Vite virtuali e guerre reali

Il 6 aprile 2009 a poche ore di distanza dalla devastante scossa di terremoto nella città italiana dell’Aquila, un’intercettazione telefonica tra due imprenditori svelò il loro ilare cinismo, rallegrato dalle prospettive affaristiche della ricostruzione. Analogo copione si ripropose con il terremoto in Emilia Romagna nel 2012 e successivamente con quello di Amatrice nel 2016. Le notizie sui media di speculatori pronti a ghermire le conseguenze di terrificanti eventi si accompagnano puntualmente a un superficiale sdegno pubblico, presto tralasciato e dimenticato.

Nel mondo occidentale liberista dolori e lutti sono danni collaterali necessari agli affari, che le reti social spettacolarizzano, diffondendo e normalizzando l’orrore nella vita quotidiana, come dimostra anche la superfetazione di registi improvvisati, che rastrellano follower e like, donazioni e lasciti, filmando storie di improbabili ritrovamenti e salvataggi di animali, realizzate frequentemente con infamità “dietro le quinte”.

Il web e la violenza

La rete trabocca di repertori violenti – incidenti, guerre, ferimenti, morti e agonie – dettagliati con tecniche pornografiche, che lo scorrimento veloce non riesce a neutralizzare. I traumi visivi sono rimossi al prezzo dell’empatia, quella capacità che rende vivi più di qualsiasi altra cosa.

Ogni giorno la moltitudine di frequentatori del web sperimenta attraverso i social la dipendenza dalle relazioni virtuali unidirezionali, che intrattengono distraendo dal senso di vuoto e solitudine della vita veloce e spesso misera, che il sistema impone. Sono relazioni calate in un abisso pubblico abnorme e dispersivo, che parcellizza, lava e depotenzia la ribellione; disattiva le capacità progettuali; disgrega la memoria individuale, politica e sociale. La rete intrattiene in h24 con modica spesa economica tutti i ceti sociali, mettendoli in un unico contenitore, che omogenizza e omologa le diversità individuali, neutralizzando con il livellamento le diversità, che assicurano, oltretutto, la sopravvivenza della stessa specie umana.

Sui social il tempo diviene consumo che metabolizza il mondo imperiale del denaro e della finanza, trasformando ogni cosa, perfino l’insignificanza sociale della marginalità, in valore economico da accumulare. Le regole comuni perdono pregnanza sociale, così come la cultura, la storia e la solidarietà collettiva, mentre la protesta organizzata con le sue istanze di cambiamento viene lavorata e trasformata in adesioni disaggregate e instabili su singoli temi.

Le città, in un vortice spinto dalla moda, si ritrovano collettori di tensioni disinnescate dal portato sovvertitore di emarginazione, povertà e disagio collettivo, aggregando sotto un cartello comune corpi senza nome, estranei allo scambio intersoggettivo e a una visione condivisa di miglioramento della vita di tutti. Lo sradicamento sociale fluttua nei social, cibo di leader e partiti pronti a salire sul carro emozionale delle esercitazioni propagandistiche, per pescare i voti elettorali della democratura.

I problemi complessi si frammentano in domande semplici e semplici risposte, banalizzando la contrapposizione fra interessi egemoni e rivendicazioni sociali.

Il pianeta brucia? Basta accendere il condizionatore e chi non se lo può permettere, deve solo attendere che il proprio fisico si abitui, come suggerito da un noto politico italiano, seconda carica dello Stato italiano.

Sei povero? Non hai saputo cogliere le opportunità. Rassegnati e campa senza pretese nella tua inadeguatezza.

Sei ricco? Allora vali perché hai soldi, potere e popolarità e le regole le fai e le imponi tu, secondo le tue voglie, anche le più indegne.

Non sai a chi chiedere? Rivolgiti alla Intelligenza Artificiale.

Temi la guerra? Deve farti più paura il nemico.

La guerra fabbrica di soldi

Proprio sulla guerra, sono almeno 10 anni che essa corre su un ottovolante governato dai giostrai che guidano la finanza globale. Con la guerra si determina il prezzo delle materie prime e il costo e la remunerazione degli investimenti infrastrutturali, si condizionano i consumi dei popoli e dei territori, si accaparrano terre e risorse necessarie come l’acqua, si controllano flussi migratori e di manodopera.

