100 anni dalla I guerra mondiale: cosa è cambiato?

Soldati Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie
Giuseppe Ungaretti – Bosco di Courton, luglio 1918

Tra pochi giorni, il 24 maggio, saranno cento anni dall’ingresso dell’Italia nella I Guerra Mondiale.

Sostenute da testate giornalistiche come il Corriere della Sera e guidate da personaggi bui come Gabriele D’annunzio e Benito Mussolini fondatore dei Fasci d’azione interventista, nelle grandi città ebbero luogo manovre di piazza a favore della guerra. Gli italiani, prevalentemente giovani contadini delle campagne sparse in tutta Italia, si ritrovarono così coscritti e costretti a partire verso la fronte alpina, per una guerra dalla quale molti non tornarono o, se vi tornarono, riportarono a casa corpi straziati e mutilati per sempre. 
A Roma, dopo il tentativo di un gruppo di facinorosi di sfondare il portone di Montecitorio, il Governo Salandra che intanto aveva segretamente sottoscritto per via diplomatica l’Accordo di Londra con l’Intesa – scoperto solo nel 1917 quando i bolscevichi rinvennero negli archivi di Stato dello Zar il documento segreto e lo divulgarono al mondo –  dette il via alla dichiarazione di guerra….

Le spinte di piazza all’interventismo propagandavano una guerra italiana nella guerra europea, nell’illusione di acquisire in poco tempo le terre irredente nel versante orientale dell’Italia settentrionale, dominate dagli austriaci, odiati da almeno 800 anni dai Savoia, da poco più di 50 anni reali dell’Italia unificata. 
Gruppi potenti spingevano alla rottura della neutralità italiana, che, diversamente, i movimenti popolari socialisti, parte del mondo cattolico e una parte di liberali, tra cui Giolitti, caldeggiavano fortemente.
16 Milioni di morti e 22 milioni di feriti e mutilati, l’Europa aveva conosciuto una strage equivalente solo 300 anni prima con la Guerra dei Trent’anni (circa 12 milioni di morti); ma è con la I guerra mondiale che prende avvio il processo di invecchiamento dell’Europa, che in preda al nazionalismo degli stati sovrani alimentato da pericolosi ed irresponsabili apparati di potere burocratico, scatenò una lunga guerra di concezione “moderna”,  cancellando per sempre intere generazioni di giovani, mai diventati lavoratori e padri.

Gas, carri armati, razzi a lunga gittata, sottomarini, aerei, bombe a mano è solo parte di quanto durante la I guerra mondiale i paesi in lotta si inventarono per vincere quello che solo pochi giorni dopo dal suo inizio (4 agosto 1914) si rivelò guerra di trincea. 
Costeggiati da campi minati e da tonnellate di filo spinato, chilometri infiniti scavati nel terreno melmoso che con le piogge si trasformava in fango che arrivava fino al bacino, ghiacciati e innevati di inverno, insopportabilmente maleodoranti di cadaveri e feci, coabitato da pulci, zecche, pidocchi, cimici e ratti i nostri ragazzi, italiani, europei, russi, africani, americani, australiani, turchi, asiatici furono carne da cannone, nell’indifferenza di governi, industriali metalmeccanici, banche e militari di carriera. Chi cercava di scappare veniva ammazzato nelle retrovie da corpi specializzati, tra questi corpi specializzati i nostri carabinieri. I battaglioni che si ammutinavano con disperate iniziative in tutte le fronte, venivano puniti a morte con i plotoni di esecuzione. Una guerra senza scampo.

Quanto segue è in memoria dei nostri morti, ragazzi ma anche intere popolazioni civili di villaggi e cittadine coinvolte nei territori di guerra attraversati dalle fronte Occidentale, Orientale  e alpina; in memoria di milioni di animali crudelmente coinvolti nelle operazioni – cavalli (massacrati circa 8 milioni), asini e muli, cani e piccioni -; in memoria dei milioni di ettari di boschi e di coltivazioni devastate e desertificate dalle armi e dagli scontri degli eserciti; in memoria dei villaggi e paesi rasi al suolo e dei milioni di profughi in tutta Europa.

