Europa, una bandiera da raccogliere e portare avanti

A breve ci sarà la chiamata elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. Per la prima volta da quando si è costituita l’UE, il dibattito pubblico in Italia, come in altri paesi, si è allargato ad un più vasto pubblico, sollecitato da strumentali populismi, che deviano su valutazioni assolutistiche e divisive una sana e necessaria riflessione, e tendono a compromettere qualsiasi costruzione comune.
La mancanza di approfondite riflessioni allargherà il vuoto di idee e di valori, nel quale ancora una volta, la scelta elettorale dei cittadini europei si compirà in un contesto di insensata emotività, indipendentemente dalla scelta.L’Unione Europea è attraversata da profonde contraddizioni. In parte esse sono frutto del cambiamento rivoluzionario di portata globale, che per la prima volta vede su base democratica, libera e pacifica l’unione di 28 Stati sovrani in un’unica organizzazione, che necessita di tempo e confronto interno per costruire solide basi comuni di progresso sociale, economico e civile delle popolazioni, nel rispetto delle diversità. In parte, invece, le contraddizioni riflettono le tensioni internazionali esterne, che contrastano ed ostacolano questo nuovo soggetto geopolitico, potente sotto il profilo economico e con prospettive di strutturarsi anche sotto il profilo costituzionale e militare.La caratteristica pregnante della Unione Europea di questo tempo è il suo forte attivismo economico-finanziario, che si scarica sugli squilibri interni dei singoli stati, dando luogo ad un confronto spesso lacerante tra unità, libertà e concorrenza, che ha bisogno di trovare sintesi attraverso principi ed ideali comuni, molto difficile da raggiungere in un sistema neoliberista. Un attivismo che sopravanza i risultati ottenuti finora dall’UE per una cittadinanza europea, che in termini di giustizia, servizi e diritti hanno prodotto molti progressi legislativi anche in Italia. Certo, cittadinanza intrecciata alle esigenze del mercato liberista, ma che comunque nelle società europee contrastano la cristallizzazione di molte forme di oppressione e favoriscono, almeno formalmente, cambiamenti modernisti e democratici. Una cittadinanza moderna, che si scontra con il persistente conservatorismo reazionario di portati culturali arretrati ancora sopravviventi, rappresentati in Italia da Lega e Movimento 5 Stelle. Modernità e democrazia che non sono primati liberisti, ma elementi costitutivi anche di una visione socialista, che aspira al costante progresso di una umanità senza sfruttamento e sopraffazione, libera ed ambientalista, costituendo così un terreno comune di lotta, in momenti storici difficili come questo che stiamo attraversando.Negli anni, grazie alla UE molti aspetti della condizione di vita sono cambiati in meglio, e per la prima volta si sta imparando a vivere entro la coesistenza di Stati diversi, anteponendo la ragion di pace a quella di Stato, ed allontanando invasioni, guerre, distruzioni e morti che per secoli hanno caratterizzato tragicamente la storia del vecchio continente. Ma questo processo complesso, non lineare e per nulla scontato, sta affrontando da 12 anni la crisi economica internazionale più pesante dal 1929, su cui si sono compiute scelte, come la Brexit, la troika greca, il pareggio di bilancio degli Stati sovrani, che hanno evidenziato limiti e incapacità di un sistema puntato tutto sul primato tecnico della finanza e della economia. Sono spuntati come peste bubbonica sulla pelle di milioni di europei enormi dislivelli nella distribuzione della ricchezza, che avevano illusoriamente creduto che si fossero ridimensionate, se non debellate, le principali asimmetrie di potere e di ricchezza nella popolazione. Per la prima volta dal secondo dopoguerra, gli europei hanno visto in faccia la globalizzazione in casa propria, e sperimentato gli effetti negativi della accumulazione dei capitali grazie all’estensione dei mercati. Si sono visti gli effetti della terziarizzazione della società, con il trasloco delle industrie produttive in aree lontane con condizioni di arretratezza e di sfruttamento. Si sono spalmati a livello mondiale i poteri di acquisto che determinano i grandi profitti degli investimenti, divaricando la forbice della concentrazione della ricchezza e creando nuovi canali di sfruttamento: investimenti finanziari in altri investimenti finanziari, in un gioco d’azzardo partecipato sempre dagli stessi soggetti, che ha creato un mercato parallelo anche monetario indipendente dalla economia reale e dai redditi sempre più miseri e precari della stragrande maggioranza della gente. In sintesi, la crisi ha rotto la tranquillità delle società europee, allor quando il modello di sviluppo delle economie sovrane basato scelleratamente sul debito e sulle internazionalizzazioni è imploso, creando caos e disorientamento che stanno ricompattando le spinte reazionarie. 

