Mali, Burkina Faso, Niger: è l’inizio di una nuova era africana?

Lo scorso 6 luglio, durante il primo  vertice dei presidenti del  Burkina Faso,  Mali e  Niger nella capitale nigerina Niamey, è stata annunciata, con una cerimonia solenne, la nascita della Confédération des États du Sahel. La Confederazione rafforza gli obiettivi di indipendenza delle giunte militari saheliane, puntati soprattutto alla lotta al terrorismo jihadista e alla gestione delle risorse. “Abbiamo ritenuto necessario estendere e ampliare l’architettura dell’Alleanza. Ciò che ci unisce oggi deve permetterci di muoverci verso altri settori oltre alla difesa, in particolare la finanza, l’economia, le infrastrutture, la sanità e l’istruzione” ha spiegato Ibrahim Traoré, giovane Presidente del Burkina Faso, che si ispira al leader carismatico burkinabé Thomas Sankara, il Che Guevara dell’Africa, assassinato nel 1987 durante il colpo di Stato di Blaise Compaoré, appoggiato da Francia e Stati Uniti.

L’Alleance des Etats du Sahel

L’Alleanza alla quale si riferisce Traoré è l’Alleance des Etats du Sahel, un patto di natura militare e diplomatica, sottoscritto dai tre paesi nel settembre 2023, che segue l’uscita dai territori delle ingenti forze militari francesi prima e statunitensi poi. Regolato da 17 articoli, si prefigge di combattere il terrorismo in tutte le sue forme, di prevenire o reprimere le ribellioni armate, di contrastare la criminalità organizzata. Prevede anche il suo allargamento agli Stati che condividono le “stesse realtà geografiche, politiche e socio culturali” dei Paesi fondatori. L’alta concentrazione in alcune aree dei tre paesi dei gruppi jihadisti rappresenta un forte problema di insicurezza ed è correlata alla presenza di miniere artigianali di oro, da cui i terroristi traggono importanti finanziamenti, stabilendo anche rapporti di alleanza con migliaia di minatori poveri, che vivono di estrazione manuale del minerale. Gruppi armati legati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico (ISIS) si sono contesi il controllo di questi territori, scatenando ondate di violenza e suscitando forti preoccupazioni agli interessi occidentali.

Gli strumenti della Confédération des États du Sahel

La Confederazione, alla cui presidenza di turno è stato designato il presidente di transizione maliano, Assimi Goita, con mandato di un anno,  avrà come strumenti principali un fondo di stabilizzazione e una banca di investimento comune. Formalizzati durante il vertice, questi strumenti finanziari sono il risultato del lavoro congiunto dei tre ministri dell’Economia, avviato lo scorso novembre. Obiettivo principale è di accelerare il processo di abbandono del sistema monetario del franco Cfa, retaggio coloniale che consente a Parigi di dettare le politiche monetarie dei paesi africani che ne fanno parte e  detenerne gran parte delle loro riserve valutarie, ma anche convogliare importanti risorse finanziarie necessarie ai settori agricoli, idrici, energetici e dei trasporti.

Con la firma del trattato istitutivo della Confederazione, sottoscritta dal Presidente del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria del Niger, generale Abdourahamane Tchiani, dal Presidente ad interim del Burkina Faso, capitano Ibrahim Traoré, e dal Presidente ad interim del Mali, colonnello Assimi Goita, si compie un passo importante verso un integrazione sub-regionale, animata dalla volontà comune di costruire un sistema di cooperazione e solidarietà per lo sviluppo.

Le conseguenze sul CEDEAO

Il vertice di Niamey non a caso si è tenuto un giorno prima di quello di Abuja del CEDEAO/ECOWAS, la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale,  che i tre paesi del Sahel accusano di essere sottomessa alla Francia e ai suoi alleati occidentali e di non supportare adeguatamente la lotta contro lo jihadismo. Un’accusa peraltro non isolata ma condivisa da diversi africani, che è passata ai fatti lo scorso 28 gennaio, con la decisione “irrevocabile” di ritirarsi dal blocco a partire dal 2025, provocando  forti preoccupazioni all’interno del Cedeao, in cui Mali, Burkina Faso e Niger pesano circa il 12 per cento del Pil e il 16 per cento della popolazione (circa 72 milioni di abitanti), oltre a detenere importanti risorse critiche.

