Populismo e sinistra in Italia. Alcune riflessioni

Viviamo un’epoca dalle forti tinte sovraniste, che riempiono le pagine della cronaca politica dei Paesi occidentali, scossi dagli effetti della crisi economica, che d’un tratto ha disvelato ai più che il benessere consumistico, per il quale molto si è sacrificato in termini di interiorità, di pensiero critico e di appartenenza, è caduco. La perdita simbolica delle certezze, rinnovate quotidianamente con i rituali consumistici del pragmatismo, ha prodotto forti disorientamenti, ai quali si reagisce con l’alzata dei ponti e il mettersi al sicuro entro roccaforti comuni, da cui sentirsi ancora valenti e ancora superiori a tutto il resto.

In Italia questa reazione si fonda su una lunga storia di desertificante emigrazione e di servizi pubblici negati; negazione che ha abortito qualsiasi possibilità di ridistribuzione della ricchezza e di costruzione storica di una buona qualità della vita per tutti e per chiunque, rinnegando quella dignità che rende visibili uno all’altro, e che fa sentire ognuno parte del mondo, indipendentemente dalla appartenenza sociale, dalla provenienza territoriale, dal colore della pelle, dalla sessualità, dalla lingua, dalle idee, dai  gusti e dai costumi.Una storia sviluppata sull’incomunicabilità tra bene comune e azione, avviata dal liberalismo reazionario dell’Unità di Italia dei Savoia, passata per il fascismo, e approdata nei 30 anni di indiscusso regime democristiano nel secondo dopoguerra. Un lungo arco temporale caratterizzato da due elementi di fondo: lo sfollamento/spopolamento di intere regioni quale strumento di governo e di politica economica, e il mantenimento di un cronico stato di necessità, quale strumento di politica clientelare per ottenere il consenso, costringendo la popolazione ad un rapporto di dipendenza di stampo clerico-baronale con il potere, unico esempio in Europa. 

Su questo processo storico si fonda non solo il populismo italiano, ma anche il mimetismo fascista, che aleggia, senza soluzione di continuità, in Italia; radicato  nella tarda industrializzazione del Paese, scaturita non da un processo di mutamento sociale ed economico, ma da operazioni speculative da parte di chi già deteneva ricchezza e potere, evolvendosi a partire dalla ricostruzione degli anni ‘50 in una selvaggia chiamata consumistica, di stampo statunitense, che ha alimentato arrembaggi imprenditoriali e subalternità del lavoro, in un perverso ciclo espansivo di produzione-consumismo.  Ne è conseguita una profonda divaricazione tra il prima e il dopo, tra il vecchio e il nuovo, che ha devastato le possibilità del confronto intergenerazionale e ha allargato incommensurabili distanze tra l’essere e l’apparire, tra il pensare e il sentire, fino ad obliare le prime, negando ogni possibilità all’educazione empatica e passionale e ogni legittima utilità alla storia, se non per vuoti richiami retorici. 

L’Italia si è ammantata di una cultura artefatta e plastificata, priva di radici e di memoria, tecnocrate e omologata, espressa in un frasario confuso, celebrata da intellettuali distanti dal resto e avulsi dalla quotidianità dei corpi, a loro volta interpretati da una classe politica educata cattolicamente alla dissociazione tra pensiero, linguaggio e azione e alla predilezione smodata per la metafora, legando a doppio nodo la politica alla immaginazione emotiva. Risultato: ha prevalso una democrazia formale e pataccara, nella quale è cresciuto il pensiero unico italiano, quello del tutto un’erba e un fascio, della maggioranza omologata che non sopporta nulla che sia diverso da sé stessa, dei processi sommari, della imposizione di coloro che rispondono alla chiamata, del burocratismo. Questa mistificazione è stato cibo quotidiano delle ultime generazioni italiane.

