Migranti e dignità, in Italia vuote parole della politica

Da molti giorni i media italiani dedicano molto spazio al Ministro Di Maio, che chiamando in causa la dignità, ha più volte indicato nella precarietà del lavoro la principale responsabile della privazione, del disagio e dell’allontanamento verso altri Paesi dei giovani italiani, dell’abuso di psicofarmaci e di altri comportamenti borderline. Superando per il momento la superficialità dello slogan ed evitando di risalire all’origine dell’Unità italiana, vi è da osservare che, dal secondo dopoguerra in poi, l’Italia meridionale ha conosciuto ben più drammatici esodi. 

Analogamente, anche diversi giovani dell’Africa subsahariana si allontanano dai propri Paesi, in cerca di un lavoro che dia loro un reddito e forse una vita migliore, spesso invogliati da venditori di biglietti di sola andata (come avveniva nelle campagne italiane meridionali sin dalla fine dell’800 allo scopo di riempire i bastimenti per le Americhe). Il Ministro Salvini sta lavorando da tempo su questo fenomeno, sollevando le più oscure paure e i sentimenti più retrivi e mai civilizzati degli italiani. Immolando sull’altare rom e migranti, capri espiatori di tutti mali privati e collettivi degli italiani, Salvini attraverso i media officia un rito sacrificale di purificazione collettiva, che tenta di cancellare una catasta di decenni di malgoverno e di corruzione. Degrado sociale di città, periferie e province, pochi e squalificanti servizi pubblici che negano la dignità di tutti, degrado ambientale, vita socialmente predestinata del “sei quel di dove nasci”, è quanto abbiamo ereditato dalla classe politica al governo dal 1945 in poi. Migranti e rom sono ormai lo specchio che riflette l’immagine della società italiana, degradata e degradante, che la politica vorrebbe censurare accelerandone il processo caotico di sgretolamento e di violenza.

Giovani africani migranti non certo benestanti, come invece la docente Anna Bono dell’Università di Torino li stigmatizza da anni sulla stampa italiana, equiparando acriticamente le condizioni economiche e sociali africane a quelle europee. Tra le tante sue interviste, una delle più illuminanti risale al 2015  rilasciata al Il Giornale, in cui la Bono certifica l’origine sociale dei migranti nel “ceto intermedio”, definizione ambigua e banalmente disorientante. Essa dice: “il fatto che possano pagare cifre molto alte dimostra appunto come in molti casi non siano i poveri a partire, ma chi è al di sopra della soglia di povertà”.

Tanta ovvietà vestita di scienza non può che stupire. La storia dell’emigrazione occidentale lo insegna: a partire non sono mai stati i disgraziati nullatenenti, che pure in Africa sono tanti. Basterebbe poco sforzo per recuperare la memoria sufficiente a comprendere che, oggi come ieri, l’emigrazione da almeno 2 secoli si fonda su famiglie e gruppi sociali di appartenenza che raccogliendo il poco di cui si dispone, pagano il viaggio  del congiunto migrante, poco importa se clandestino o meno, da cui si spera un ritorno economico in termini di rimesse, benefiche per le famiglie e per i miseri bilanci di molti Stati africani. Crescita e sviluppo di Pil (di cui Boni ha parlato in termini elogiativi in varie occasioni citando Nigeria, Senegal e altri) non sono sinonimi di equa e giusta ripartizione della ricchezza tra la popolazione e nei territori, mentre gli insediamenti delle multinazionali portano altrove la ricchezza prodotta o estratta e l’industrializzazione spesso è realizzata in un’ottica affaristica, che danneggia se non distrugge le economie locali e l’ambiente.    In altri casi, il migrante vende tutto quel che ha per capitalizzare il denaro necessario alla partenza. In alternativa, intraprende il viaggio a debito, scambiandolo con la propria libertà per periodi che ammontano anche ad anni, finendo in schiavitù, costretto ad arruolarsi negli eserciti ribelli oppure preso nelle maglie della tratta degli organi o della prostituzione. Altri vengono fatti viaggiare gratis, ignari che qualche macellaio li ha già venduti. Tanti muoiono lungo il tragitto o semplicemente spariscono.

Come diffuso da The Guardian nella Giornata mondiale del rifugiato, dal 1993 al 5 maggio 2018 i migranti e rifugiati documentati che hanno perso la vita provando a raggiungere l’Europa, sono stati 34.361: un elenco infinito di uomini, donne e bambini, creato dal network di 550 organizzazioni antirazziste, United for Intercultural Action, presente in 48 Paesi. Muoiono in mare, sui camion, uccisi nei campi o per odio di altri gruppi o per le condizioni di estremo stress. E molti sono coloro scomparsi e basta, non inclusi nell’elenco, i cui resti giacciono sui fondali del Mar Mediterraneo e del Mar Rosso, oppure nel Sahara. Con piglio positivista,  la professoressa di Storia e Istituzioni Bono viviseziona la materia umana, spiegando che i giovani migranti, quasi tutti scolarizzati, sono “in grande maggioranza partiti da centri urbani, dove avrebbero potuto continuare a vivere in situazioni che magari ai nostri occhi sembrano invivibili, ma che in Africa rappresentano già un traguardo rispetto alle centinaia di milioni di persone realmente in miseria” e ancora spiega che, quindi, sui barconi c’è “diciamo il ceto intermedio, che però teme di scendere di uno o più gradini nella scala sociale. E lì basta poco: una malattia, la perdita di un familiare ben inserito, un intoppo burocratico. E poi sono attratti dalla propaganda che dipinge l’Italia e altri paesi europei come l’Eldorado …”. Quel che non si capisce è per quale ragione un giovane solo perché africano dovrebbe accettare supinamente una sopravvivenza così difficile e insicura, a meno che non si chiamino in causa oscene argomentazioni razziste. Oggi i nostri giovani emigrano per molto, molto meno.

