Mali: emigrazione e guerra. Due facce della stessa medaglia

Non ha sbocchi sul mare l’estesa terra del Mali, grande 4 volte l’Italia (oltre 1.200.000 km²). Desertico o semiarido, irrigato solo per il 10%, con clima a Nord sahariano e a Sud savanico, il Mali è attraversato nella parte meridionale per 1.700 km dal grande fiume Niger, arteria primaria di cibo, acqua e comunicazione. La linea di confine del paese si allunga per oltre 7.000 km toccando sette Stati: Algeria, Mauritania, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Niger. Ma non è tutto. La povertà del Paese, uno dei più poveri del mondo, nato dalle ceneri del colonialismo francese nel 1960, si sta aggravando per l’emergenza ambientale causata dal cambiamento climatico globale, che ha ridotto le piogge del 30% in 15 anni, determinando una cruenta e perdurante siccità .

L’arretratezza del paese prevalentemente agricolo (34% del suo territorio – stima FAO Anno 2012), esportatore di cotone e terzo produttore africano di oro, spinge la popolazione a deforestare circa 400.000 ettari di territorio all’anno per 6 milioni di tonnellate di legno, erodendo costantemente il patrimonio forestale del Paese, che, da stima FAO 2012, copre appena il 10% del territorio dello Stato.

Dall’Atlantico al Mar Rosso, il Sahara africano sta avanzando verso Sud al passo di 48 km all’anno, spingendo le comunità a spostarsi su terre già occupate da altri. Come riporta Al Jazeera, gruppi dall’Algeria e dal Niger in cerca di acqua e pascoli si stanno portando verso le terre del Mali, già insediate da tribù Tuareg; una miccia, che rischia di innescare nuovi conflitti.Un recente studio nell’area, condotto dal Brookings Institute, rileva che per ogni punto incrementale del rapporto temperatura/caduta piogge, la frequenza degli episodi di violenza sui confini cresce del 4%, mentre quella tra gruppi – come avviene in Mali – del 14%. Secondo il prof. Steve Harmon della Pittsburgh State University, la scarsità di acqua è stata una causa scatenante dell’ultima rivolta Tuareg in Mali, la quarta dall’indipendenza.  A seguito della siccità e della perdita del bestiame nel Sahel negli anni ‘70 e ‘80, molti Tuareg trovarono un’alternativa in Libia al servizio delle forze di sicurezza dell’ex leader Gaddafi. Dopo la sua caduta nel 2011, buona parte di essi è tornata a casa armata e senza reddito, aumentando le tensioni sociali e politiche.

Dai dati FAO, oltre il 10% della popolazione di 16 milioni di abitanti del Mali è denutrita e 5 milioni di persone sono senza acqua. Nel 2014 il PIL PPP del paese è stato di 27,3 miliardi di dollari, concentrato in pochissime mani. Molti maliani emigrano dal loro paese, che condizionato dalla posizione geografica, è anche un importante crocevia dei flussi migratori sub-sahariani diretti in West Africa (Mauritania, Senegal, Guinea, Gambia) in Maghreb e da lì in Europa. In Mali approdano anche i flussi inversi,  quelli dei clandestini respinti. I maliani all’estero – stimati circa 4 milioni, di cui oltre la metà nei paesi del West Africa e circa 200.000 in Europa – costituiscono una delle principali risorse economiche del paese per il consistente flusso di denaro inviato alle famiglie, circa 800 milioni di dollari all’anno, che rappresentano anche un business bancario importante per le commissioni sui trasferimenti. Ma la recente e lunga crisi economica occidentale ha depauperato le rimesse degli emigranti e tagliato gli aiuti finanziari dell’Unione Europea e della Francia, spesso strumenti di concertazione e di contrasto all’emigrazione clandestina sub-sahariana in crescita. Con un finanziamento iniziale di 10 milioni di dollari, nel 2008 l’UE ha inaugurato a Bamako, capitale del Mali, il progetto CIGEM, Migration Information and Management Centre, per informare e assistere  l’emigrazione legale; contemporaneamente, ha contribuito ad una campagna informativa nazionale sui pericoli della immigrazione clandestina lanciata dal governo del Mali, attraverso il Ministero per l’Integrazione all’Estero ed in Africa dei Maliani (MMEIA), finanziato anche dall’International Organization for Migration (IOM).

