Mozambico, quando i giacimenti producono miseria

Vale  20 miliardi di dollari l’investimento sospeso a tempo indefinito dal gigante francese Total in Mozambico, a causa dei gravi problemi di sicurezza, insorti nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del paese.

Una cifra che stride con le condizioni di vita della maggioranza della popolazione del Mozambico, paese tra i più poveri al mondo, indipendente dal Portogallo dal 1975, e dal 1995 membro del Commonwealth, primo caso di adesione di un paese fuori dall’impero britannico. Una scelta che apre corsie preferenziali agli interessi economici britannici e ai molti agricoltori bianchi profughi dallo Zimbabwe, a seguito del processo di riforma dei latifondi della ex Rhodesia, a cui le autorità del Mozambico hanno concesso la cittadinanza e le tenute agricole nel sud del paese.  

Cabo Delgado da area marginale ad area di risorse

Fino a pochi anni fa la provincia era nell’invisibilità della povertà, ma l’improvvisa scoperta di giacimenti di gas naturale tra i più estesi al mondo, un affare stimato 150 miliardi di euro, e di pietre preziose, in particolare rubini, l’ha messa al centro di ingenti investimenti internazionali. Da circa 10 anni, il governo della repubblica semipresidenziale mozambicana continua a sfollare  con la forza e la violenza gli insediamenti della popolazione, per dare in concessione i terreni alle multinazionali, per l’esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti. Senza alcuna politica di sostegno, gli abitanti sfrattati e privati del sostentamento agricolo e delle abitazioni, sono abbandonati a sé stessi, mettendoli così, inevitabilmente, sulla strada alla radicalizzazione.

Dal 2017 la provincia di Cabo Delgado è periodicamente teatro di insurrezione armata, guidata dal gruppo combattente, legato all’Isis dal 2018, al-Shabaab Abu Yasir Hassan. In oltre 3 anni, dalla città di Mocimboa da Praia dal 20 agosto 2020 sotto il pieno controllo di al-Shabaab ed il cui porto movimenta le merci per le attività offshore, il conflitto si è allargato a macchia d’olio, distruggendo e saccheggiando città e villaggi, con migliaia di morti e oltre 700.000 sfollati.

L’assalto di Palma

L’attacco armato coordinato di fine marzo di Palma, una città capoluogo di Cabo Delgado con 60-75.000 abitanti, a circa 2 km dal confine con la Tanzania e a 10 km dalla penisola di Afungi, dove insiste il più grande cantiere africano di LNG ed è localizzato il mega progetto Total, ha provocato l’evacuazione dei lavoratori stranieri delle società petrolifere, molti dei quali si sono asserragliati per giorni al Aamarula Lodge Hotel. Con un bilancio di centinaia di morti, alcuni decapitati, distruzione di veicoli e di edifici, saccheggio delle derrate alimentari e un numero imprecisato di dispersi, in preda alla disperazione migliaia di persone sono fuggite da Palma, su imbarcazioni piene fino all’inverosimile, soprattutto donne e bambini per giorni senza cibo né acqua, a bordo di veicoli o a piedi, intraprendendo un cammino di quasi 200 km nella boscaglia verso i centri abitati a sud, sopravvivendo con acqua e cibo di fortuna. Fughe che hanno causato ulteriori morti per stenti. Secondo il World Food Programme (WFP), principale organizzazione umanitaria delle Nazioni Unite, migliaia di persone sono ancora in viaggio. Il costante aumento degli sfollati interni sta determinando una situazione disastrosa, che si sta estendendo anche nelle province limitrofe di Nampula e Niassa. Il WFP ha chiesto ulteriori fondi per poter fronteggiare la drammatica crisi umanitaria, che ha bisogno di una copertura di almeno 10,5 milioni di dollari mensili, per nutrire, vestire e proteggere la popolazione in fuga, mentre a Maputo, capitale del Mozambico, si stanno raccogliendo fondi, una goccia nel mare dell’insicurezza alimentare conclamata di circa 950.000 persone.