Indipendentemente dalla loro intensità, le guerre nascono in aree circoscritte di primaria importanza logistica, locale, nazionale o internazionale, perdurando a tempo indeterminato sotto minaccia di potenziale allargamento. Ma la loro economia, benché sostenuta dagli Stati con azionariato diretto, richieste di linee di credito e prestiti, vendita di titoli di guerra, si è ormai emancipata dalle esigenze neocolonialiste strettamente macroeconomiche. Attualmente vivono di vita propria, fatta di eserciti privati, di addestratori di gruppi armati, di filiere di produzione e commercio delle armi, di sviluppo tecnologico e logistica specializzata, che si traducono in enormi profitti per gli investitori: fondi di investimento privati e sovrani, banche centrali e commerciali, istituzioni finanziarie multinazionali, ma anche singoli risparmiatori che speculano senza chiedersi da dove arrivano tassi di interesse superiori alle medie di mercato.

Nel settore della difesa, dicitura con cui si è ripulita la negatività semantica di lemmi quali guerra, armi, esercito, ecc., operano colossi potenti e globali, come Lockheed Martin, Boeing, RTX, Thales, i cui principali azionisti sono a loro volta potenti e globali, come Vanguard, BlackRock e State Street Corporation. In Europa, a titolo di esempio, la divisione della banca centrale norvegese Norges Bank Investment Management (NBIM) gestore del più grande fondo sovrano al mondo grazie ai proventi export oil & gas, figura tra i principali investitori istituzionali della tedesca Rheinmetall AG e dell’italiana Leonardo, entrambe operanti nel settore della difesa.

Ma nonostante le spese militari globali siano ingenti, la domanda di armamenti supera la capacità di offerta del mercato, che mantiene utili molto elevati, stimola le compravendite di seconda mano e quelle illegali e sostiene l’ibridazione dei conflitti, che impiega come armi ricatti, ritorsioni, sanzioni e attentati, che colpiscono le popolazioni con sofferenze indicibili, bloccando i servizi bancari e finanziari e i rifornimenti, grazie a divieti commerciali e distruzioni infrastrutturali.

La crescita dell’industria bellica ha aperto una profonda dicotomia economica in Occidente, che sta depauperando a dosi massicce la spesa pubblica degli Stati, necessaria ai servizi per la popolazione, alla redistribuzione della ricchezza e al contenimento della crisi climatica. Tuttavia, l’opinione pubblica è congelata in una ghiacciaia di costosissima propaganda, che diffonde storie e narrative su fantasiosi nemici pericolosi e feroci, da fronteggiare a suon di ingenti spese militari.

In Italia, paese dove da anni i salari non crescono, il precariato è incontenibile e i servizi essenziali sono soggetti a ondate di massiccia privatizzazione a scapito delle fasce sociali meno abbienti, nel 2025 il valore complessivo delle autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento ha superato 11 miliardi di euro, di cui oltre 9 miliardi in uscita. Oltre il 66% delle transazioni di questo export è stato gestito da UniCredit, Banca Nazionale del Lavoro e Deutsche Bank, mentre le transazioni bancarie complessive nel settore hanno superato 14 miliardi di euro. Dal 2022 al 2025, in linea con la Commissione europea guidata da Ursula Von der Leyen, il volume delle autorizzazioni italiane è aumentato del +87%.

L’ Europa dei 27 ha inserito a pieno titolo l’industria bellica tra i pilastri del proprio Pil, mentre la varietà manifatturiera, sia dimensionale sia settoriale, che per decenni ha prodotto occupazione, innovazione e ricchezza, sta scomparendo. Il turismo di massa, tanto sponsorizzato dai politici, mettendo da parte i danni di impatto ambientale che produce, è davvero in grado di garantire un’economia sana e duratura? Lo sarà forse il settore tecnologico con la sua forte automazione? I data center che consumano energia e acqua? L’industria bellica risponde realmente all’interesse pubblico, cioè della gente, che di contro sta subendo crisi energetica, inflazione, carovita, licenziamenti?

A domande di questo tipo, pare che i decisori antepongano i profitti enormi di pochi grandi gruppi economico-finanziari globali, ignorandole.

I guadagni prodotti dalla guerra contro l’Iran

Guardando ai dati dello scoppio bellico più recente causato dagli attacchi statunitensi contro l’Iran (scorso 28 febbraio), risulta che una manciata di grandi gruppi abbiano ricavato sin dalle prime ore enormi guadagni economici. Come riporta Al Jazeera, nonostante bombardamenti, danni e sospensioni del  traffico energetico in transito da Hormuz, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, nel primo trimestre 2026 gli utili di Saudi Aramco sono aumentati del 25%, salendo a 32,5 miliardi di dollari. Anche British Petroleum (BP), ha più che raddoppiato gli utili con 3,2 miliardi di dollari nel primo trimestre. Shell, nonostante i gravi danni all’impianto di Ras Laffan in Qatar, ha contabilizzato 6,9 miliardi di dollari, più dei 5,6 dell’anno precedente. Total Energies, pur perdendo il 15% della sua produzione, ha avuto un utile netto di 5,4 miliardi di dollari, ben più alto dei 4,2 dell’anno precedente. Anche aziende come le statunitensi Venture Global e Cheniere Energy, pur non operando nel Golfo, godono della crescente domanda di GNL sicuro.

