Indonesia: le mille contraddizioni della crescita economica

Il Sud del mondo detentore di materie prime è sempre più proattivo nelle reti geopolitiche e geoeconomiche delle catene di fornitura globali. I singoli Paesi, pur tra mille contraddizioni, sono fautori di politiche sempre più indipendenti, come l’Indonesia, un arcipelago nel centro dell’Indo-Pacifico, di grande complessità  geografica, formato da oltre 18.000 isole in gran parte senza nome.

Non è chiaro quante di esse siano abitate: le stime variano da meno di mille a settemila, ma il dato complessivo della popolazione attesta il paese al quarto posto della classifica mondiale, con quasi 284 milioni abitanti.

L’isola principale è Giava, la più popolosa al mondo, dove la Cina ha costruito la prima ferrovia ad alta velocità del Sud-Est asiatico, la Whoosh, che collega la capitale di oltre 660 km2, Giacarta, a Bandung; ora in fase di negoziato per la sua estensione a Surabaya.

Membro del G20, principale economia dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations con 10 Stati membri) – terza area di libero scambio dopo UE e USMCA –  e da questo anno membro BRICS, l’Indonesia punta allo status di nazione sviluppata entro il 2045. Le prospettive sono incoraggianti con il pil in crescita costante, che Banca Mondiale pronostica nel triennio 2025-2027 al +4,8% annuo; ma l’ex generale Prabowo Subianto, da ottobre 2024 presidente e capo del governo del paese, con ben 48 Ministri e 56 Vice Ministri, guarda oltre: entro il 2029 con investimenti pubblici ed export vuole traguardare il +8% di pil.

Al nuovo fondo sovrano Daya Anagata Nusantara Investment Management Agency (Danantara), con 47 imprese statali raggruppate in un unico sistema amministrativo, toccherà investire nei prossimi 5 anni 3,8 miliardi di dollari, per realizzare 3 milioni di alloggi, generando occupazione per 2,3 milioni di addetti e circa 2,8 miliardi di dollari di investimenti privati aggiuntivi. L’edilizia abitativa è uno dei nervi scoperti del paese, per mancanza di case, speculazione sui prezzi, abusivismo e insicurezza strutturale degli edifici. Lo scorso 29 settembre il crollo del solaio della scuola islamica Al Khoziny a Sidoarjo (Giava), durante lavori di sopraelevazione dello stabile, ha mietuto 67 vittime.

Con il varo di un’indennità di alloggio di quasi 3.000 dollari a ciascuno dei 580 parlamentari , lo scorso agosto soprattutto i giovani di tutto il paese sono insorti, scuotendo i mercati finanziari, contro i privilegi e la corruzione, la disoccupazione, la povertà e il carovita, raccogliendo la solidarietà degli asiatici di tutta la regione del sud est asiatico.

Nonostante il ritiro del provvedimento, l’uccisione di un giovane tassista motociclista, travolto da un blindato della polizia in corsa nel centro di Giacarta, ha scatenato folle inferocite, che hanno incendiato gli edifici governativi in diverse città e saccheggiato nella capitale le case del ministro delle finanze Sri Mulyani Indrawati e di diversi parlamentari. Solo dopo alcune settimane la rivolta popolare, di intensità simile a quella che nel 1998 portò alla caduta della dittatura trentennale di Suharto, è rientrata, lasciando a terra diversi morti.

Al fondo Danantara è stata affidata anche la realizzazione di diversi termovalorizzatori. L’Indonesia da tempo è contaminata dai rifiuti abbandonati ovunque, oltre il 60% di quelli prodotti, che avvelenano suolo, acqua e aria, soprattutto a Giava, Bali e negli insediamenti residenziali dei parchi industriali.

A questa grave compromissione ambientale si aggiunge quella prodotta dalle attività industriali, estrattive e di lavorazione dei metalli, da cui dipendono buona parte degli introiti export del paese. Nel 2024 l’Indonesia ha immesso sul mercato globale il 60% del nichel mondiale, circa 2,2 milioni di tonnellate, confermandosi motrice della transizione energetica globale per le batterie dei veicoli elettrici, di cui il nichel è elemento chiave, oltre ad esserlo per gli acciai speciali. Un primato che conta sul possesso della più grande riserva al mondo di nichel, ma che suona come un paradosso, se si considerano le ingenti emissioni di CO2 delle centrali a carbone, di cui è il terzo produttore al mondo, impiegate per alimentare le energivore attività di raffinazione dei metalli.

