Libano: nell’attesa degli aiuti in grano dall’Ucraina crollano i silos nel porto di Beirut

A poche ore dalla partenza dal porto di Odessa della prima nave cargo dall’inizio del conflitto russo -ucraino, e diretta al porto libanese di Tripoli (si tratta della bulk carrier m/v Razoni del 1996, battente bandiera della Sierra Leone, carica di oltre 26.000 t. di mais), nel porto di Beirut si compiva un ennesimo disastro. Nel principale porto del Libano domenica 31 luglio è crollata una sezione dell’enorme impianto silos che il 4 agosto del 2020 resistette a una delle più potenti esplosioni non nucleari mai registrate, come sottolinea Reuters, proteggendo in tal modo  dalla distruzione Beirut ovest. Le immagini mostrano una una gigantesca nuvola di polvere spessa e grigia che si è riversata anche sulla capitale.

Un disastro, di cui al momento non ci sono notizie di morti o feriti e che sembra un monito a pochi giorni dall’anniversario del 4 agosto, causato da un incendio indomato per settimane, generato dall’autocombustione per il caldo torrido di migliaia di tonnellate di grano e mais ancora stipate in quei silos e andate in fermentazione, secondo fonti ufficiali. Ma parte della popolazione non ne è convinta.

Lo scorso aprile il governo provvisorio libanese aveva deciso di demolirli, ma le proteste delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti avevano determinato la sospensione del provvedimento. Chiedevano di preservare la struttura, per eventuali prove utili alle indagini e per consacrarla a memoriale della tragedia. Ma il governo per tutta risposta, la settimana scorsa non ha adottato una legge di conservazione dei silos, che da tempo si stavano lentamente inclinando e che il comitato delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti aveva chiesto la loro messa in sicurezza con il puntellamento, onde impedirne il crollo. Ma, dopo aver  illuminato di arancione numerose notti del porto e diffuso miasmi mefitici sulla città tanto da spingere il governo a raccomandare alla popolazione nei pressi del porto di non uscire e di non respirare quell’aria, l’incendio ha fatto collassare parte della struttura, cancellando anche ogni traccia di quel 4 agosto, quando un deposito di nitrato di ammonio immagazzinato dal 2013 in modo non conforme, esplose, causando oltre 200 vittime, oltre 6.000 feriti e gravi danneggiamenti alle abitazioni di interi quartieri. Ora aleggia tra molti libanesi il sospetto che esso sia di natura dolosa e che non sia stato volutamente domato.

Gli accertamenti sulle responsabilità dell’immane disastro del 2020, di cui questi silos erano le uniche testimonianze infrastrutturali rimaste, hanno dovuto svolgersi in un contesto istituzionale ostile e poco collaborativo, e l’inchiesta risulta sospesa da dicembre scorso, dopo che alti funzionari indagati hanno intentato azioni legali contro il giudice a capo dell’indagine.

Ora Tripoli aspetta il carico della nave rinfusiera Razoni da stoccare nei suoi silos portuali, necessario a calmare la fame del paese, che secondo la Banca Mondiale è in preda a una delle peggiori crisi finanziare mondiali in oltre 150 anni. Il grano proviene da un porto di un altro paese altrettanto dilaniato. Sembrerebbe una metafora, fatta per spingere il genere umano a interrogarsi su dove stia portando mondo.

L’accordo  che ha reso possibile il viaggio della Razoni è stato  mediato dalla Turchia con le Nazioni Unite, firmato lo scorso 22 luglio a Instabul separatamente da Russia e Ucraina. E’ motivato con la sicurezza alimentare globale, per scongiurare ondate migratorie verso l’Europa e la Turchia – non ci sono buoni in questa storia – e  consente all’Ucraina, quarto esportatore mondiale di mais, di esportare dai porti sul Mar Nero 22 milioni di tonnellate di grano e altri prodotti agricoli e anche alla Russia di esportare senza rischi di sanzioni finanziarie grano e fertilizzanti, di cui è il principale esportatore mondiale.

Altre 16 navi bloccate dallo scorso 24 febbraio a Odessa potranno salpare cariche di commodity alimentari. Il ministro delle infrastrutture ucraino Oleksandr Kubrakov ha dichiarato che lo sblocco dei porti consentirà all’Ucraina un’entrata in valuta estera di almeno 1 miliardo di dollari – chissà come li spenderà dato l’incedere della guerra che scelleratamente ancora non trova sbocchi per le trattative di pace – e di pianificare le semine e i raccolti per il prossimo anno.

Martedì 2 agosto la nave attraccherà a Istanbul, per un’ispezione di funzionari russi, ucraini, turchi e delle Nazioni prima di poter proseguire alla volta del Libano.

Ma intanto, chi ascolterà le grida di dolore dei milioni di corpi uccisi dalla guerra, dalla miseria e dalle speculazioni?

                                                                                             Giovanna Visco

Foto di copertina di Al Arabya

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