Sam Martino del Carso

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese più straziato

Giuseppe Ungaretti
Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916

La prima guerra mondiale del Novecento scoppiò nel furore degli Stati sovrani e dei nazionalismi, incardinata sulla spartizione colonialista del mondo e su nuovi modelli economici dell’industria alleata con banchieri e alta burocrazia. Il conflitto mondiale 1914-1918 già a pochi mesi dal suo inizio, contraddicendo le aspettative dei governi, si rivelò un lungo e continuato massacro, cambiando per sempre le capacità dell’umanità di fare la guerra .

Negli ultimi 100 anni un nuovo modello economico fondato, ispirato e guidato da logiche tecniche e tecnologiche, alienato dai bisogni umani collettivi e dalla conoscenza, ha sottoposto le popolazioni del globo a enormi pressioni. Tesi all’affermazione della propria piena supremazia, i “potenti” di oggi, nel duplice ruolo di sorveglianti-esecutori, continuano ad ispirarsi ai modelli sociali espressi dalla aristocrazia europea antecedente alla Rivoluzione francese. I nuovi feudatari contemporanei spingono la produzione industriale a larga scala di armi e armamento; alimentano i mercati di consumo di massa – spesso con merci di scarsa qualità – col depauperamento di vaste aree del mondo; governano la distribuzione della ricchezza con un complesso sistema di lobbie interdipendenti, che, nei paesi occidentali, sta compromettendo la conoscenza e la realizzazione dei sistemi di governo democratici partecipativi.Sul piano culturale, il peso schiacciante del mezzo (tecnica e tecnologia) sul pensiero antropologico e sociale, ha privato la produzione industriale della comprensione e dell’applicazione dei principi di libertà e dignità umana, fino a negare il valore della cultura dell’ambiente, che trascorse generazioni contadine e pastorali, seppur analfabete, ne avevano con tanta fatica preservato le basi.

Per conservare se stesso, questo rinnovato sistema feudale ha cosparso la geografia politica del mondo di corruzione, inquinamento, desertificazione e povertà, ampliando il campo della forte tensione sociale tra struttura piramidale della società – in cui si esprimono i processi di distribuzione di potere, ricchezza e diritti – e grandi masse di persone ridotte a livelli di sopravvivenza insopportabili, nelle società occidentali quanto in quelle degli altri paesi.In Occidente, l’immaginario collettivo dominante sta traducendo a mero piano emotivo i segni di tali devastanti problemi, riprendendo le icone medioevali delle Crociate e delle invasioni barbariche per stereotipare le principali evidenze dirette, guerre ed emigrazione, allontanandole dai piani di analisi razionale e di pensiero critico.

Nel concreto, l’approccio degli Stati e dei Governi verso il conflitto che sta caratterizzando le vite sociali del nostro tempo, a prescindere dalla sua intensità, è quello di “gestione”, attraverso la scelta di modelli di risposta impositivi sempre più autoritari e violenti. Tale impostazione “gestionale”, ben lontana dalla ricerca di soluzioni pacifiche e condivise, ha trovato ampie interdipendenze in un settore di business abnorme, quello delle armi e degli armamenti, delle organizzazioni militari e paramilitari e dei loro mercati di offerta e domanda. Dalle diffuse instabilità politiche nel mondo, che esprimono livelli di conflittualità estremamente mobili, siano esse intra-statali o inter-statali, si generano le nuove guerre, che non sono più corpo a corpo, ma arma contro arma (prodotte industrialmente), lasciando sul campo morti, vite irreversibilmente mutilate, territori massacrati, povertà, solitudini e disperazione, abituando l’umanità coinvolta all’atrocità senza limite. Nel solo 2014, da una stima su Wikipedia ricavata pazientemente da un insieme di fonti statistiche ufficiali, le vittime dirette durante i conflitti armati sono state circa 160.000, in una cinquantina di paesi sparsi in tutto il mondo. Risulta invece molto difficile stimare l’enorme massa delle vittime indirette, prodotte dalle conseguenze degli scontri armati.