In risposta ai colpi di Stato – in Mali nell’agosto 2021, in Burkina Faso nel settembre 2022 e in Niger nel luglio 2023 – il Cedeao aveva avanzato minacce militari  e imposto pesanti sanzioni, poi parzialmente revocate nel tentativo di riconciliare gli attriti. In tale contesto, nel summit di Abuja si sono richiamati la libertà di movimento, il mercato unico di 400 milioni di persone e i numerosi progetti regionali finanziati dall’organismo fondato nel 1975, ma si è anche discusso del pericolo di disintegrazione del blocco con la fuoriuscita dei tre Stati del Sahel, che danno corpo alle critiche provenienti da più ambienti africani sugli scarsi risultati finora ottenuti dal blocco, in termini di sviluppo economico e di sicurezza dell’area, e sui gravi impatti, sociali ed economici, delle sanzioni, che intensificano la percezione di un’organizzazione distante, che punisce anziché essere di aiuto e al servizio della popolazione, soggetta alle influenze di poteri esterni. Nel corso del vertice Cedeao, Bassirou Diomaye Faye, neoeletto presidente del Senegal, che recentemente ha visitato i tre paesi nel tentativo di ripristinare i legami, ha chiesto di adeguare il Cedeao alla  realtà dei tempi con un processo di riforme interne. Ha rimarcato anche la necessità di ricucire la frattura con Bamako, Ouagadougou e Niamey: “Dobbiamo fare di tutto per evitare il ritiro dei tre Paesi fratelli dalla Cedeao. Questo sarebbe lo scenario peggiore e un grave danno al panafricanismo che i padri fondatori ci hanno lasciato in eredità e che abbiamo la responsabilità storica di salvaguardare e trasmettere alle generazioni future”.  Il summit lo ha nominato facilitatore del dialogo di riavvicinamento con i tre paesi, che intanto si sono avvicinati a Russia, Cina e Turchia, da cui ricevono sostegno militare, economico e politico, distaccandosi sempre più dall’orbita occidentale.

La rottura degli schemi occidentali

Il portato del cambio di regime di questi tre paesi irrompe nello scenario geopolitico africano rompendo molti schemi legati all’Occidente e alle impostazioni neocolonialiste. Come affermato da Traoré “Gli occidentali ritengono che noi apparteniamo a loro e che anche la nostra ricchezza appartenga a loro. Pensano di essere loro a dover continuare a dirci cosa è bene per i nostri stati. Questa era è finita per sempre. Le nostre risorse rimarranno per noi e per la nostra popolazione”.

In tale orizzonte si inseriscono diversi provvedimenti presi dai nuovi governi militari, che si definiscono di transizione, per favorire il processo di indipendenza e di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. In primis la spinta che ha determinato la fuoriuscita  dai tre paesi delle truppe francesi e statunitensi che occupavano importanti basi, tra cui quella statunitense per droni, costata oltre 100 milioni di dollari nei pressi di Agadez in Niger. A questo si aggiunge l’uscita della missione multidimensionale integrata di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma). Tutto ciò ridisegna le relazioni di sicurezza che hanno caratterizzato  la regione negli ultimi anni, a cui si accompagnano importanti nazionalizzazioni, come quella dell’acqua potabile in Niger, fino a poco tempo fa in mano alla francese SEEN, e del giacimento di uranio di  Madaouela, uno dei più grandi al mondo, accompagnato dal ritiro dei diritti minerari alla multinazionale canadese GoviEx Uranium Inc.

Anche il Burkina Faso ha nazionalizzato la sua quota del 50% nella joint venture Burkina Commercial Bank, sollevando le proteste della Lybian Forein Bank detentrice dell’altro 50%, e il suo settore dello zucchero, precedentemente monopolizzato da imprese francesi, con cui intende anche abbassare il prezzo al consumo di questo importante prodotto alimentare, finora troppo caro per milioni di burkinabè.

Il Mali, poi, che è uno dei principali produttori di oro dell’Africa, e detiene importanti giacimenti di manganese e litio, ha riformato il suo codice minerario, con cui ha eliminato le esenzioni fiscali per le società minerarie e ha reso possibile detenere maggiori quote nazionali di capitale nei progetti, nella misura del 30% complessive. Un provvedimento che ha raccolto le critiche di gruppi di interesse e di investitori internazionali, che temono la riduzione degli enormi profitti delle imprese straniere che dominano il settore minerario del paese, tra cui i giganti canadesi Barrick Gold e B2Gold, l’australiana Resolute Mining e la britannica Hummingbird Resources.

                                                                               Giovanna Visco

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