I produttori di armi, invece, come RTX, Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, BAE Systems, L3Harris e Honeywell, a pochi giorni dai primi attacchi, già con portafogli ordini rimpinzati per miliardi di dollari, si sono riuniti alla Casa Bianca per accordarsi sulle forniture di ripristino delle scorte statunitensi al progredire del conflitto. Poche settimane prima, Donald Trump aveva aumentato di 500 miliardi di dollari i finanziamenti alla difesa, seguito a marzo dalla richiesta al Congresso di 200 miliardi di dollari del segretario alla Difesa Pete Hegseth, perchè “Ci vogliono soldi per uccidere i cattivi”, come ha dichiarato alla stampa.

Nei primi tre mesi dell’anno, il fatturato di Boeing è cresciuto del 14% con 22,2 miliardi di dollari, riducendo significativamente la sua perdita netta a 7 milioni di dollari dai 31 milioni dell’anno precedente. Invece, il portafoglio ordini di Northrop Grumman ha toccato la cifra record di 95,6 miliardi di dollari. Tra il 2020 e il 2024, le aziende private hanno ricevuto 2.400 miliardi di dollari in contratti dal Pentagono, di cui un terzo solo di Lockheed Martin, RTX, Boeing, General Dynamics e Northrop Grumman.

Anche i noli delle petroliere hanno raggiunto apici record. Sulla rotta Golfo Persico – Asia orientale dai 100 punti Worldscale (scala di noli per petroliere) ante conflitto le tariffe sono volate a 500 punti. Frontline, quinta compagnia di petroliere al mondo, nel primo trimestre ha realizzato un ricavo di oltre 536 milioni di dollari, mentre per alcune navi VLCC  DHT Holdings ha spuntato noli superiori a 100.000 dollari al giorno, cioè milioni di dollari a viaggio.

Le compagnie assicurazione marittima a loro volta hanno rapidamente ricalcolato i premi delle polizze contro i rischi di guerra di Hormuz, quintuplicandoli.  I costi assicurativi di compagnie come Gard, Skuld e NorthStandard, in precedenza fissati intorno allo 0,25% del valore di una nave, sono arrivati all’1,5% e, in alcuni casi, al 10%: in altre parole, per una petroliera del valore di 100 milioni di dollari l’assicurazione è arrivata a circa 1,5 milioni di dollari per singolo viaggio.

Invece, a Wall Street le attività di trading si sono impennate e sono salite le commissioni. Le sei maggiori banche d’investimento statunitensi – JPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Wells Fargo – hanno realizzato complessivamente quasi 48 miliardi di dollari di profitti nei primi tre mesi del 2026, ben più degli utili realizzati nello stesso periodo dell’anno precedente.

Infine, le piattaforme on line del mercato predittivo hanno registrato incrementi milionari speculando sulle dichiarazioni di Trump. Gli scommettitori hanno affollato non solo piattaforme come Polymarket, il più grande mercato predittivo al mondo, e Kalshi, ma anche decine di account creati ad hoc, messe all’indice come sospette dall’Università di Yale, che ha rilevato vincite per quasi il 70% delle scommesse su oltre 200.000 casi segnalati: una percentuale, secondo i ricercatori, statisticamente quasi impossibile senza forme di conoscenza pregressa. I profitti stimati derivanti da queste operazioni hanno raggiunto in poche settimane 143 milioni di dollari.

Non c’è conclusione, ma solo una domanda finale

Considerando che attualmente nel mondo sono in atto almeno 56 conflitti armati, i profitti drenati dall’industria bellica sono incalcolabili.

Ma ancor più incalcolabile è la distruzione e la contaminazione dei territori e il numero di esseri viventi annientati – piante, animali, persone. Moltitudini di donne, uomini, bambini, giovani, adulti e anziani atrocemente uccise, oppure morte di stenti, mutilate o ammassate in tendopoli per rifugiati nella miseria più nera.

E’ questo il mondo che vogliamo?

                                                                                           Giovanna Visco

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