Ciononostante, il settore delle rinnovabili è in crescita dal 2022, alimentato con circa 70 miliardi di dollari investiti da aziende cinesi. Le vendite dei veicoli elettrici, trainate dai sussidi governativi fino al prossimo dicembre, nei primi 6 mesi del 2025 hanno quasi raggiunto quelle di tutto il 2024; mentre, nonostante le quote stabilite dal governo che le frenino, le installazioni dei pannelli solari svettano sui tetti dei fabbricati di molte aziende, tra cui quelli del gigante e-commerce indonesiano, Tokopedia.  

Lo sviluppo dell’industria dei metalli indonesiana è iniziato nel 2014, quando il governo vietò l’esportazione dei minerali grezzi (nichel, bauxite, rame, ecc.) per aumentare pil e occupazione, attraendo gli investimenti esteri per lo sviluppo del downstreaming (raffinazione e lavorazione locale delle materie prime per aumentare il valore aggiunto delle esportazioni e controllare i prezzi globali). In pochi anni, colossi come il cinese Tsingshan Holding Group, oggi principale azionista dei più grandi complessi industriali indonesiani di nichel, e altri gruppi provenienti da paesi come  Corea del Sud, Australia, Brasile e Francia, hanno insediato  giganteschi impianti di lavorazione di minerali e metalli.

Il governo indonesiano fissa e controlla i quantitativi di produzione e di esportazione dei raffinati, e ha introdotto la certificazione degli accantonamenti obbligatori per il ripristino dei terreni alle imprese minerarie, una volta esaurite le attività estrattive. Recentemente, ha sospeso 190 permessi minerari per inadempienza di queste normative; mentre ha revocato  per danni ambientali le concessioni di quattro su cinque aziende estrattrici nelle isole di Papua Sudoccidentale, dopo le denunce di Greenpeace Indonesia.

Nonostante le tante materie prime, minerarie, gas e agricole (è il principale esportatore mondiale di olio di palma), e le attività manifatturiere, dove occupa i primi posti nella produzione globale di moto, calzature e tessili, il cammino del paese verso il benessere della sua popolazione è tutto in salita, e la vita quotidiana di milioni di indonesiani resta difficile, contornata da forsennate deforestazioni per fare spazio agli investimenti minerari, industriali e agricoli, che cancellano interi ecosistemi e  villaggi autoctoni.

Redditi bassi, precarietà, inflazione e corruzione si rispecchiano nel calo del ceto medio del paese, passato nel 2024 a circa 48 milioni, pari al 17% della popolazione, dai 60 milioni del 2019. Invece, vive al di sotto della soglia di povertà l’8,5% della popolazione, circa 24 milioni di persone. Situata tra questi due blocchi, la maggioranza degli indonesiani sopravvive, con gravi problemi di malnutrizione dei giovani, di cui il paese pullula. Lo scorso gennaio il governo ha varato un programma di distribuzione di pasti gratuiti nelle scuole del valore di 10 miliardi di dollari, per raggiungere 83 milioni di ragazzi entro il 2025 (sulla carta, l’istruzione indonesiana è gratuita e obbligatoria per 12 anni – sei primaria, tre media, tre superiore). Tuttavia, le intenzioni si sono scontrate con le condizioni strutturali del paese: il numero ridotto delle cucine attivate rispetto a quello di scuole e scolaresche da soddisfare, ha indotto ad anticipare la preparazione di molti pasti anche alla sera precedente, chiudendoli ancora caldi nei contenitori che hanno finito per avariare il cibo, intossicando a fine settembre migliaia di bambini, che hanno mandato in tilt il già precario sistema sanitario indonesiano.

La condizione sociale della maggioranza degli indonesiani è rappresentata plasticamente dalla occupazione della forza lavoro: circa il 60% di essa è impiegata nell’economia informale, con salari bassissimi, mentre quella occupata nell’industria e nel terziario è retribuita con bassi salari. Come termine di paragone, il salario minimo mensile indonesiano varia, da regione a regione, dai 116 euro a 285 euro. Basso costo del lavoro unito a istruzione alta, capacità digitali e competenze software di molti giovani nel 2019 ha portato l’Indonesia a diventare quarta destinazione al mondo dell’outsoucing (dato AT Kearney), creando una massa di lavoratori precari e malpagati, organizzati in loco per conto di aziende estere da società specializzate.

Con il sorgere veloce delle raffinerie dei metalli la domanda di personale qualificato in grado di gestire subito il funzionamento degli impianti si è invece indirizzata nella Cina settentrionale, dove nel frattempo migliaia di operai specializzati erano stati licenziati dall’industria dell’acciaio, in crisi per il crollo dell’edilizia e per le norme ambientali sulle aziende inquinanti. Per spingere decine di migliaia di operai e tecnici cinesi ad accettare lavoro in luoghi remoti molto distanti dalle proprie famiglie, le campagne di reclutamento hanno offerto salari mensili fino a 2.300 dollari netti, il triplo di quelli cinesi.

