Sud Italia e Africa: vite parallele

Il razzismo di Salvini e la passività da “contratto” di Di Maio con sempre maggiore livore si preoccupano di impedire lo sbarco dei giovani migranti dall’Africa verso l’Italia, e con sempre maggior dimenticanza tralasciano l’abbandono  del Sud dei giovani migranti italiani.Dal canto suo, il Presidente del Consiglio Conte compie brevi puntate nel continente africano, le più recenti in Ciad, Niger, Eritrea, Somalia, Etiopia, per raccogliere appalti e commesse, che genereranno altro sfruttamento da mungitura dell’Africa, ma sotto lo stendardo mediatico di aiuti per uno sviluppo economico africano anti-emigrazione.


Oltre 150 anni di parallelismo

Corre un parallelismo, senza soluzione di continuità da circa 150 anni tra l’Africa sub sahariana ed il Sud Italia.
Circa 150 anni fa l’imperialismo occidentale, mosso dalla ricerca di giacimenti auriferi, spostava il surplus di capitali e di persone verso l’Africa subsahariana, fino ad allora ignorata dal colonialismo statalista insediatosi, invece, nelle Americhe, in Asia in Australia e in Nuova Zelanda; circa 150 anni fa si realizzava l’Unità di Italia ad opera di uno Stato avventuriero e in cerca di capitali, quale era il Piemonte sabaudo.

In Africa, l’imperialismo occidentale è lungi dal costruire sviluppo industriale, ma vi investe capitali per lo sfruttamento delle materie prime, cancellando dalla faccia della terra decine di milioni di persone africane: un massacro per tutti, quello degli abitanti del Congo, nel 1885 divenuto proprietà esclusiva del re belga Leopoldo II, e ridotto dopo 23 anni da 20-25 milioni di abitanti a meno di 10 milioni, un immondo genocidio perpetrato da Leopoldo per il traffico del caucciù.  

In Italia, i Savoia predano le ricchezze finanziarie e industriali accumulate nel Regno di Napoli, ne smantellano e bloccano ogni industrializzazione per avvantaggiare le produzioni del Nord, reprimono nel sangue i desideri di cambiamento del popoloso Sud Italia.
Deportazioni forzate di massa di interi paesi, arresti, furti, incendi, stupri e uccisioni  furono i principali strumenti di annessione del meridione alla corona piemontese, reprimendo  prima nel sangue il dissenso di interi paesi meridionali, e poi attuando una politica di desertificazione delle terre meridionali attraverso l’emigrazione. Questa fu celebrata con molti emissari mandati in giro per le campagne del Sud Italia, che propagandavano l’Eldorado delle Americhe per vendere i lucrosi biglietti di sola andata dei bastimenti di proprietà dei Savoia stessi e di alcuni speculatori senza pietà. Analogamente a quanto fanno oggi i trafficanti di carne umana africana.

L’Europa si preparava al razzismo ed al totalitarismo costruendo il culto della superiorità della razza portata su un piano idealizzato, astorico e antistatalista, con sviluppi in Africa di inaudita violenza; il Piemonte sabaudo riproduceva il medesimo processo ma all’interno del  proprio territorio nazionale. Un caso unico in Europa.
Come l’Europa imperialista, panslavista e pangermanica, anche i Savoia crearono una ideologia razzista con cui giustificare l’empietà di quanto compivano in meridione, coinvolgendo giornali e giornalisti, intellettuali e il positivismo scientifico, capeggiato in Italia da uno pseudo scienziato, Lombroso, con i suoi indegni studi, che produssero una campagna denigratoria di inaudita violenza contro il Sud e la sua ex capitale, Napoli.

Quella dei Savoia fu un’operazione di atroce successo
Fu un’operazione culturale ben riuscita, che ancora oggi sopravvive e anima il gretto populismo del Centro-Nord dell’Italia, paradossalmente ormai abitato da milioni di meridionali figli di emigrati, che rimuovono le loro “vergognose” origini con il più becero   razzismo, stigmatizzando il Sud come crogiolo di anti-modernità e di arretratezza, abitato da mascalzoni, ladri e sfaticati.

Il razzismo del governo giallo-verde ha radici nel processo di unificazione dell’ItaliaIl Governo populista giallo-verde è intriso di questa ideologia razzista, con cui ha prodotto il decreto sicurezza e il reddito di cittadinanza e i suoi dispositivi anti-divano, per migranti africani e meridionali, mantenendo ben ferma al Sud la politica di scarsità e di intermittenza dei servizi pubblici (trasporti, sanità, igiene ambientale, decoro e manutenzione dei luoghi pubblici), i soli che danno la dignità di cittadinanza alle persone. 
È interessante notare come Salvini e Di Maio per foraggiare la loro ascendenza populista su una parte di elettorato, stiano tentando di operare un salto culturale specialmente nel Sud Italia: le qualità peggiori attribuite ai meridionali si spostano sui migranti; la mafia è sempre  meno siciliana e sempre più nigeriana o di altri paesi africani; le carceri si riempiono di extracomunitari (che non hanno accesso agli arresti domiciliari); i migranti imbrattano, degradano, vivono incivilmente, e producono insicurezza sociale: sono i nuovi napuli, (che significa napoletano in piemontese, cioè originario del Regno di Napoli) lemma utilizzato dall’Unità di Italia in poi dai piemontesi/torinesi per denigrare e insultare i meridionali. 