Ma il vortice della miseria rende inefficaci anche le restrizioni più dure: il tentativo di molti di raggiungere l’Europa continua anche a costo della propria vita. Come riportato da una recente inchiesta giornalistica del The Guardian, gli emigranti sub sahariani sono molto determinati, così come le loro famiglie che stentatamente devono racimolare più di 1000 dollari per pagare il viaggio di trasferimento. In cerca di lavoro e di indipendenza, gli emigranti che sbarcano sulle coste europee prima di prendere il mare hanno già attraversato il Sahara, che spesso uccide più del Mediterraneo. Dall’inchiesta del The Guardian risulta che la scelta di migrare non è solo una fuga dalla povertà, ma è anche il rifiuto consapevole delle ingiustizie, indegnità, impunità e corruzioni istituzionalizzate. La vita quotidiana in Mali non solo è inquinata dal forte nepotismo esercitato soprattutto nel lavoro, ma anche da pratiche che vanno dall’acquisto del ticket per fare la fila in ospedale, ai 600 dollari obbligatori per conseguire il baccellierato (diploma per merito), fino al listino bustarelle della polizia stradale. Dopo la vittoria elettorale a Presidente della Repubblica nell’agosto 2013, Ibrahim Boubacar Keita acquistò un jet presidenziale da 40 milioni di dollari, nonostante il Mali ne avesse già uno. L’Unione Europea, che dagli emigrati ricava enormi gettiti contributivi ed erariali, versa al Mali sotto forma di aiuti circa 900 milioni di dollari all’anno, che in gran parte si perdono nelle maglie della corruzione.

In assenza di alternative occupazionali, il sogno di molti ragazzi maliani è di entrare nell’esercito, ma che resta mortificato dagli imbrogli del sistema di accesso; mentre le ragazze, il cui tasso di analfabetismo sfora l’80%, sono tagliate fuori da qualsiasi speranza di lavoro minimamente qualificato. Un impiegato nel settore pubblico guadagna circa 84 euro al mese ed il Governo ha impedito recentemente ad una compagnia mineraria di innalzare il salario minimo a 130 euro mensili, per tema di sollevare rivendicazioni in altri settori. Nel Nord del Mali, lo scenario principale degli scontri armati nel paese, un operaio per la costruzione di un muro riceve 2 dollari al giorno con contratto a termine di 40 giorni. Per molti in Mali, emigrare o unirsi ad un gruppo armato per un po’ di cibo o di salario o per un’arma stanno diventando le uniche soluzioni pratiche. Molti migranti sono giovani diplomati, e sempre più sono quelli di passaggio che decidono di fermarsi per unirsi a gruppi jihadisti nel Nord del Mali. La meta dei flussi di migranti è il Maghreb, ma anche lì la disoccupazione soprattutto giovanile è in crescita. Se dunque non si trova lavoro, si passa all’Europa.

Ma mentre i molti si allontanano, altri arrivano, complicando le emergenze sociali del paese.  Sono gli espulsi sub sahariani dall’Europa, dal Maghreb e dal resto dell’Africa. Centinaia di migranti clandestini, intercettati e bloccati in Mauritania, Algeria o Libia vengono scortati ed abbandonati nel mezzo del deserto al confine con il Mali o, in alternativa, legati, imbavagliati e caricati su aerei cargo per Bamako. Maliani rimpatriati parlano di raid massicci, trattamenti degradanti e lunghi periodi di detenzione prima di essere riportati nel paese di origine senza un soldo. Le violazioni sono ampiamente documentate, ma né l’Europa né le organizzazioni internazionali si sono attivate per impedirle, mentre le associazioni di volontariato locali a mala pena riescono a dare a pochi fortunati una prima assistenza per un ritorno a casa. Tuttavia, l’Unione Europea ha finanziato strutture di detenzione per emigrati clandestini in attesa di rimpatrio forzato in Libia e in Mauritania. Risultato: i migranti forzatamente rimpatriati, nella maggior parte dei casi, si ricongiungono indigenti alle loro famiglie nelle remote località rurali di provenienza solo dopo vari anni.

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 31 maggio 2015

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