Il gruppo dei Paesi Visegràd – alleanza politica e culturale pan-nazionalista nata nel 1991 tra Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria – entrato in UE il 1° maggio 2004, ha ulteriormente accentuato le contraddizioni e le debolezze della Unione in crisi economica. Dopo anni di ingenti finanziamenti comunitari volti a modernizzare in chiave europeista questi paesi e di imprese europee qui delocalizzate per convenienze molto profittevoli (costo del lavoro più basso, agevolazioni fiscali, vicinanza geografica ai mercati di casa propria, ecc.), alla sollecitazione degli altri Stati sovrani in crisi di colmare gli squilibri interni, il gruppo si è chiuso a riccio. Si oppone a regole e riforme di recupero dei dislivelli, che riporterebbero indietro un po’ di capitali distolti dalle attività domestiche di altri paesi europei, con grave danno in termini di crisi economiche ed occupazionali in molti territori, impossibile da sanare per l’incedere della crisi internazionale. Rincalzato dal populismo che stolidamente non lo abbandona da secoli, il gruppo Visegràd dopo aver cavalcato opportunisticamente la speculazione economica senza avviare politiche interne di progresso sociale e civile, adesso rivendica da soggetto spurio lo statu quo, profilandosi  pedina per chi proprio non vuole nel panorama internazionale l’Unione Europea. Tra questi la Russia di Putin e gli Stati Uniti di Trump, alleati nello indebolire l’egemonia economica e culturale del vecchio continente.

Putin, coerentemente alla tradizione mai interrotta dall’epoca zarista, finanzia la propaganda dei movimenti sovranisti in tutto l’Occidente inclusa l’Italia. Trump attacca reiteratamente la testa di ponte europeista: la Germania – il più recente è il ventilato ritiro dei 35.000 soldati statunitensi Nato dislocati nelle basi tedesche, preludio di ritiro della delega a garante del sistema euro-atlantico della Germania – e lavora di fianco con il Gruppo Visegràd. Risponde a questa logica la mossa da parte del reazionario Netanyahu, di coinvolgere il blocco Visegràd in questioni di politica internazionale fuori dal contesto europeo, come quella delicatissima sull’Iran. Proprio sull’Iran e sulla vicenda JCPOA, l’accordo sul nucleare negoziato da Obama nel 2105, si è consumato uno scontro frontale: da una parte Trump, che ha rigettato come carta straccia l’accordo e imposto pesantissime sanzioni internazionali collaterali per determinare l’isolamento economico e politico dell’Iran; dall’altra Francia, Germania e Gran Bretagna, che opponendosi al dictat commerciale statunitense hanno lanciato un sistema di transazioni alternativo al dollaro, l’Instex. Tale sistema, sebbene abbia avuto scarsa portata commerciale, ma non umanitaria consentendo l’arrivo degli aiuti nel paese sciita in profonda difficoltà economica, per il timore delle grandi aziende delle ritorsioni Usa, ha un enorme valore simbolico per l’Europa, ma anche per la Cina, che da anni sta tentando l’affermazione dello yuan come valuta di scambio internazionale alternativa/concorrente al dollaro, già utilizzato da tempo sul mercato londinese, la cui Borsa è di proprietà di quella di Shangai. Ma dopo tutto qualcosa pur si è costruito in Europa, e le politiche di Trump, sebbene non manchino di fiancheggiatori, trovano forti resistenze: una per tutte la recente andata a monte dell’incontro ufficiale di pianificazione difensiva e collaborativa fissata a Tel Aviv tra il gruppo dei paesi Visegràd e Israele di Netanyahu, per la cancellazione del viaggio all’ultimo minuto del leader polacco Morawiecki. Una decisione ufficialmente giustificata con polemiche antisemitiche, ma che in realtà rivelano che anche per i sovranisti rompere con l’Ue significa perdere il loro unico potere contrattuale in un quadro geopolitico di economia globalizzata.  Tuttavia sulla scena internazionale, a fianco delle tradizionali strategie geopolitiche, emergono quelle algoritmiche, le cui piattaforme non sono sufficientemente regolamentate e urge presidiarle democraticamente, per impedire concentrazioni di poteri intollerabili quanto pericolosi. Le grandi potenze attraverso una presenza virtuale spinta nelle reti social, ormai tendono a condizionare ed egemonizzare le pance e le disaggregazioni dei cittadini di ogni luogo. Un potere che prospetta nuovi orizzonti, che già si sperimentano a livello avanzato anche in Europa: non solo il condizionamento del referendum che ha fatto prevalere la Brexit, ma più compiutamente in Italia con la riforma parlamentare che in sordina stanno conducendo i 5 stelle con questo governo, che intenderebbe mettere a sistema il rapporto tra composizione dei collegi elettorali e la riduzione del numero di parlamentari, dando il potere al governo di decidere a tavolino gli esiti elettorali e il controllo del Parlamento, uno provvedimento fondato sugli algoritmi. 