Le pressioni internazionali per la sicurezza dell’area

Nel frattempo, le pressioni internazionali per la messa in sicurezza di Cabo Delgado si fanno sempre più forti, profilando ulteriori misure che impatteranno sulla popolazione e il potenziamento dei contingenti contractor, tra i quali la società sudafricana Dyck Advisory Group (DAG) che ha soppiantato la russa Wagner Group, e la Paramount Group, assoldate dal governo mozambicano.

La crisi di Palma, messa in sicurezza con l’uccisione di un numero “significativo” di combattenti come hanno fatto sapere le autorità mozambicane, ha messo a nudo i limiti del paese, che finora ha mostrato ferma volontà di assoluto controllo e comando su qualsiasi intervento umanitario e rifiutato “stivali stranieri” in Mozambico, ritenendo che la presenza militare di altri paesi peggiorerebbe la situazione, come dimostrano le esperienze fatte in altre parti del mondo. I critici  del governo collegano, invece, tale irremovibilità alla volontà di impedire sguardi esterni sul narcotraffico regionale, collegato a potenti interessi.

Tuttavia, sono sempre più evidenti segnali di apertura verso aiuti esterni provenienti dal SADC (Southern Africa Development Community) LINK , attualmente presieduto dal presidente del Mozambico, Filipe Nyusi, e dalle potenze occidentali. A giugno 2020, le autorità mozambicane hanno definito gli atti di violenza di Cabo Delgado come terrorismo, in sostituzione della definizione precedente di  banditismo criminale, privilegiando una impostazione militare del problema, che lo solleva da responsabilità sulla disaffezione della regione e sulla cattiva gestione della sicurezza.

Invece di favorire programmi sociali ed economici per promuovere sviluppo e stabilità, il governo del Mozambico sta militarizzando il conflitto, rischiando  di prolungarlo, in un cocktail micidiale di ricchezze naturali, instabilità, corruzione e interventi militari esterni, forieri di ulteriori disastri.

Nel marzo del 2020, gli Stati Uniti unilateralmente hanno emanato le sanzioni contro l’Isis-Mozambico, definita organizzazione terroristica straniera, e il suo leader, Abu Yasir Hassan, terrorista globale. Una iniziativa che ha sollevato diverse opposizioni, per il rischio di  ostacolare gli sforzi umanitari e le attività di disarmo, smobilitazione e reinserimento della popolazione. Recentemente, gli Stati Uniti hanno anche inviato forze speciali per l’addestramento delle truppe mozambicane, ma la situazione è molto delicata, e andrebbe gestita, secondo alcuni analisti, evitando elementi che possano far presentare il conflitto da parte dell’Isis come parte di una guerra globale contro gli infedeli, rendendolo attraente agli occhi dei veterani combattenti, anche se, secondo gli analisti, l’entità del coordinamento degli attacchi nel nord del Mozambico resta in gran parte sconosciuta.

E mentre aumentano le visite nel paese da parte di funzionari occidentali si fanno sempre più frequenti e l’ex potenza coloniale portoghese invierà in Mozambico 60 esperti militari, continuano i crimini di guerra contro i civili, comprese esecuzioni extragiudiziali e atti di tortura,  perpetrate pariteticamente  da combattenti, forze di sicurezza del Mozambico  e una società militare privata sudafricana assunta dal governo, come ha denunciato a marzo scorso Amnesty International.

A pesare sulla sicurezza del Paese non solo la radicalizzazione

Il grande assente in Mozambico continua ad essere un piano governativo che affronti la grave crisi in atto, tenendo conto degli aiuti umanitari, dello sviluppo locale, della creazione di posti di lavoro e del miglioramento di vita della popolazione.

Una crisi appesantita dalla pandemia Covid-19, dall’epidemia di HIV con 2,2 milioni di mozambicani positivi, il numero più alto al mondo dopo il Sudafrica, dalla crisi del debito rafforzata dal drastico calo della riscossione fiscale 2020 e 2021 a causa della riduzione delle attività per la pandemia e dal cambiamento climatico.         

I cicloni che devastano

Già nel 2019 i cicloni Idai e Kenneth, verificatisi a meno di due mesi di distanza, scatenarono piogge torrenziali tali da determinare “un oceano dentro il continente”. 7 province del nord del Mozambico si ritrovarono in una crisi umanitaria senza precedenti: vite umane spezzate, e migliaia di case, infrastrutture e 700mila ettari di coltivazioni distrutti. Il 90% delle infrastrutture di Cabo Delgado furono messe fuori uso,  mentre l’aeroporto e il porto di Pemba, capitale della provincia, furono totalmente distrutti.

