Transizione, populismo, porti

Roma – Il concetto di transizione non è mai riuscito a penetrare il pensiero italiano politico e industriale. 

Lo dimostrano i decenni di reiterata devastazione dei territori, i morti e i feriti sul lavoro, le vendite o le chiusure repentine degli stabilimenti e più recentemente il rozzo ambientalismo populista, devastante quanto il peggior inquinatore.

La transizione non è una opportunità di arrembaggio per nuovi business o una nuova banderuola con cui strumentalizzare la “plebaglia”. Essa è innanzitutto un insieme di atti coordinati e razionali ispirati dall’etica e dal buon senso, cioè da quella capacità pratica che è l’arte di risolvere le cose senza accetta, dando per tempo a tutti il tempo di cambiare.

La sua assenza dal panorama decisionale italiano ha permesso la scomparsa del governo pubblico dai processi di cambiamento e la comparsa dell’indegno e prosaico dilemma nazionale lavoro o salute, crescita o decrescita, gas o rinnovabili.

Il caso Ilva/ArcelorMittal ne è esempio calzante: quando un impianto è insicuro o devasta l’ambiente lo sanno e lo vedono tutti, cittadini, Enti locali, Regioni, Stato, ma correre ai ripari richiede una azione che in Italia suona come una parolaccia: metterci soldi. Così, gli interventi che gradualmente avrebbero dovuto essere stati fatti nei decenni, tutti insieme diventano finanziariamente insostenibili, ma senza i quali scattano le manette: un ambiguo gioco di deresponsabilizzazione politica sotto l’ala del becero populismo giustizionalista.  

Nel paese dei santi poeti e navigatori, l’imprenditore affarista e speculatore, privo di qualsiasi senso sociale, ha sempre avuto vita facile nell’Italia savoiarda, costruita sulla logica latifondista applicata all’industria, che non ammette eccezioni all’integrità della “rendita” (la vicenda Fiat è un altro disastroso pilastro di questa ideologia).

Riparati dalla complice omertà delle banche, che hanno costruito un intero sistema creditizio sulle vertiginose esposizioni delle imprese, i cui proprietari/azionisti custodiscono ben al sicuro i profitti sotto moderne “mattonelle”, l’imprenditore grossolano predilige il ricatto, ottenendo dalla politica la licenza “a non cacciar soldi” dietro minaccia di chiusura o crisi dell’impianto, in un coacervo di incapacità e opportunismo, generatore di spaventosi guai.

La politica, senza confini di destra, di centro o di sinistra, stende tappeti di stolido populismo per celare le proprie incapacità, dispensando vuoti e accattivanti frasari utili a prendere tempo, perché la nottata passi, lasciandonella gente solo una vuota rassegnazione. Incapace di pensiero organico, il populismo ha solo una pancia molto rigonfia, come un disgraziato bimbo denutrito, a un passo dalla morte. 

Tuttavia nella società civile italiana resistono eccezioni, modelli da cui ripartire, con cui contaminare di pratiche e comportamenti positivi la vita politica e sociale di questo paese. 

La portualità italiana fa parte di esse. Pur con tutte le varie contraddizioni, la transizione i porti italiani l’hanno saputa affrontare per tempo, a partire dal 1994 con la legge 84, che istituì l’Autorità portuale (ente personalità giuridica di diritto pubblico dotata di autonomia di bilancio e finanziaria). Da enti bacini crogiuolo di malcostume e diseconomia, i porti si sono trasformati, attraverso un forte dialogo sociale promosso dalle Autorità portuali, in grumi economici moderni e coesi senza appiattimento, spesso esempio di solidarietà sociale e luoghi di scambio non semplicemente di merci e passeggeri, ma di umanità e di cultura sociale di grande spessore. 

La transizione portuale ha poi compiuto un ulteriore passo nel 2016, con l’introduzione delle Autorità di Sistema Portuale, soggetto pubblico non economico di rilevanza nazionale ad ordinamento speciale, che ha dato ai porti un nuovo assetto di governance, ancora in corso evoluzione anche normativa, e che deve affrontare la grande complessità portuale, su cui si riversano le contraddizioni di uno sviluppo economico globale, che non ha mai abbandonato le logiche colonialiste.

Oggi i nostri porti sono sotto l’attacco sia delle forze speculative dei grandi oligopoli del trasporto marittimo soprattutto container, che vorrebbero rendere i porti proprietà private, e sia dei competitor europei, che vorrebbero catturare il traffico commerciale italiano, logisticamente molto appetibile. Un attacco che ha molte forme perverse, e che si sta strutturando anche nella querele sollevata dalla Commissione Europea, che non capisce la natura del modello italiano e avanza ipotesi che snaturerebbero la funzione di regolazione e di terzietà che la governance pubblica svolge nei porti, nell’interesse dei traffici, delle imprese, del lavoro e delle comunità che vivono intorno. 

Finora, la politica italiana non si è dimostrata capace di scendere in campo per salvaguardare il nostro sistema portuale, estremamente avanzato e capace di reggere complessità inusitate. I porti italiani sono per questo motivo in serio pericolo, perché la politica non è in grado di rispondere alla transizione.

Ma dai porti può alzarsi un forte stimolo, perchè la politica smetta di focalizzarsi sui propri scranni, sui personalismi sterili e spesso anche incompetenti, o peggio sugli interessi di qualcuno.  

Occorre che le forze sane del Paese spingano la politica verso il bene comune e la democrazia, a partire con l’opporsi al taglio del numero dei parlamentari, che si affianca ad un sistema elettorale di liste bloccate di nominati e alla mortificazione del proporzionale puro che invece rispecchierebbe i rapporti reali della politica parlamentare con la società. Per i porti italiani non ci sarà speranza se si strutturerà definitivamente la mostruosa mutazione dei politici in calciatori sostenuti da tifoserie locali populiste, o in “social dipendenti”, dove qualsiasi pattume, con un po’ di soldi investiti, si trasforma in un like. A partire dai porti è possibile pretendere una politica capace di far crescere un popolo verso il progresso ed una esistenza migliore per tutti.

Transizione significa affrontare in tempo il cambiamento inevitabile, dando tempo e possibilità concrete alle cose e alle generazioni di migliorare. 

Transizione si traduce in elaborazione di soluzioni pianificate che accompagnano il cambiamento graduale delle strutture economiche del paese, senza spezzare l’attualità delle vite e dei destini, costruendo giorno per giorno alternative realmente sostenibili. In poche parole, significa saper ragionare con testa, cuore e cultura a breve, medio e lungo tempo.

Tutti elementi a cui il populismo è refrattario per sua natura intrinseca, e che al tempo stesso teme, cercando di neutralizzare la transizione appiccicandola in vuoti ed insignificanti frasari.

Se la politica non capirà questo, la barbarie sarà inevitabile.

Giovanna Visco

Articolo uscito su ShipMag il 19 febbraio 2020

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