Gig Economy: circolo vizioso di precarietà

L’economia dei lavoretti, quel modo di arrotondare le entrate con piccole quanto intermittenti prestazioni a pagamento basate sul “saper fare”, è stata per anni un rimedio ricorrente. Ma oggi l’irruzione dell’informatica ne ha cambiato irreversibilmente i connotati.

Come è distinta nel linguaggio internazionale,  la gig (si legge ghig) economy, o on demand economy, è l’intermediazione delle piattaforme digitali nel mondo dei lavoretti, che enfatizzando la transazione del servizio, ha impattato sull’universo dei rapporti interpersonali, marginalizzando e riducendo le persone a meri strumenti di business, con conseguenze inquietanti sulla dignità dei tanti per i quali la gig economy non è più un arrotondamento economico, ma l’unica possibilità di lavorare. 

È una pesca all’amo, per chi cerca e per chi offre prestazioni attraverso le  applicazioni elettroniche (app) delle piattaforme, nell’oceano demografico delle grandi città, in cui le relazioni dirette sono sempre più rade, la solidarietà scarseggia e il bisogno di sostegno o anche semplicemente la spinta al consumo si mercifica facilmente, all’ombra di permissive norme sul lavoro. 

Tuttavia ogni tanto si affacciano segnali che seppur con difficoltà mostrano che qualcosa dal basso si sta muovendo. A Londra, ad esempio, 2 coraggiosi  lavoratori hanno portato Uber in tribunale, scatenando un dibattimento che ha fatto cadere le argomentazioni del datore di lavoro elettronico. Il punto decisivo per il tribunale di un paese tanto liberista, è stato il controllo esercitato sugli autisti, attraverso turni e potere disciplinare, spinto fino all’estromissione dalla piattaforma del lavoratore “lavativo”.Il tribunale britannico si è determinato a dichiarare lo status di lavoratori dipendenti dei querelanti, con pieno diritto alla retribuzione minima e alle ferie pagate. Nonostante Uber abbia annunciato che andrà in appello, di fatto la sentenza ne ha sancito la responsabilità diretta sulla vita e sulle condizioni di lavoro degli autisti, aprendo così la strada ad una sorta di giustizia individuale nella gig economy (da non confondere con la sharing economy o economia della condivisione che è una forma di abbattimento dei costi e non di profitto), ancora molto lontana da un principio di equità e di uguaglianza.

Nella capitale europea del liberismo, Londra, da una inchiesta del quotidiano The Guardian,  Uber conta oltre 30.000 autisti privati, che a dire di questa piattaforma elettronica, non lavorerebbero duramente in suo conto, ma come liberi imprenditori di se stessi. Questo “principio di libertà”, che è alla radice della ideologia delle piattaforme della gig economy, radica sul fatto che gli autisti, pagando per accedere all’app che li collega alla giostra delle richieste di trasporto, assurgerebbero al ruolo di clienti e non di lavoratori, quindi niente contratti e tutele, né salari mensili, ma solo bassi emolumenti a cottimo per prestazione o nel migliore dei casi basse tariffe a ore. 
Tale fenomeno in crescita un po’ ovunque, sta profilando un’ampia classe sociale sempre più marginalizzata, una sorta di nuovo sottoproletariato urbano, a cui è negato l’accesso culturale e sociale al lavoro e dunque alla speranza di migliorare le proprie condizioni di vita, vanificando persino gli elevati livelli di scolarizzazione che spesso hanno i lavoratori europei coinvolti nella gig economy. Un problema che assume aspetti emergenziali, se si tiene conto della perversa ed iniqua distribuzione della ricchezza nel mondo, stigmatizzata recentemente anche dall’Oxfam che ha diffuso il dato agghiacciante di pareggio di ricchezza tra l’1% dei più facoltosi ed il 99% della popolazione mondiale. 
Il calo dei consumi al crescere del disagio economico danneggia le produzioni territoriali e l’occupazione ad esse collegata, a vantaggio delle grandi distribuzioni, che seguono logiche estremamente speculative, e delle piattaforme elettroniche, che frantumano i mercati dei consumatori locali per espandersi globalmente, con enormi profitti nelle tasche di pochi, tra cui i proprietari delle piattaforme elettroniche. 

La crescita spropositata di persone zombie, sulla soglia  della povertà o povere, sta depauperando le entrate erariali degli Stati europei e statunitensi e sta dilagando in paesi come l’India e in molti paesi africani, con tutte le declinazioni del lavoro precario ed a basso reddito – autonomo, temporaneo, a chiamata, interinale, a zero ore. 
Una condizione spesso nascosta dietro i rassicuranti dati di tenuta o di crescita occupazionale a scopo finanziario, a cui non interessa la qualità del lavoro, la sicurezza, il benessere lavorativo e naturalmente i livelli di reddito dei lavoratori.  
La gig economy cresce insieme alle altre forme del lavoro precario con un esercito di persone che per sbarcare il lunario svolgono fino a 4/5 “lavoretti” di piattaforme diverse al giorno, oppure sono sballottati qua e là a tempo determinato da un’impresa ad un’altra, lavorando senza poter discernere neanche il proprio datore di lavoro, per effetto delle scatole cinesi degli appalti e dei subappalti. Un esercito enorme di giovani e di meno giovani, donne  e uomini, tutti a basso reddito e a bassa qualifica, prevalentemente impiegati in Europa nel settore dei servizi della logistica e della grande distribuzione come magazzinieri e fattorini.

Negli USA numerose cause di lavoro di autisti Uber contro il datore elettronico hanno persino sopravanzato l’interesse mediatico verso le proteste dei tassisti contro la concorrenza della piattaforma. Il tribunale californiano ha sancito che il datore elettronico “non si limita a vendere software ma vende passaggi”, provocando un effetto a catena su altre piattaforme, alcune delle quali hanno già preventivamente cambiato lo status dei propri lavoratori, pur di evitare l’ingiunzione di un tribunale. 
Uno studio internazionale pubblicato dalla rivista BMC Public Health nel 2015 ha concluso che l’insicurezza  del lavoro rappresenta una minaccia alla salute della persona paragonabile a quella della disoccupazione.
Le aziende argomentano che la necessità di adattarsi ad una domanda sempre più volatile con improvvisi picchi e improvvise cadute, ha bisogno di lavoro flessibile/precario, confermando il trend mondiale di dissociazione tra produttività e reddito. Intanto cadono le capacità e le abilità professionali che sono premesse di innovazione, si rallenta la crescita professionale e precipitano i redditi pro-capite con conseguente sensibile aumento della volatilità nelle vite individuali. Un circolo vizioso disastroso per tutti se non sarà interrotto con decisione.

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 21 febbraio 2017 e pubblicato da Per le strade d’Europa

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