Ciudad Juárez (Messico): quando l’incentivo per gli insediamenti industriali è il costo del lavoro

Di fronte a El Paso, città di confine del Texas, si estende specularmente Ciudad Juárez, nello stato federato messicano di Chihuahua. Le due sono separate dal fiume Rio Grande  e congiunte da 5 ponti internazionali, di cui uno ferroviario solo merci, che interrompono la continuità di una costante edificazione di sbarramenti di cemento e metallo, con cui a partire dagli anni ‘90 gli Stati Uniti contrastano immigrazione irregolare e traffici illegali.

Ciudad Juárez, nota anche come Paso del Norte e chiamata semplicemente Juárez, sorge sulla distesa desertica di Chihuahua, a oltre 1.100 metri di altitudine, sull’altopiano messicano, dove in estate si superano i 38 gradi e l’asfalto diventa rovente, e in inverno si arriva anche sotto lo zero, con venti gelidi che corrono nelle strade sterrate della enorme periferia, spargendo polvere color ocra su ogni cosa.

In crescita demografica dagli anni ’60 in poi, al passo degli insediamenti manifatturieri statunitensi, oggi Juárez conta oltre un milione e 500 mila abitanti, per il 34% bambini e adolescenti. La sua area è interna alla Free Trade Zone messicana, che corre lungo tutto il confine settentrionale con gli Stati Uniti, dove cresce  e pasce  il sistema delle maquiladoras, un insieme di produzioni industriali delocalizzate, trainate dal basso costo della manodopera proveniente da tutto il Messico.

A Juárez l’industrializzazione da esportazione ha soppiantato la coltivazione del cotone, assumendo mega dimensioni: dagli anni ’70 fino a oggi  sono sorti 30 parchi industriali, con oltre 450 aziende, e 2.655 stabilimenti manifatturieri. Attualmente vi sono delocalizzate 318 multinazionali, con un impatto occupazionale diretto di oltre 310.000 addetti, il 64% dell’occupazione complessiva di tutto il Chihuahua (dati Index Juárez).

Ma dietro alle statistiche ufficiali, il “modello a doppia immigrazione” di Ciudad Juárez cela due realtà contrapposte: da un lato le imprese, che pompano verso l’estero manufatti e consistenti profitti, e dall’altro la manodopera, rinchiusa in un perimetro di forte sfruttamento e miseria.

Il NAFTA

La massa degli operai delle maquiladoras vive assiepata in sterminati e polverosi quartieri suburbani, per i più fortunati fatti di casette tutte uguali in mezzo al nulla di strade sterrate, edificate subito dopo la firma del North American Free Trade Agreement (NAFTA) nel 1994. Negli agglomerati dell’area sud-est della città, vive quasi un terzo della popolazione, priva di acqua, fognature, elettricità, arterie stradali, scuole, ospedali e parchi. Spuntano solo interminabili fila di bus bianchi adibiti al trasporto degli operai, mentre camion e treni collegano gli impianti manifatturieri al grande ecosistema produttivo Messico-Stati Uniti-Canada. firma

L’avvento del  NAFTA ha richiamato a Ciudad Juárez migliaia di messicani, in cerca di un brandello di futuro, e distrutto il processo di miglioramento salariale e sociale degli anni ‘80, quando due terzi della popolazione percepiva salari giornalieri più di tre volte quello minimo di 4,5 dollari. Con una brusca inversione, il Nafta ha strutturato velocemente un sistema di sfruttamento perverso, fondato sul ricorso indiscriminato agli straordinari da parte delle imprese, con richieste dalle due alle quattro ore giornaliere di lavoro in più, incardinandole sui miseri livelli salariali.

L’USMCA

Nel 2020 l’USMCA (United States-Messico-Canada Agreement), negoziato dalla prima amministrazione Trump, ha soppiantato il Nafta e innalzato i requisiti di conformità. Nel 2023, per limitare il dumping salariale all’interno della macroregione, ha portato il salario minimo messicano a circa 12 dollari al giorno, pur mantenendolo al di sotto della soglia minima di sussistenza, e introdotto una maggiore contrattazione collettiva, stando attenti a non intaccare il meccanismo produttivo: gli output passano da uno stabilimento all’altro viaggiando liberamente attraverso i confini, mettendo a sistema costi di produzione molto bassi del Messico, forza lavoro qualificata del Canada e progettazione avanzata degli Stati Uniti.