Attualmente, principale interprete di tutto questo magma sociale è il governo leghista-pentastellato,  lavatrice giustizialista delle onte subite dagli italiani, e pervicacemente orientato, ai fini del consenso, al coinvolgimento massificante, attraverso meccanismi virtuali  para-referendari che riducono artatamente la realtà ad un sì o ad un no e a poche scelte tra elementi già fissati da altri. Questo governo si mostra ritroso ai rapporti con le organizzazioni sociali ed economiche intermedie, che intraprende solo in ambiti contestualizzati, corporativamente fini a se stessi.  

Del magma sociale sa interpretarne le inquietudini ed usarne gli stigmi disumanizzanti e disumani, conducendo gli umori verso leggi e decisioni dai toni sempre più autoritari e fascisti, cementati con un continuo richiamarsi manipolativo “alla maggioranza degli italiani”, cercando di avvilire percettivamente qualsiasi opposizione.Vistosamente seri o col ghigno cattivo del vendicatore, la platealità di questo Governo si mostra anonima, uguale a chiunque del magma, ma sfoggiante un repertorio di frasi-slogan avulse dal ragionamento compiuto, basate su un misero vocabolario di lemmi che sollevano immagini emotive: famiglia, figli, casa, rom, straniero, tasca, furto, potenti, e così via fino alla parola contratto, con cui la politica si carica di cultura commerciale, e non certo filosofica, con il dettame della parola data, come se governare fosse una compravendita al mercato, rivitalizzando l’aberrante interpretazione populistica, berlusconiana e tecnocrate, che ha equiparato per molti anni il governo politico alla gestione di un’azienda. Una platealità studiata e attenta, che decuplica lo schema comunicativo della propaganda ossessiva, modulandola con un utilizzo massivo di tutti i mezzi possibili: televisione, radio, giornali, social, adunate pubbliche, riducendo il giornalismo, anche quello più vivace, a monotona cassa di risonanza di scarsissimo valore intellettuale.  

Un martellamento mediatico ingombrante che fa di pochi selezionati temi il mondo intero, nullificando le potenzialità di trasmissione interdisciplinare e umanistica  della moderna tecnologia, spegnendo le curiosità intellettuali, mietendo un pubblico informe ed emotivo, educato alla passività e alla compulsività (come da programma Licio Gelli) all’ombra delle televisioni commerciali e degli smartphone, principali riempitivi del tempo libero di milioni di italiani di ogni età. Pubblico omologato, senza più individualità distintive, senza più la pazienza necessaria alla comprensione, deprivato di qualsiasi attitudine alla concentrazione riflessiva, e di modestissime pretese: gli basta un like, un emoticon o un breve commento, per essere soddisfatto. Un magma molto lontano dal confronto dialogante e dalla costituzione della intelligenza collettiva.Il populismo non ha memoria, per questo è capace di declinare tutta la crudeltà possibile, la sua emotività non riconosce né la storia, né la critica, né l’autocritica: si ciba di capri espiatori.Il populismo non ha progetti entro cui pianificare azioni e compiere scelte, non gli interessa il futuro della umanità, ha naso corto e percepisce solo l’impellenza emotiva sfidante del momento, senza neanche presagire quel che potrà essere domani: non ha alcuna consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.Cadere nella ragnatela populistica è facile e richiede fatica e impegno il riuscire a mantenersene fuori.

Troppi sono coloro che, professandosi di sinistra, credono erroneamente di esserne immuni, che non capiscono dove finisce la passione ed inizia la reazione, che cercano facili consensi evitando le fatiche estenuanti del confronto dialogante, che alla fine si allineano al pensiero dominante con mille ipocriti passaggi. Non si interrogano, vivono l’oggi ritenendo superato il passato e guardano al futuro solo retoricamente: non sviluppano progettualità perché non hanno più memoria storica nemmeno su quel che sia stato il fascismo, su cui non producono critica ma solo enunciazioni retoriche e dunque non distinguono cosa sia e quali forme assuma oggi il fascismo: di fatto non sanno essere antifascisti. 

