Autonomia Regioni: competizione o cooperazione?

Parlare di autonomia regionale porta alla memoria Carlo Cattaneo, che coraggiosamente durante il Risorgimento italiano e dopo l’Unità di Italia fin quando ha vissuto, ha sviluppato la visione della repubblica federata, proponendo un’Italia repubblicana, laica, libera e federalista, unita sugli interessi comuni ma libera nella organizzazione della cosa pubblica, per rispettare le identità, le vocazioni e i bisogni delle popolazioni italiane. Antimonarchico, avversario del centralismo piemontese sabaudo e delle sue annessioni predatorie del resto di Italia (si ricordi soprattutto quella del Regno di Napoli), Cattaneo metteva alla base del suo pensiero il federalismo naturale delle intelligenze degli uomini, traslandolo a livello politico nello scambio di idee e nel dialogo, che sviluppa tolleranza e progresso collettivo, e nella libertà economica delle pari condizioni di partenza per tutti i cittadini. Da qui la sua visione allargata, che sperava in una unione federalista dell’Europa per assicurare pace e prosperità, sull’esempio di Stati Uniti d’America e Svizzera. 

Cattaneo aveva centrato lucidamente quello che poi la politica europea ha compreso solo dopo due tragiche guerre con cifre spaventose di milioni di morti e di devastazione, senza tuttavia riuscire a trasferire alle popolazioni l’immenso valore culturale, sociale e politico di questa scelta. I governanti hanno preferito lasciare campo libero alla finanza speculativa, al debito e alla economia di mercato, mettendo al primo posto il consumismo spacciato per benessere e la libera circolazione delle merci, piuttosto che stabilire principi di bene comune e comuni speranze, con cui orientare la costruzione di società di esseri umani non belligeranti.

Ciò ha lasciato irrisolto il secolare conflitto politico europeo tra il centralismo dello stato, che ha avuto nelle monarchie assolute e nel totalitarismo massima espressione, e l’autonomismo locale e territoriale, che ha avuto apice in età feudale.Su questa lacerazione si è a sua volta sviluppato il rapporto tra stati sovrani e finanza, cioè tra debito pubblico e banche, su cui ora soffiano i venti di anelate supremazie nazionalistiche, sollevati dagli effetti della fase discendente del ciclo capitalistico, che ha decimato le possibilità e le prospettive di ampie fette di popolazione, facendo sussultare la stabilità stessa della unità europea. Rabbia individuale e paura sociale si fondono insieme nel reagire alle nuove pesti epocali di immaginari nemici, animate e vivificate continuamente da capipopolo opportunisti, che spingono sempre più in alto la partita per mantenere il loro ascendente, coagulando consensi su draconiani provvedimenti autoritari.In Italia il sovranismo populista è saldamente allacciato a quello territoriale di stampo autonomista, a causa della incompiutezza dell’unità italiana, perseguita più con l’imposizione politica e autoritaria, piuttosto che con l’educazione al dialogo e la presa di coscienza dell’arricchimento che la cooperazione produce nella ricerca condivisa del progresso sociale ed economico.

A testimoniare tale handicap, l’enfasi di sapore secessionista riposta nelle aspettative e nelle richieste di autonomia differenziata delle Regioni Lombardia e Veneto per 23 materie: tutte quelle possibili. Gli atti si sono formalizzati, dopo il vaglio positivo dei referendum regionali del 22 ottobre 2016, con accordi preliminari con il Governo Gentiloni, che includono anche la Regione Emilia Romagna per 15 materie; ora al riesame del nuovo Governo lega-pentastellato. L’autonomia differenziata finora ha il tono di un rocambolesco avventurismo secessionista di cassa, senza alcun controllo sui suoi possibili effetti, piuttosto che di scelta maturata all’interno di un’organica pianificazione di miglioramento organizzativo, tenendo conto di tutte interdipendenze strutturali. La stortura evidenzia l’immaturità della politica italiana, che lavora con metodo da assalto alla diligenza, per aggiudicarsi brandelli di norme che accontentino anche solo parzialmente le cordate di riferimento elettorale, come dimostrano migliaia di emendamenti agli atti parlamentari. 