Con le politiche tariffarie di Trump, inaugurate dal Liberation Day nel tentativo di riequilibrare la bilancia dei pagamenti, facendo leva sui dazi per richiamare parte della produzione manifatturiera e incrementare le esportazioni, la conformità all’USMCA è diventata ancora più allettante per molte aziende importatrici, consentendo esenzione dai dazi, riconciliazioni (correzioni post-importazione allo stato di origine delle merci), e dazi parziali limitati al solo valore non statunitense/Usmca dell’importazione.

Negli ultimi 30 anni, il Messico ha visto uno sviluppo fortemente dipendente dagli Stati Uniti, di cui è il principale partner commerciale, destinandogli oltre l’80% delle sue esportazioni totali, che in questi mesi per oltre l’84% non hanno pagato dazi. Dai dati ufficiali 2024, il deficit commerciale degli Stati Uniti con il Messico ha toccato 171,5 miliardi di dollari, in costante crescita dal 2016, quando si era attestato a 63,3 miliardi di dollari.

Ma l’anno venturo l’accordo Usmca dovrà essere revisionato, sollevando timori circa la volontà di Trump di limitare il libero scambio macroregionale., tanto che la potente Texas Association of Business ha già preso posizione a favore dell’esenzione dei dazi in tutto il Nord America, per produrre liberamente con Canada e Messico.

Lo spettro dell’automazione

Nell’orizzonte dei nuovi negoziati si prospetta l’automazione di molti impianti messicani, per incrementarne la produttività lasciando pressoché inalterato il costo del lavoro. Dal 2017 al 2022 l’importazione messicana di robot industriali è cresciuta del 23% , raggiungendo il valore di 4,14 miliardi di dollari e sono state varate politiche di formazione tecnica dei lavoratori. Anche la logistica delle maquiladora si sta adeguando, e recentemente l’amministrazione Trump ha rilasciato un decreto esecutivo del valore di 10 miliardi di dollari per la costruzione e gestione della nuova linea ferroviaria merci completamente automatizzata e alimentata con energia rinnovabile: la Monterrey (Messico) – Laredo (Texas), che attraverserà uno dei valichi più trafficati degli Stati Uniti, da cui passa il 45% del commercio tra Texas e Messico.

Gli impatti sociali

Ma da tutto questo quali benefici potrà ricavare la popolazione di Juárez? Dal Nafta in poi, le manifatture messicane sono saldamente ancorate a una stretta alleanza Stato-capitali esteri che favorisce un sistema predatorio di forte sfruttamento e assenza di servizi e sostegni, che ha fatto normalizzare povertà e violenza tra la popolazione. Non è un caso se a Ciudad  Juárez da oltre 30 anni donne e bambini sono tra le principali vittime di violenze e abusi. Per circa 20 anni le donne hanno costituito la principale forza lavoro delle fabbriche, dando vita a un fenomeno senza precedenti, che tuttavia è stato insanguinato dal femminicidio, rilevato proprio a Ciudad Juarez per la prima volta al mondo, con  migliaia di giovani donne ammazzate in pochi anni.

Il lavoro estenuante con straordinari continuativi ha avvicinato molti operai all’uso di metanfetamine per allentare la stanchezza, per poi bruciarsi nel baratro della dipendenza. Ed è proprio per il controllo delle metanfetamine che a Ciudad Juárez si è aperta la sanguinosa guerra dei narcotrafficanti, che nel 2008-2011 ha registrato oltre 10.000 omicidi. A questi si aggiungono le persone sparite nel nulla, quasi sempre omicidi senza ritrovamento del corpo, che nel 2024 sono aumentate del 6% rispetto al 2022, salendo a 3.710 (3.185 uomini e 525 donne – dato Istituto Messicano dei Diritti Umani e Democrazia).  