Il mondo sta pullulando di istanze politiche radicate profondamente nei bisogni comuni dell’umanità che, nonostante tutto, spinge verso nuove forme evolutive: autonomia delle persone, diritto alla autodeterminazione, indipendenza anche parziale dalle sovranità nazionali, una più equa ripartizione della ricchezza e diritto alla salute, alla istruzione ed al lavoro. In tutti questi anni il numero dei conflitti politici interni, di gruppo/gruppi contro lo Stato, è cresciuto costantemente, contraddistinguendo il 2014 per l’80% dei casi. Nel 2014 il Conflit Barometer, elaborato annualmente dall’Heidelberg Institute for International Conflict Research (HIIK)  del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Heidelberg, ha contato 424 conflitti politici a varia intensità, accaduti tra Stati o all’interno degli Stati, confermando il loro forte trend di crescita, basato nell’anno 1945, in cui si erano registrati 83 casi. Nel 2014, 46 conflitti sono risultati ad alta intensità (guerre), 177 ad intensità media (crisi violente) e 201 ad intensità bassa (dispute e contese non violente, che tuttavia spesso degenerano in conflitti ben più gravi).

Una tale spirale costituisce un business internazionale da capogiro. Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) nel 2014 la spesa militare nel mondo a prezzi correnti è stata di 1.776 miliardi di dollari, di poco inferiore al PIL del Canada. Nel quinquennio 2010-2014 i trasferimenti di armi e armamenti da uno Stato all’altro sono cresciuti del 16%, ma nella sola Africa del 45%. Principali paesi esportatori, con il 74% del mercato, si sono classificati Usa, Russia, Cina, Germania e Francia, mentre India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi e Pakistan sono stati quelli che hanno importato più materiale bellico, raggiungendo congiuntamente la quota del 33% del mercato internazionale.

Ma non solo. Potenti lobbies stanno premendo perché si ampli l’uso dei contractors, o PMC/F Private Military Company/Firm, eserciti privati versione moderna dei mercenari, nonostante l’Assemblea Generale dell’ONU nel 1989 con la Risoluzione 44/34 abbia emesso la Convenzione Internazionale contro il reclutamento, l’uso il finanziamento e l’aaddestramento di mercenari, entrata in vigore nel 2001. Solo pochi paesi l’hanno ratificata, tra cui l’Italia, mentre altri come gli Stati Uniti continuano ad ignorarla, con il risultato che la stessa ONU la sta utilizzando crescentemente, per servizi di sicurezza e di polizia soprattutto nelle aree in cui è maggiormente minacciata l’incolumità del personale; nonostante molti siano preoccupati che ciò possa compromettere la percezione generale di neutralità delle forze di pace ONU. I contractors, rappresentati da un pugno di società di livello mondiale, dagli anni del 1970 in poi, sono divenuti un’industria potente, utilizzata correntemente dai governi degli Stati sovrani, con un “giro di affari” di oltre 100 miliardi di dollari all’anno.

Povertà, spesso a seguito di inquinamento o dei cambiamenti climatici, e disoccupazione giovanile sono il carburante principale delle spirali di violenza che spesso si trasformano in focolai di guerra. Attualmente, il Department of Peacekeeping Missions (DPKO) dell’ONU ha 16 missioni in corso, che coinvolgono complessivamente oltre 123.000 persone tra truppe, polizia, osservatori civili e volontari di cui circa 107.000 uomini in divisa. Il suo budget di spesa dal 1 luglio 2014 al 30 giugno 2015 è di 8,47 miliardi di dollari; il GDP PPP del Burundi e di altri 30 stati del mondo non arrivano neanche a toccare questa cifra. Finora nel corso di queste 16 operazioni sono rimaste uccise 1564 persone ONU. A registrare il primato geografico dei conflitti ad alta intensità è l’Africa Sub Sahariana, 8 guerre e 10 guerre limitate contate dal Conflit Barometer. Il dato trova riscontro anche in ciò che segnala l’ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), che vi ha registrato la forte impennata degli interventi militari e degli eventi violenti, passati da 3000 nel 2009 a 12000 nel 2014. Riguardo gli interventi militari esterni in Africa sub sahariana, oltre alle forze ONU, il paese maggiormente attivo con ruolo di primo piano è la Francia, che mantiene truppe dislocate a Burkina Faso, Chad, Costa d’Avorio, Gabon, Mali, Niger, Repubblica Centro Africana e Senegal, tutti territori ex colonie francesi. 

Questa è anche l’area che racchiude gli Stati, nati dalle ceneri colonialiste, da cui migliaia di persone, in prevalenza giovani disoccupati, si spingono verso l’Africa del Nord e verso l’Europa. Il Mali è uno questi.

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 12 maggio 2015

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