La transizione non può appartenere al populismo

Il concetto di transizione non è mai riuscito a penetrare il pensiero italiano della politica e della grande industria. Lo dimostrano decenni di reiterata devastazione dei territori, i morti e i feriti sul lavoro, le vendite o le chiusure repentine degli stabilimenti e più recentemente il rozzo ambientalismo capeggiato dai 5Stelle, devastante quanto il peggior inquinatore.

A differenza della interpretazione nostrana, la transizione nel mondo non è una opportunità di arrembaggio per nuovi business o una nuova banderuola con cui strumentalizzare il bruto popolaccio.Essa è innanzitutto un insieme di atti coordinati e razionali ispirati dall’etica e dal buon senso, cioè da quella capacità pragmatica che è l’arte di risolvere le cose senza accetta, dando per tempo il tempo di cambiare. 

La sua assenza dal panorama decisionale italiano ha permesso la comparsa dell’indegno e  prosaico dilemma nazionale lavoro o salute.
Il caso Ilva ne è esempio calzante. ArcelorMittal va via perché l’altoforno 2 probabilmente chiuderà definitivamente e gli altri lo seguiranno, se non si faranno investimenti di ammodernamento e messa in sicurezza, che richiedono capitali importanti e tempi di realizzazione. Senza voler ripercorrere tutta la cronaca giudiziaria, la vicenda dell’altoforno 2 scoppia l’8 giugno 2015, quando il metalmeccanico Alessandro Morricella muore a seguito della fuoriuscita di una colata di ghisa incandescente.  

Quando un impianto è insicuro o devasta l’ambiente lo sanno tutti, ma correre ai ripari richiede una azione che in Italia suona come una parolaccia: metterci soldi. Nel paese dei santi poeti e navigatori, l’imprenditore pregno di spirito affaristico-speculativo e privo di qualsiasi senso sociale, ha sempre avuto vita facile nell’Italia savoiarda, esaltato da una logica latifondista che non ammette eccezioni alla integrità della “rendita” da impianto industriale (la vicenda Fiat è un altro disastroso pilastro di questa ideologia).

Con la complicità omertosa delle banche creditrici, una tale grossolana arretratezza imprenditoriale, che è culturale ed economica, predilige il ricatto all’investimento, ottenendo dalla politica la licenza “a non cacciar soldi” dietro minaccia di chiusura o riduzione della manodopera: uno stretto abbraccio mortale, che per incapacità e opportunismo, si tramuta in amplesso che genera spaventosi guai.

Per decenni la politica locale, regionale e nazionale ha chiuso gli occhi su Taranto. Eppure basta passeggiare tra le sue antiche vie, a ridosso della più grande acciaieria di Europa, per vedere e capire la fuga dal Sud, il degrado e l’abbandono di luoghi un tempo splendenti, la violenza degenerante della speculazione, l’assurdo laido sconcio.Gli interventi che gradualmente avrebbero dovuto essere fatti nei decenni passati con attenti e continui investimenti, sono arrivati al culmine della contraddizione: tutti insieme sono finanziariamente insostenibili, ma in loro assenza scattano le manette: un ambiguo gioco politico di becero populismo giustizionalista.  

Di fronte a un epilogo scontato, la politica italiana non si assume responsabilità, neanche morali, e preferisce inscenare un infantile scaricabarile su ArcelorMittal, stigmatizzando la rescissione dal contratto della multinazionale con la crisi dell’acciaio (come se poi questa fosse una novità) e con la richiesta di taglio occupazionale, con cui l’azienda vorrebbe ri-negoziare dal suo punto di vista una coperta troppo corta. Una performance politica di vero autismo populista, visto che la lettera di ArcelorMittal di annuncio al Governo di rescissione, parla molto chiaramente, tra l’altro preceduta da ripetute dichiarazioni e comunicati nei mesi scorsi.

La politica ancora una volta su un delicato ganglio del Paese stende un tappeto di stolido populismo, sotto cui cela la sua incompetente incapacità.Un populismo tutto italiano di santi poeti e navigatori, che non conoscono confini di destra, di centro o di sinistra, fatto di vuote e accattivanti parole utili a prendere tempo, perché la nottata passi lasciandonella gente solo una vuota rassegnazione. Incapace di pensiero organico, il populismo ha solo una pancia molto rigonfia, come un disgraziato bambino denutrito, a un passo dalla morte.

Con il taglio del numero dei parlamentari un tale degrado non potrà che peggiorare, accelerando la mostruosa mutazione in atto nella politica italiana: si procede verso una fungibile declinazione duale: politici calciatori impegnati nel grande campionato del voto, oppure politici robot impegnati con un elettorato “facebook-dipendente”, che equivale il voto ad un like. Il vecchio e il nuovo di una medesima medaglia, entrambi distanti mille miglia dalla politica capace di far crescere un popolo verso il progresso ed una esistenza migliore per tutti.

Transizione significa affrontare in tempo il cambiamento ineludibile, dando tempo e possibilità concrete alle cose di migliorare. Transizione si traduce in elaborazione di soluzioni pianificate che accompagnano il cambiamento graduale delle strutture economiche del paese, senza spezzare l’attualità delle vite e dei destini, costruendo giorno per giorno alternative realmente sostenibili. In poche parole, significa saper ragionare a breve, medio e lungo tempo.

Tutti elementi a cui il populismo è refrattario per sua natura intrinseca, ma che allo stesso tempo teme: cauterizza la transizione usandone il lemma in vuoti ed insignificanti frasari.
Se la politica non capirà questo, la barbarie sarà inevitabile.

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 2 aprile 2020

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