In seguito, dopo il ciclone Chalane del 30 dicembre 2020, a gennaio 2021 è stato il turno del ciclone Eloisa, con venti di oltre 160 km orari, che dalla seconda città mozambicana di Beira, nella provincia di Sofala, ha proseguito verso il centro sud del paese, nelle province di Gaza, Inhambane, Zambezia e Manica. Fiumi esondati, frane di fango, villaggi completamente distrutti: oltre 250mila persone colpite, 7.200 abitazioni distrutte, abbattuti scuole, ponti e linee telefoniche ed elettriche. Eloisa ha distrutto attrezzature agricole, sementi, il raccolto agricolo di aprile e la semina successiva dei campi, trascinando nell’insicurezza alimentare milioni di persone nel paese.

Il progetto Mozambico LNG di Total

Nel 2019 Total rileva dal gigante statunitense Anadarko Petroleum Corp la quota di partecipazione al progetto on-shore  per circa 4 miliardi di dollari, comprendente anche la costruzione di un aeroporto e alloggi per i lavoratori, con  previsione di inizio esportazione del GNL entro il 2024.

A gennaio 2021 i lavori di realizzazione subiscono una prima interruzione di più settimane, per l’irruzione dei ribelli nella città di Palma, a cui è seguita quella di fine marzo, che ha indotto Total a dichiarare forza maggiore, “per proteggere al meglio l’interesse del progetto, finché il lavoro non può riprendere” si legge in una nota, assicurando che il finanziamento del progetto resta in vigore, benchè ne sia in corso la revisione dei tempi di realizzazione.

Mozambico LNG, che lo scorso anno nonostante il coronavirus aveva ottenuto quasi 16 miliardi di dollari di finanziamento da diverse banche, ha quindi concordato con i finanziatori di sospendere temporaneamente il prelievo del debito.

La normativa internazionale di forza maggiore mette al sicuro le multinazionali, ma non il governo del Mozambico, che deve sostenere i costi per garantire la sicurezza senza poter contare sugli introiti dei progetti GNL, che prevedeva  nell’ordine di quasi 100 miliardi di dollari in 25 anni. Intanto, il Fondo Monetario Internazionale a seguito delle sospensioni causate dalle insurrezioni armate, ha ribassato le previsioni di crescita economica del paese.

È stato temporaneamente sospeso anche il contratto della joint venture CCS JV costituita in Italia per l’ingegneria e la costruzione del progetto, tra Saipem SpA, McDermott International Ltd e Chiyoda Corp, mentre altri accordi potrebbero risolversi definitivamente pe ril protrarsi delle sospensioni.

Intanto, i mercati hanno risposto con manovre speculative sugli eurobond di 900 milioni di dollari del Mozambico con scadenza 2031.

La presenza italiana di ENI in Mozambico

Presente dal 2006, Eni  attualmente gestisce 5 concessioni offshore di esplorazione e sviluppo estese oltre 25.000 kmq. Nel 2017 ha sviluppato il progetto Coral South con cui ha realizzato una innovativo quanto gigantesco impianto industriale galleggiante (FLNG), il primo del continente e il terzo nel mondo, di capacità annua 3,4 milioni di tonnellate, alimentato da 56 pozzi sottomarini con start up 2022 per trattamento, liquefazione, stoccaggio ed export del gas, che sarà venduto, con gli altri concessionari dell’area, alla britannica BP sulla base di un contratto di 20 anni. Altro importante progetto in corso è Rovuma LNG, approvato dal governo mozambicano nel 2019, per la produzione, liquefazione e commercializzazione di gas naturale da tre giacimenti del bacino off-shore omonimo, che include la progettazione e la costruzione di due treni di liquefazione del gas, che produrranno ciascuno 7,6 milioni di tonnellate di GNL all’anno.

                                                                                         Giovanna Visco

NB: questo articolo contiene informazioni reperite da molti fonti differenti. Tra queste, Al Jazeera

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