La povertà

Tutto questo ha un’unica costante: la povertà. Secondo il Coneval, dal 2018 al 2023 la povertà estrema messicana è aumentata dello 0,1%, arrivando al 7,1%.

Grazie alle rimesse dall’estero, passate, da 33,5 miliardi di dollari del 2018, a 60 miliardi di dollari nel 2023, si è invece abbassata al 43,5% la quota di popolazione che vive al di sotto di un reddito appena sufficiente a garantire cibo e vestiti. Tuttavia, gli aiuti economici che giungono alle famiglie dai parenti che lavorano negli Stati Uniti sono in pericolo, per la mannaia trumpiana delle espulsioni, e per il peso dei dazi sulle importazioni per imprese e consumatori, che hanno portato la Stellantis a sospendere le produzioni in due stabilimenti di Messico e Canada, e a licenziare temporaneamente 900 lavoratori in cinque impianti negli Stati Uniti.

Come riporta Reuters, l’indice Pmi manifatturiero che rappresenta il 10,2% dell’economia statunitense, è in contrazione per il quinto mese consecutivo, scendendo  a 48 punti a luglio, mentre i livelli occupazionali nelle fabbriche è ai minimi da 5 anni, per l’incertezza della domanda di breve e medio termine.

I bambini e le bambine senza futuro di Ciudad Juarez,

Questo quadro si riverbera sul Messico, attraversando tutte le generazioni. A Juárez, dove le condizioni sociali sono oltre il limite, le giovani generazioni sono le vittime principali. Qui bambini/e e adolescenti, figli della guerra al narcotraffico e della maquiladora, che crescono senza asili e senza scuole, soli o con l’aiuto di un vicino,  di un parente o di un aggressore, hanno davanti a sé un futuro a due opzioni: lavorare in fabbrica, come i loro genitori, 12 ore al giorno per circa 150 dollari a settimana, oppure cedere alle pressioni della criminalità. Molti bambini e giovanissimi sono abusati e trasformati in merce sessuale, oppure reclutati per guidare gruppi di migranti irregolari attraverso il confine (Ciudad Juarez è uno dei principali gangli di raccolta del flusso di migranti provenienti da tutto il Sud America in direzione degli Stati Uniti), e da qualche tempo, con l’inasprimento delle politiche sull’immigrazione di Trump, per lo spaccio di droga e per i rapimenti di persone con parenti negli Stati Uniti, a cui chiedere un riscatto.

L’infanzia negata di Ciudad Juárez nel 2024 ha fatto contare al Women’s Roundtable Network 360 aggressioni sessuali a bambine con meno di 10 anni.  Paradossalmente, il Messico non riconosce il reato specifico di violenza sessuale su minori, nonostante sia in crescita, spinto dallo sfruttamento sessuale online tramite  cellulari, come  nel resto del mondo: nel 2023 sono state almeno 800.000 le segnalazioni di materiale pedopornografico sul web aperto caricato in  Messico, mentre in tutto il mondo, come riporta il Child Safety Institute, i bambini coinvolti nella pedopornografia  sono stati  ben 302 milioni.

Negli ultimi 30 anni, a Ciudad Juárez le persone muoiono sempre più giovani, vittime di omicidi oppure della alimentazione killer da fast food,  che costa pochi spiccioli ma genera ipertensione e diabete. E non solo. La predazione, dominata da fondi e istituzioni finanziarie il cui unico scopo è l’estrazione di massimi profitti da spartire tra gli azionisti ogni fine anno,  impatta su Ciudad Juárez con un risultato agghiacciante: il suicidio di bambini e adolescenti, che ogni giorno campano alla ventura, in una miscela sociale di povertà, deficit urbano e violenza, unica vita a loro nota sin dalla nascita.

                                                                                Giovanna Visco

1 comment

  1. Grazie per questo interessantissimo articolo che ha il merito di informare su una realtà di cui i media parlano pochissimo. Ciò che accade a Ciudad Juárez è spaventoso e chi è pronto a indignarsi, spesso con vuota retorica, per le condizioni di violenza e di miseria in cui versa in molte realtà l’infanzia, dovrebbe sapere ciò che accade da decenni in Messico e che in questo articolo è descritto in modo efficace ed impressionante.

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