Salvini è salvifico della disperazione identitaria
Salvini è salvifico, per il Nord quanto per il Sud Italia, offrendo sponde di ignobile populismo con cui raggrumare le identità dei dispersi del consumismo. Con ingenti investimenti finanziari in social e comunicazione i media propagandano miserabili scene, riprese ad arte, di sparuto popolo, che accoglie il Capitano come in questi giorni ad Afragola (NA), magari al solo scopo di riprenderlo con il telefonino, come si fa per un attore, un calciatore o un cantante.

Ma il baciamano e qualche urlo di incitamento prevalgono sul raziocinio di chi è investito da questa valanga mediatica, e la percezione generalizzata è quella di un Sud che a suo modo si eleva a Nord, trovando sintesi unitaria contro il nuovo nemico comune: i migranti e le scorte che proteggono chi è minacciato per le proprie idee. 

Senza riprendere il valore della egemonia di Gramsci non si va da nessuna parte
L’incedere di tale degenerazione culturale e politica, cresce sulla assenza di una sinistra che da molti decenni ha smesso di voler essere egemone.

Una sinistra che sta lì, sempre più impegnata ad acconciarsi su decisioni prese da altri, pigra nello studio come nella osservazione e nella elaborazione, sempre meno riflessiva e sempre più lontana dalla vita della gente e  dalla ricerca di indicazioni sensate, di idee e soluzioni per un reale cambiamento dal basso.

Una sinistra piena zeppa di leader e aspiranti leader che hanno dimenticato il progetto di progresso dell’umanità, ma che passano da un meschino orticello ad un altro.  Una sinistra che mettendo nel dimenticatoio Gramsci e le sue riflessioni che hanno aperto alla storicizzazione della modernità, ora è incapace di uscire dal recinto ideologico  della sicurezza del capitalismo, per addentrarsi nella vera questione, che è quella della lotta alla povertà, alla miseria e al consumismo, per l’affermazione della unica libertà accettabile per l’umanità, quella dell’autonomia e dell’autodeterminazione di ogni essere umano, che si manifestano storicamente e non per biologia o per contesto ambientale.

Il problema non è fermare l’emigrazione di gente che sta disperatamente cercando un sostentamento per la propria famiglia o per se stessi, ma riconoscere il diritto della libertà di autodeterminazione ai popoli, che implica il principio di non sfruttamento e di vera indipendenza, e implica la creazione di sistemi economici in cui la redistribuzione della ricchezza non sia strangolata dalla accumulazione e dal profitto dei pochi feudatari.
Il problema è pensare al sistema economico come mezzo per il benessere e la soddisfazione di tutti.

Il razzismo dei  capipopolo strumento di dominio sull’Africa
Il problema è di riuscire a non cedere alla tentazione di scendere sul demagogico quanto volutamente disordinato terreno dei capipopolo odiatori, che ora hanno scelto la Francia come obiettivo di turno, dietro cui si nasconde la grande guerra commerciale in atto sui grandi appalti infrastrutturali, sulle concessioni minerarie, su quelle agrarie e sulle speculazioni finanziarie in Africa.

Scendere sul piano del populismo con altro inevitabile populismo, che considera l’emigrazione come un problema di sicurezza europea, ignobile argomentazione razzista e priva di fondamento razionale, impedisce di concentrarsi sul pensiero e sulle pratiche che portano alla creazione di una Europa unita sui valori di uguaglianza e di giustizia, federalista e costruita dal basso.

Le nuove ondate razziste
Intanto, la nuova ondata razzista si struttura trasversalmente nelle pieghe sociali. Segnali inconfutabili ne sono il rinnovato dilagare dell’antisemitismo e il razzismo negli stadi, fino ad inquinare il piano normativo, terreno su quale non a caso questo governo si è attivato sin da subito.

Il punto di aggancio normativo, utilizzato soprattutto da Salvini, è la dispotica e talvolta corrotta burocrazia italiana, che si vuole adattare in un apparato fedele, distaccato e disumano. L’arma letale è l’intransigenza portata all’ennesima potenza, che esercita potere surrettizio attraverso l’applicazione tout court delle disposizioni, lasciando morire nell’abbandono indifferente migranti e possibilmente anche cittadini italiani meridionali. I navigator e le uscite in divisa paramilitare di Salvini, ne sono alcune evidenze.