Nonostante la sua complessa delicatezza, per il regionalismo differenziato non si è fatto eccezione: introdotto dal Governo Amato nel 2001dall’articolo 116, terzo comma,con laraffazzonata riforma costituzionale del Titolo V,le Regioni a statuto ordinario possono acquisire forme e condizioni particolari di autonomia differenziata nelle materie concorrenti e in 3 materie di competenza dello Stato (giustizia di pace; istruzione; tutela ambiente, ecosistema, beni culturali). Da allora, e nonostante vari tentativi regionali di accesso all’autonomia differenziata (Toscana 2003, Lombardia 2006 e 2007, Veneto 2006e 2007, Piemonte 2008),la politica parlamentare italiana ha preferito tralasciare questa materia troppo dirimente per la gestione del consenso, congelando nel paese la ricerca di un punto di equilibrio tra decentramento ed accentramento dei poteri. In tal modo non si è mai attivato un percorso che si preoccupasse di sviluppare un intervento organico di disciplina del procedimento attuativo, a partire dallo scollamento tra popolazioni e Stato per la qualità e quantità dei servizi pubblici. In extremis, l’oligarchico e centralistico governo Renzi si occupò di completare la materia con il testo di riforma costituzionale Renzi-Boschi, che approvato dal Parlamento con maggioranza inferiore ai 2/3 di ciascuna camera, fu quindi passato a referendum costituzionale confermativo il 4 dicembre 2016, dove ebbe esito negativo. La modifica avrebbe ridotto le competenze delle regioni, previsto l’equilibrio di bilancio e le avrebbe coinvolte nel procedimento legislativo, trasformando il Senato in Camera delle regioni.La calata dall’alto della riforma renziana non è stata in grado di contribuire minimamente alla crescita federalistica, culturale e politica del Paese.

A distanza di poco tempo, non se ne ha quasi più memoria, per la scarsa condivisione dei suoi contenuti con la popolazione, per la brevità di tempo con cui si è pretesa una scelta che richiedeva tempi di maturazione più lunghi, per la sua trattazione in dibattiti verticistici sui massimi sistemi molto lontani dalla comprensione delle persone, per la scelta arrogante di trattare temi costituzionali differenti in una unica riforma, che ha portato ad unico quesito referendario sull’intero pacchetto. Ancora una volta, si è negata la partecipazione nelle scelte fondamentali della Repubblica, evitando il coinvolgimento popolare, quello che produce riflessione critica e confronto, premesse necessarie per la democrazia reale e per la coesione. Allo stato attuale, il regionalismo differenziato è attivato dal disposto costituzionale, attraverso un sommario iter, inserito con Legge di stabilità 2014 dal Governo Renzi: la Regione, acquisito il parere obbligatorio ma non vincolante degli enti locali, presenta  l’iniziativa al Presidente del Consiglio e al Ministro per gli affari regionali, che hanno obbligo entro 60 giorni di  avviare i negoziati, nel rispetto per la parte finanziaria dell’articolo costituzionale 119 e della legge delega 42/09 sul federalismo fiscale, per giungere ad una intesa attuata successivamente con legge rinforzata: cioè approvata a maggioranza assoluta sia da Camera che da Senato, inabrogabile con altra legge ordinaria, ed in linea di principio, irrevocabile solo da una delle due parti.

