificata.

In tutti i casi, neanche le nuove regole UE fermeranno il progetto. Gazprom ha dichiarato che entro la fine 2021 il Nord Stream 2 erogherà i primi lotti di gas naturale alla Germania, raffreddando i bollori dei future UK natural gas subito dopo scesi del 10%, pur restando ai livelli più alti degli ultimi 15 anni (fonte Reuters). Dmitry Marinchenko di Ficht ha dichiarato all’agenzia russa Sputnik che l’aumento delle forniture determinato dal nuovo gasdotto offshore, potrebbe far abbassare i prezzi europei del gas, ora al loro massimo storico per una serie di cause concatenate, quali l’incidente nell’impianto di gas siberiano di Novy Urengoy a inizio agosto, il forte caldo estivo e l’aumento della domanda asiatica. Dopo la decisione di Gazprom di limitare al 4% l’aumento di transito nel sistema di trasporto ucraino, il prezzo del gas naturale ha superato la soglia di 585 dollari per mille metri cubi. Secondo l’esperto, prezzi elevati incoraggiano gli investimenti in nuovi progetti GNL, ma l’aumento dell’offerta di gas di Stati Uniti e di altri paesi, previsto nel 2023-2025, ne farà abbassare il prezzo.

                                                                                Giovanna Visco

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