Le ragioni dell’emigrazione di oggi come di ieri
Oggi una parte di giovani africani emigra per tentare di sfuggire alla siccità, per procacciarsi un reddito con cui poter sopravvivere, per esplorare il mondo della modernità, così distante dai villaggi o dalle baraccopoli gigantesche prodotte dalla urbanizzazione di massa.

Oggi una parte di giovani dell’Italia meridionale emigra per studiare, soggiogati dalla denigrazione manipolativa nei confronti dei prestigiosi atenei meridionali allo scopo di riempire quelli del Centro Nord, spesso privati e spesso di discutibile eccellenza; emigra per tentare di sfuggire alla sensazione di staticità, scoprendo poi quando ormai è troppo tardi di esserne caduti in un’altra; emigra per procacciarsi un reddito con cui sopravvivere autonomamente; per esplorare il mondo della modernità, così distante dai centri urbani meridionali che ancora resistono all’anonimato, all’atomizzazione e alla solitudine dei rapporti umani delle grandi metropoli dal cuore luccicante di consumismo in un corpo gigantesco di sconfinate e desolanti periferie.

I giovani laureati e quelli più curiosi sono scippati al Sud con l’illusione di uno stipendio e di una vita al passo con i tempi, o peggio di salire sull’ascensore sociale che porta ai piani superiori, ma la maggioranza di essi non troverà né benessere né realizzazione, ma modesti ripieghi vissuti come colpa per non essere riusciti ad “ottimizzare l’opportunità”.

Le responsabilità dei potenti baroni del Sud
Certo, i potenti del Sud non sono esenti da pesanti responsabilità, che riconducono storicamente alla formazione dell’Unità di Italia e ai potenti latifondisti aristocratici. Aristocratici e notabili autonomisti come baroni tedeschi, antimonarchici e antistatalisti per definizione, in quanto sovrani, per nascita o per acquisizione, dei loro possedimenti e quindi detentori di una libertà di diritto naturale su tutto ciò che insiste nella proprietà: cose, animali e uomini.

Questo blocco giunse a compromesso con i Savoia, trovando in questa corona, tra le più reazionarie d’Europa, sponda ai propri desiderata di conservazione di una sorta di Stato nello Stato.

Un modello di cui ancora si leggono le tracce nelle organizzazioni criminali che tendono a controllare vasti territori, così come fanno alcuni politici, e nella inevitabile complicità che talvolta si crea tra questi due soggetti.

Un modello che ancora sopravvive grazie allo spopolamento a cui è stato ridotto il Sud, e che ancora viene alimentato soprattutto sul piano culturale e descrittivo, in cui il giornalismo superficiale fa ancora da protagonista: il Sud non ha nulla, è buono solo per viaggi etnografici, è squallido, è povero, è un deserto, è un vuoto. E’ come l’Africa. 

i giovani del Sud e dell’Africa 
I giovani africani a volte hanno l’atteggiamento sfrontato che cela la paura avventurosa che si prova quando si è giovani esploratori in terre sconosciute, ma traspare anche l’innocenza, la pazienza e l’attesa, similmente ai giovani del Sud, ancora aperti e rivolti a guardare l’altro, ad accorgersi delle esistenze altre con garbata curiosità, lontani dal prepotente ed involuto tribalismo metropolitano del branco. 

Il vuoto
Il vuoto nelle culture orientali è ciò che precede la creazione, un infinito che contiene tutti gli elementi possibili tra cui scegliere e tutte le possibilità creative.

Dal vuoto del Sud, come per quello dell’Africa, può nascere un nuovo modo di vivere, proprio dai suoi giovani che creano e sperimentano nuovi modi di vivere, che scoprono l’agricoltura biologica, il riuso dei materiali, il turismo non invasivo e rispettoso dell’ambiente, che recuperano la storia dei borghi antichi disseminati in tutto il sud e ricchi di arte, che sperimentano le arti e le loro nuove forme, che creano nuclei a scopo sociale per gli anziani e per la solidarietà, che hanno entusiasmo e si danno da fare.

Giovani che si sposano e fanno figli nel Sud, sperimentando un nuovo modo di vivere umano e umanizzante, buono per sé stessi e per gli altri, collegato con il mondo grazie a Internet che fa la differenza con il passato e le nuove tecnologie, ma facendo dell’indipendenza di pensiero e della capacità di osservazione critica una ricchezza.

E questo fa paura a molti, che pur soffocando in una vita di finta umanità consumistica, la vorrebbero conservare ad ogni costo, perché non conoscono altra vita che la loro, e rifiutano, per timore del cambiamento, di conoscerne altre alternative.
Questi molti non sono altro che i nuovi populisti.

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 26 gennaio 2019

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