L’iter tuttavia non prevede l’obbligo di concludere l’intesa, lasciando aperta la porta del conflitto dirimente Stato-Regioni, fondata culturalmente nell’archetipo occidentale del conflitto Sovrano-Feudatari/Aristocratici. Un dualismo congeniale al governo leghista-pentastellato, caratterizzato da opposte e nervose tendenze di pura contesa elettoralistica, e che alla vigilia della approvazione delle 3 bozze di intesa in Consiglio dei Ministri, è sfociato in un’ennesima minaccia muscolare tra le parti, attivata stavolta dal potente leghista Giorgetti. In tale vuoto, Conte sbalorditivamente si è dichiarato garante della coesione nazionale. L’istruttoria di quanto passato in Consiglio dovrebbe terminare il 15 gennaio, mentre dopo la valutazione definitiva, si dovrebbero sottoscrivere le intese con le tre Regioni il 15 febbraio.

Il federalismo è un concetto politico alto: presuppone cooperazione e non competizione, rispetto delle diversità, lealtà politica protesa al bene comune, libertà entro regole generali condivise, solidarietà. Valori garanti di pace e di progresso collettivo, indispensabili al nostro mondo globale, contraddistinto dalla interdipendenza progressiva ed inevitabile anche del più piccolo territorio al resto e viceversa, facilmente riscontrabile in almeno tre ambiti: l’ambiente, perché anche se non inquino lo può fare il vicino, mentre la distruzione di interi territori per ragioni speculative di pochi (vedi disboscamenti massivi e scellerati sfruttamenti di risorse naturali)  generano crisi, povertà e migrazioni massive; la biotecnologia e l’automazione, cioè il cosiddetto progresso scientifico, che non è materia libera e neutrale, la storia e le guerre lo insegnano, ma è fortemente politica e richiede valori ed orientamenti etici per impedirne derive incontrollate, che mettono in pericolo la sopravvivenza stessa del genere umano; la guerra e la sua mentalità, che si oppone ai progetti di vita delle popolazioni e dispone di armi atomiche e chimiche di potenza distruttiva planetaria.

Questa esigenza di modernità e di federalismo per la sicurezza e la serenità di uno e di tutti, stride fortemente con il populismo conservatore autonomista dal volto del tifoso da stadio, pronto ad inneggiare la vittoria competitiva del più forte spacciata persino per virtuosismo, e a ragionare in termini contabili di accaparramento di cassa per il consumismo istituzionale. Un populismo adesso ostaggio dei comportamenti antidemocratici del Governo lega-pentastellato, che impone a tutto il Paese un contratto tra due partiti, svuotando di fatto il significato istituzionale dei ruoli e dei poteri del Parlamento, e che sta prospettando il dispotismo referendario sulle materie dirimenti della coalizione per allontanarne i pericoli di caduta, mollando la patata bollente di problemi complessi al semplice SI o No di un referendum, che li deresponsabilizza politicamente di qualsiasi conseguenza. 

 Amministrare è un atto politico che richiede la lungimiranza del bene comune e la consapevolezza delle conseguenze sociali delle scelte, ben diversa dai conti aritmetici, tanto auspicati dai sostenitori della liberalizzazione selvaggia e delle privatizzazioni speculative, e dai signori degli appalti milionari, che si comportano come i peggiori allevatori fanno con il bestiame da mandare al macello.Il sovranismo del decentramento non si accorge nemmeno, chiuso nei suoi rigidi preconcetti feudali, che è proprio l’esistenza di un’Italia unita e di un’Europa unita a permettere il progresso di percorsi liberi ed autonomi, bloccando i pericoli delle intimidazioni, della violenze e delle invasioni militari. Il futuro immediato e remoto ha bisogno più che mai di Europa, costantemente migliorata certo non con i muscoli della minaccia che sfocia solo nel conflitto incontrollato, ma intraprendendo un’evoluzione che culturalmente dia meno spazio alle ragioni delle finanza e allarghi invece quello della crescita civile e sociale delle popolazioni, rendendo la diversità e il mutamento le materie prime con cui costruire la speranza di una umanità sempre migliore.

Giovana Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 13 gennaio 2019

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