La scure del Governo italiano sulla democrazia

C’è un sommovimento strutturale nella politica italiana, che potrebbe generare salti storicamente irreversibili, tenendo ben in conto che il cambiamento può condurre al progresso, ma anche alla distruzione.
Principale conduttore ne è il governo giallo-verde, che tiene unite due forze contrarie e contrapposte: quella antisistema dei Cinque Stelle e quella statalista della Lega. Questa forzatura è un elemento inedito, che sposta i termini della politica di coalizione del governo del paese, da una convergenza su un programma ad una di contratto. Rispetto al bene comune, si traduce fattualmente in un comportamento politico che dall’ambito di programma, che sottende un progetto condiviso sul futuro in cui le persone possono più o meno identificarsi ma che comunque consente un processo critico di aggiustamento e di verifica, passa ad un ambito di contratto per la realizzazione di punti tra loro indipendenti, sganciati da correlazioni e  rapporti  di causalità della azione politica, che destruttura la progettualità sociale complessiva. 

Questa architettura è pressoché invisibile per la compresenza di un salvavita, il presidente del consiglio Conte, non identificabile politicamente e apparso dal nulla, di origine misteriosa eccetto il fatto di essere collegato al potentissimo giurista Guido Alpa, Cavaliere della Repubblica, Cavaliere del Santo Sepolcro, Commendatore di San Gregorio Magno, più volte membro di varie Commissioni ministeriali e di esperti e tra gli altri incarichi, passati e presenti, nel cda di Carige. In questo Governo, Conte interpreta il ruolo di Presidente del Consiglio, teoricamente responsabile dei programmi di Governo, nelle vesti di mediatore tra due contraenti, ricalcando più un amministratore delegato che un politico, il cui impegno principale è rassicurare gli azionisti: il popolo elettore.  Su questa scia, le scelte politiche mutano in operazioni di mercato, che utilizzano a piene mani le tecniche del marketing più avanzate, non da ultimo la sentiment analysis, che assimilano dichiarazioni e scelte immediate alla vendita di un detersivo, sollevandole da qualsiasi ambito di responsabilità. Spot e litigiosità da circo mediatico si alternano in un vortice di deresponsabilizzazione, che addita negli altri (predecessori, migranti, meridionali, paesi esteri) le cause di qualsiasi problema, falsificando la memoria storica e manipolando fatti e conseguenze delle scelte attuali con l’estremismo giustificazionista. Siparietto di tale ricetta, nel solco del consumismo delle militaresche cucine degli chef, sono stati i recenti commenti e comportamenti degli esponenti di governo e dei loro candidati sull’esito del voto regionale in Abruzzo, con punte che hanno addossato agli stessi abruzzesi la responsabilità della propria sconfitta: un capolavoro della retorica politica demagogica, in un clima da stadio. 

Tifare per un partito, non ha niente a che vedere con la necessaria passione che accompagna la politica, e molto invece con il populismo, che fa terra bruciata della democrazia, che è fatta di confronto e di analisi degli schieramenti, con l’affermazione non del più forte, ma di chi crea maggior consenso sui progetti e sui conseguenti programmi politici, espressi in termini di iniziative ed interventi concreti.Il tifo, e l’ignoranza civile che ne consegue, genera astensionismo, allontanando le persone dalla politica, che viene percepita non come percorso per il bene comune, nel quale l’interesse di tutti e chiunque trova un suo posto, ma come una contesa da intrattenimento, durante la quale gli spettatori sfogano la propria emotività repressa, magari anche violentemente, come per taluni allo stadio, ma che comunque resta lontana dalla propria quotidianità e dai propri problemi esistenziali. 

Nella logica della politica ridotta a contratto e competizione, in cui gli elettori sono equiparati a consumatori/azionisti di prodotti preconfezionati, spicca la muscolarità insolente da bastone e carota: nei provvedimenti con l’accetta a forti dosi di autoritarismo e di cattiveria, che ci riportano indietro di decenni, e nelle dichiarazioni ufficiali come se ci si riferisse alle proprie faccende private.