La Cina, invece, è zeppa di capitali e di industrie occidentali, a cui il suo attivismo infrastrutturale è fortemente funzionale. Non a caso Trump le sta battagliando contro per le questioni commerciali. Intanto, in Medio Oriente, dove si gioca una buona quota della partita energetica globale, Russia e Usa sviluppano strategie di controllo che disaggregano militarmente i territori e gli stati, mentre  Israele di Netanyahu continua scelleratamente ad allargarsi, occupando illegalmente i territori che non rientrano nei propri confini politici ed usando come colonia lo Stato palestinese. In Centro e Sud America invece gli Stati Uniti, funzionalmente all’instabilità dei mercati, lottano perennemente con qualsiasi mezzo per il controllo economico e politico, contrastando e soffocando l’autonomia politica, il progresso economico e civile indipendente e la nazionalizzazione delle risorse: la recente crisi venezuelana è solo un esempio di un lungo campionario. In Africa il sistema economico colonialista europeo non è mai cambiato, contagiando gli Stati Uniti, divenuti realmente indipendenti sulla scena internazionale con le due guerre mondiali del ‘900, e le altre potenze quali Russia e Cina. Oggi in Africa il nuovo imperialismo è basato sul debito sovrano degli stati e sulle politiche monetarie internazionali, in cambio di acquisti, concessioni e appalti a buon mercato.L’Unione Europea insiste, dunque, in uno scenario internazionale inquietante, instabile e dilaniato da questioni aperte e mai chiuse nemmeno dal massacro delle due guerre mondiali del ‘900, ma è anche l’unico serio tentativo continentale di costruire egemonie all’interno di un perimetro di pace, che mette in ombra le logiche e gli apparati militari degli Stati sovrani, che se dovessero prevalere scatenerebbero una guerra ancor più distruttiva delle precedenti, per le potenti armi di cui dispongono. La difficoltà principale è costituita dalla sua profonda antinomia: da un lato mantenere un livello di vita minimamente accettabile per la maggioranza, salvaguardando l’ordine pubblico e contenendo le derive divisive sovraniste; dall’altro mantenere gli squilibri basati sul debito sovrano e sulla detenzione azionaria delle banche europee. Una antinomia che non è di natura politica ma economica, radicata nelle contraddizioni del sistema capitalistico maturo, che continua a diffondere idee di maggiore liberalizzazione attraverso organismi economici internazionali come l’Ocse, il FMI e la Banca Mondiale, e a strumentalizzare gli andamenti del Pil, l’indicatore più popolare della logica liberista di crescita e sviluppo indipendente dal benessere collettivo, generando contese tra stati sul piano internazionale. Gli attacchi dell’Italia alla Francia di questi ultimi mesi ne sono un esempio, che mistificano la contesa del Nord Africa e dell’Africa subsahariana per la vendita di armi, per gli appalti infrastrutturali, per gli accordi commerciali e per le concessioni minerarie ed agricole. Non è un caso se il governo italiano attuale,  accentratore e sovranista, deformando la democrazia della repubblica italiana,  abbia di fatto quasi abolito la funzione del Ministro degli Esteri, avocandola, come di molte altre, al Presidente del Consiglio Conte, un uomo sbucato dal nulla non identificabile politicamente, collegato al potentissimo giurista Guido Alpa, Cavaliere della Repubblica, Cavaliere del Santo Sepolcro, Commendatore di San Gregorio Magno, più volte membro di varie Commissioni ministeriali, nominato in diversi cda rilevanti, tra cui banca Carige.  L’antinomia che pervade l’UE è stata aggravata dalla Brexit, risultato a sorpresa mediato dall’inquinamento della rete social di cui detto in precedenza, che al di là delle questioni tecniche e economiche del distacco, incide sugli equilibri politici interni della Unione Europea, determinando una accentuazione di peso di Germania e Francia, quali principali potenze europee, funzionale alle strumentalizzazioni sovraniste. Ad Aquisgrana, città simbolo della nascita del Sacro Romano Impero, sede imperiale da Carlo Magno e di trattati di pace di guerre europee, il 22 gennaio scorso il presidente francese Macron e la cancelliera tedesca Merkel hanno firmato un trattato di cooperazione, che rinnova e completa quello precedente dell’Eliseo del 1963 tra De Gaulle e Adenauer. Un trattato di cooperazione bilaterale tra i due paesi che contiene progetti di coordinamento militare, di integrazione economica digitale e infrastrutturale e che istituisce una assemblea parlamentare comune. La portata politica di questo accordo sovranazionale tra i due principali Stati sovrani europei, che non pone alcun paletto all’ingresso di altri Stati europei, irrompe sulla scena scompigliando gli schemi Visegrad e dei populismi sovranisti che stanno attraversando l’Europa, delineando una nuovo polo attrattore politico di grande peso. In potenza il trattato di Aquisgrana supera l’impostazione finanziario-economica dell’Unione Europea, mentre nell’attualità è uno strumento con cui poter affrontare possibili scenari disaggreganti post elettorali della Unione Europea, se il sovranismo e il populismo talvolta eversivo, del modello Visegràd dovessero prevalere. 