È questa dimenticanza/incapacità richiama alle responsabilità storiche della sinistra, troppo spesso negate e spianando la strada alle metamorfosi del fascismo, con cui camuffa i suoi cancri sociali oltre che criminali. Il ridimensionamento del pensiero critico e dell’intelligenza empatica, soggettivo prima ancora che collettivo, alimenta le logiche modali della omologazione e dell’autoritarismo. La prepotenza e la cattiveria sono dissimulate dal giustizialismo e il regime ritrova la formula del potere. In questo magma non resta altro alla sinistra che assumersi le proprie responsabilità,  ritornando al pensiero critico, alla riflessione sui rapporti che storicamente di manifestano nella società, all’impegno di studio ma restando ben dentro il mondo e non fuori di esso, alla costruzione di relazioni empatiche e passionali con la vita collettiva, rispettandone le preziose diversità che essa contiene e respingendo qualsiasi afflato di superiorità. 

La politica della sinistra non può prescindere dal riconoscersi di ognuno nell’altro. L’alterità è uno dei principali elementi della intelligenza collettiva, che si feconda proprio con l’incontro/confronto delle diversità, degli scarti, delle distinzioni, con cui si anima il mutamento storico inevitabilmente necessario all’esistenza umana e al suo processo evolutivo verso l’armonia. La corporeità è elemento indispensabile di tale socialità, e qualsiasi politica non può prescindere da essa così come non può prescindere dalla dialettica tra pensiero, sentimenti e percezioni/bisogni.È necessario dare vita a nuovi centri di socialità urbana, multifunzionali, intesi come spazi fisici e non virtuali, in cui ognuno con la propria individualità possa sentirsi parte attiva e partecipante di una elaborazione collettiva, necessaria alla ricerca creativa di nuovi linguaggi e di nuove risposte ai problemi. Su questa base di cultura democratica cambiare strutturalmente i partiti politici e i corpi intermedi, per dare valore e funzionalità alla democrazia rappresentativa e al Parlamento, così come delineati dalla nostra Costituzione, per le decisioni di bene comune che riguardano milioni di persone.Democrazia che non potrà realizzarsi senza recepire in tutte le istanze, politiche e sociali, l’urgenza della salute ambientale, da cui discendere la salvaguardia dell’acqua, dell’aria, di tutte le specie terrestri ed acquatiche, animali e vegetali, difendendone le diversità, gli scarti e i territori. 

Ciò significa assumersi il compito storico di costruire il superamento dell’economia di mercato, partendo dal contrasto del turismo consumistico, dello spreco alimentare, del consumismo, della produzione globalizzata, stando attenti a non cadere in derive di nuovo bigottismo puritano, ma restituendo al progresso tecnologico il compito strumentale di miglioramento della esistenza per tutti. Significa sperimentare creativamente forme di economia circolare, dove il riuso e il riciclo siano risposte contro lo spreco e il consumo irreversibile delle risorse.

Significa guardare alle altre culture e agli altri sistemi economici e culturali nello spazio e nel tempo, per confrontarsi paritariamente, senza preconcetti di potere, per trarre elementi e spunti per forme e organizzazioni di esistenza per proseguire il cambiamento storico verso una buona vita per tutti.La traduzione soggettiva di tutto questo è pensare consapevolmente alla propria quotidianità, a partire dal come e cosa si acquista e quando si consuma, considerarne gli effetti sociali, sperimentandosi in nuove e più soddisfacenti pratiche di vita, che mettano laicamente sullo stesso piano l’uomo e il resto. Attivare il pensiero e l’azione verso il progetto di una nuova società, in cui i valori di riferimento siano quelli di una nuova umanità, che si muova nella comprensione e nel rispetto delle differenze e su questo costruisca la libertà di ognuno.

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 9 ottobre 2018

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