Anche l’Unione Europea e i paesi membri sono bersagli graditi al governo, percepiti come unica vera barriera agli scellerati provvedimenti necessari al rispetto di contratto del Governo, che, come qualsiasi contratto, ha il carattere dell’immediatezza. Eccetto che nei casi straordinari di catastrofici eventi, l’immediatezza degli effetti è molto distante dal bene comune, che richiede visioni di medio, lungo e lunghissimo periodo, senza le quali non è possibile ponderare la strutturazione degli effetti reali delle azioni politiche sulla società. A parte l’Europa, in casa nostra l’unico argine ai comportamenti incontrollati di questo Governo, è stato in più occasioni, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’unico organismo costituzionale ancora integro, visto che l’abuso del ricorso alla fiducia in Parlamento, introdotto da tempo dai governi tecnici, è divenuta prassi, svuotandolo dei suoi poteri di vaglio dei decreti e delle proposte legislative.

Ancora una volta, il bisogno prioritario nel Paese di migliorare le condizioni di vita di tutti e di chiunque con il progresso e la diffusione capillare dei servizi pubblici in sanità, istruzione, mobilità, decoro ambientale, assistenza, necessari alla qualità della vita e alla dignità, resta insoddisfatto, lasciato come capitolo estremamente periferico. Senza il salto di civiltà nei servizi pubblici, risulta difficile se non impossibile costruire un progresso economico di imprese e occupazione, basato su principi di ridistribuzione della ricchezza equi e di distruzione delle piaghe infette dell’evasione fiscale e del lavoro nero.  Il giustificazionismo di questa arretratezza che ci portiamo dalla nascita dell’Unità nazionale, oggi viene addebitata alla volontà dell’Europa, che ci costringe a tagli e sacrifici per questioni di bilancio.

Che l’Europa vada migliorata è nello stato dei fatti, ne va spostato l’asse dalla finanza al bene comune della gente, ma intanto, ci sarebbe da riflettere sul fatto che l’Italia è compartecipe attiva delle politiche europee e che le scelte su come attuare la riduzione di spread e deficit le compiono i governi nazionali e quelli regionali.Nel girare della giostra, il capitano Salvini, presente sui social a tutte le ore come fossero vecchi rotocalchi di gossip, appare in occasioni pubbliche e private vestito in abbigliamento dei corpi di polizia. Se ad alcuni questo potrebbe sembrare una innocua bravata, una tale rappresentazione di se stesso, Vice Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, insinua nelle profondità emotive della società italiana, una identificazione che incrina le fondamenta democratiche del nostro Paese.  

L’esecutivo, cioè il Governo e i suoi Ministri, non è lo Stato, a cui invece sono demandati poteri di amministrazione pubblica, tra cui quella dell’ordine, esplicati attraverso l’attuazione di leggi e regolamenti, che garantiscono il funzionamento e l’integrità statale ai cittadini in qualsiasi momento e con qualsiasi coalizione al Governo. Giocare sull’equivoco della divisa, evoca poteri che non sono attribuibili ad un ministro nella nostra democrazia, ridestando mentalità fasciste e nazionalistiche che riportano la società italiana indietro di un secolo. Presentarsi in maglia della polizia in Parlamento, come fatto da Salvini, non è una semplice provocazione intimidatoria, è una inaccettabile violenza alla nostra Repubblica e alla nostra Costituzione, che è la carta delle volontà del popolo italiano, una volta uscito dalle sanguinosissime guerre durante trenta anni.

Il governo in carica sembra molto impegnato a smantellare il detto “i Governi passano lo Stato resta”, con leggi e proposte che non lasciano tranquilla la Costituzione, procedendo alla strutturazione di un governo oligarchico con un parlamento ristretto e accentuando l’esercizio referendario, che non ha alcun effetto costruttivo in termini legislativi, ma frantuma ancor di più le responsabilità di chi ci governa. Contemporaneamente, procede verso l’esaltazione delle autonomie differenziate delle Regioni, una stortura annunciata della pessima riforma del Titolo V, intesa come vera e propria indipendenza dallo Stato. 

La scelta di campo che oggi è necessario compiere è sostanziale: se scegliere la terziarità e la laicità dello stato che garantisce l’uguaglianza e la libertà  di tutti entro un piano di regole condivise e comuni, oppure preferire un potere accentrato e mediato dalle indagini di mercato, che accentuano la disintermediazione.La democrazia sostanziale ha bisogno dei corpi intermedi, in cui avviene il processo di responsabilizzazione sociale, inquadrando e sviscerando i problemi e creando quella cultura civile indispensabile al progresso di una società moderna, in grado di governare una tecnologia sempre più potente. 

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 17 febbraio 2019

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