Preoccupa l’asportazione chirurgica dai tanti discorsi di qualsiasi riferimento alle responsabilità europee riguardo il dramma umano africano, così come il cinismo degli opinionisti che chiacchierano di interventi in loco, come se l’Africa fosse un modesto territorio e non un immenso e complesso continente. Interventi che generalmente si propongono di stoppare il fenomeno migratorio subsahariano verso l’Europa con accordi con i Paesi del Nord Africa, per centri lager di raccolta e detenzione dei migranti: cercare di migliorare la propria vita per l’Occidente è un reato. Tutto si limita a bloccare meccanicamente il fenomeno, senza mai soffermarsi sulle cause di un tale esodo, in un clima di collettiva omertà.

Da anni in Africa si abbandonano interi territori e villaggi per una siccità così feroce da veder morire di sete qualsiasi forma di vita. Una siccità disperante causata dal cambiamento climatico che ha sconvolto l’equilibrio monsonico e che sta desertificando immensi territori e sconvolgendo economie locali, sistemi sociali e relazioni umane di piccoli villaggi e città, privi di qualsiasi infrastruttura capace di arginare un tale dramma ambientale. Intere famiglie emigrano affollando le gigantesche miserabili baraccopoli delle capitali, dove l’infanzia impara in fretta ad inventarsi qualcosa da fare per pochi centesimi, se va bene, per poter sopravvivere, e se ci riesce continua a vivere alla giornata cercando di non morire di fame, motivo per il quale certo ad emigrare non ci si può proprio pensare.Spesso l’Occidente imputa alla corruzione la principale responsabilità di tale condizione, che pur esiste ed è imperversante, alimentata da un sistema direttamente collegato agli interessi economici europei ed internazionali, intrisi di logiche colonialiste ed etnocentriche. Poi ci sono le notorie politiche degli aiuti all’Africa, un fiume di soldi con cui ripulirsi dalle colpe producendo nuove forme di business: fondi in linea di massima riassegnati ad imprese europee o internazionali vincitrici degli appalti. Poi ci sono associazioni e chiese missionarie, le stesse che mandano nelle nostre case le pubblicità che mostrano i corpi e i volti della miseria africana, soprattutto infantile. In Europa l’uso delle immagini che identificano i minori in situazioni difficili sono vietate, ma evidentemente per gli africani si usa un metro diverso, che permette l’abuso indiscriminato delle immagini identificative, quali espediente emotivo mediante cui drenare milioni di euro in elemosina e sottoscrizioni individuali, in un business orgiastico che sfugge a qualsiasi forma di controllo. Da qualsiasi parte la si osservi, l’Africa è per l’Occidente un grande affare, economico, finanziario, religioso e sociale.

Chiedere scusa agli africani, assumersi le proprie responsabilità, riparare ai disastri commessi verso i popoli, gli habitat naturali e le risorse del continente africano, è possibile. Innanzitutto smettendo di esportarvi i nostri ribaldi faccendieri, affaristi, speculatori di ogni risma, distaccamenti militari di stato o di privati e persino cacciatori che vanno in safari ad ammazzare animali. In secondo luogo inibendo l’ulteriore ondata neocolonialista di diffusione del nostro distorto e dannoso consumismo: all’Africa non servono i bisogni indotti di inutili ed artificiali beni superflui che rendono ancor più miserabili, distruggendo ogni alterità e diversità che è alla base della ricchezza umana, come è già accaduto in Italia. 

All’Africa invece serve l’appoggio tecnico e tecnologico per affrontare la sua più grande emergenza: la scarsità di acqua. Costruire innanzitutto e prima di tutto acquedotti e creare buoni sistemi idrici di raccolta, conservazione e rifornimento, con estrema attenzione alla tutela ambientale, questo è quel che serve all’Africa per poter camminare da sola. Sono milioni gli africani al di sotto del Sahara che non sanno cosa significhi bere acqua pulita o disporre di acqua senza spostarsi a piedi o con qualsiasi altro mezzo ogni giorno per chilometri, carichi di contenitori di ogni tipo per raggiungere un pozzo, sperando di non trovarlo essiccato; che non sanno come affrontare la siccità e la desertificazione che avanza, se non spopolando immensi territori. Acqua per abbeverare gli animali e per irrigare piccoli orti e campi. Acqua per migliorare le condizioni igieniche e sanitarie. Da qui si deve partire. Da qui la vera rivolta di civiltà e di affermazione dell’identità africana. 
 

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 27 giugno 2018

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