Aquisgrana è una interessante rottura degli schemi strategici di chi vorrebbe dissolvere l’Unione degli stati europei, strumentalizzandone le sue componenti più arretrate,  su cui la destra ha speso grande verbosità, richiamando vecchi rancori invidiosi verso la Germania, accusandola di aspirare ad un seggio permanente all’ONU. Ebbene, la strategia di Aquisgrana non solo può rappresentare una via di contenimento della barbarie sovranista, ma potrebbe essere la partenza di una costruzione politica, unitaria e federalista dell’Europa, su basi più politiche e rispondenti ai bisogni delle popolazioni.Per assolvere al compito storico di portare le popolazioni verso un progresso di pace, l’unità europea non può esimersi dall’immettere contenuti politici federalisti, di superamento dell’escludente ambito economico-finanziario, dando forma e sostanza alla idealità e alla speranza che individua nell’uomo e non nella sua cultura nazionale le ragioni della parità, superando e contrastando la violenza e gli inumani egoismi prodotti dal sistema capitalistico. L’unità europea ha bisogno di nuovi orizzonti economici e politici, in cui non trovano spazio liberalizzazioni selvagge, tagli dei servizi pubblici, iniqui privilegi fiscali, corruzione e evasioni fiscali. L’unità europea ha bisogno di una bandiera in cui siano inscritti i principi di libertà, solidarietà, giustizia, equità, sotto cui aggregare popoli e bisogni, richiamando quegli elementi positivi della cultura occidentale capaci di cambiare e di fare la storia. È una sfida delicata e difficile, ma non impossibile, come mostra la storia ogni qualvolta i popoli si sono mossi compattamente per cambiarne il corso.

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 10 marzo 2019

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