Così su isole remote, zeppe di giacimenti minerari, sono sorti enormi parchi industriali con migliaia di squadre di operai cinesi e indonesiani, che lavorano insieme spesso comunicando tra loro con gli interpreti. Tra questi, l’Indonesia Morowali Industrial Park (IMIP) di 32 km2 sull’isola di Sulawesi, che occupa 85.000 addetti diretti e 27.000 indiretti, e l’Indonesia Weda Bay Industrial Park (IWIP), sull’isola di Halmahera, dove la joint sino-francese Tsingshan Holding-Eramet lavora le estrazioni a cielo aperto di nichel-cobalto con 47.000 lavoratori.

Sono, quindi, sorte dal nulla città di centinaia di migliaia di persone, segnate dalla disparità salariale tra cinesi e indonesiani, nonostante questi ultimi si siano ormai specializzati, e da spazi separati. La manodopera cinese, che fino a poco fa veniva privata del passaporto, pratica datoriale ora vietata dal governo indonesiano, vive in aree residenziali circoscritte e chiuse, da cui, quando non vietato, è possibile allontanarsi solo in predeterminate fasce orarie.

Gli indonesiani, invece, vivono per lo più in baracche, che formano estesi villaggi degradati.

Ma tali differenze si annullano sui luoghi di lavoro, dove cinesi e indonesiani condividono un unico destino, caratterizzato da un alto livello di malattie professionali e di incidenti sul lavoro con morti e feriti. Il primo incontro di confronto su questi temi tra aziende e sindacati è avvenuto solo l’anno scorso, dopo un ennesimo grave incidente al Morowali Industrial Park, causato da un’esplosione di un forno alla vigilia di Natale del 2023, che uccise 21 operai. Ai lavoratori emigrati dalla Cina, invece, non è ancora riconosciuto il diritto sindacale.

Recentemente, proteste per esigere norme di salute e sicurezza mai attivate hanno coinvolto il cantiere navale ASL Marine di Batam, nelle isole Riau, per l’esplosione durante i lavori di riparazione a bordo della nave di stoccaggio e scarico Federal II, che ha ucciso 13 operai e riportato 15 feriti, lo scorso 15 ottobre. Quattro mesi prima, sempre nello stesso cantiere un incidente analogo aveva già ucciso 4 operai e feritone 9.

Nonostante i profitti giganteschi degli investitori internazionali, che estraggono ricchezze immense da aziende e attività indonesiane, la salvaguardia delle persone e dell’ambiente sono ignorate nella pratica. L’industria indonesiana del nichel, che è quella più consistente con 230.000 lavoratori, causa i maggiori inquinamenti di suolo, aria e acqua, contaminando gli ambienti naturali e i villaggi. Quest’ultimi spesso non hanno accesso all’acqua potabile e sono privi di sistemi di drenaggio delle acque reflue, creando gravi emergenze igienico-sanitarie. Qui molti bambini crescono poco per la malnutrizione, mentre gli adulti spesso contraggono tubercolosi, faringiti e riniti acute, per i fumi degli impianti.

Ma a pagare il prezzo di tanta indifferenza sono anche i consumatori esteri dei prodotti agroalimentari indonesiani esportati: solo pochi mesi fa migliaia di tonnellate di gamberi e partite di chiodi di garofano indonesiani sono stati ritirati dai supermercati statunitensi perché contaminati dal cesio-137.

Cambiare questa condizione, che nasconde il sottile quanto vile e inaccettabile ricatto “se morire di fame o di inquinamento”, richiede ancora tempo e un braccio di ferro costante con le imprese, che preferiscono chiudere gli occhi piuttosto che mettere soldi per ridurre gli impatti delle loro attività e migliorare la vita dei propri lavoratori e dell’Indonesia in generale. Ma qualcosa comincia a muoversi grazie anche alle organizzazioni no profit che stanno spingendo, con tanti giovani indonesiani, il governo ad affrontare queste emergenze direttamente con i responsabili che le determinano.

Lo scorso giugno il Ministero indonesiano ha contestato al parco industriale di Morowali la mancata gestione delle acque reflue, l’inquinamento atmosferico e la costruzione abusiva. Benché le dichiarazioni ufficiali dei parchi ribadiscano  la loro conformità alle normative indonesiane, spuntano giocoforza in ordine sparso i primi impegni sulla carta per migliorare la gestione ambientale e non ignorare la comunità. Ma resta l’urgenza di accelerare, perché il tempo biologico di tutti stringe.

                                                                                          Giovanna Visco

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