Lo scenario internazionale del Mar Rosso

Nota: questo articolo è stato pubblicato sulla newsletter Aiom di gennaio 2024.

La crisi del Mar Rosso conferma quanto il mare e i vettori marittimi siano necessari all’economie del mondo, dando la cifra della  profonda relazione tra globalizzazione e sviluppo. Il conflitto, mai risolto, tra sionismo e palestinesi deflagra sul mondo attraverso il mare, divenendo questione globale. Non a caso, al di là di qualsiasi giudizio politico, gli Houthi hanno deciso di attaccare le navi commerciali di proprietà o con carico israeliano per ottenere il ritiro dell’assedio militare dalla Striscia di Gaza. Una linea poi estesa anche alle navi statunitensi e britanniche, dopo le risposte militari angloamericane contro i siti yemeniti degli Houthi, che indubbiamente hanno alzato l’asticella del rischio escalation, portando alla fuga altre navi civili.

L’economia israeliana è fortemente dipendente dagli scambi commerciali marittimi, ma la strategia Houthi ha anche una valenza politica importante, che mostra una evoluzione delle alleanze nell’area mediorientale tra Hamas, Hezbollah e Houthi, che innalza il peso politico di queste tre formazioni nelle relazioni internazionali, che non può essere ignorato dalle negoziazioni diplomatiche.

Il caos generale prodotto nel sistema internazionale di collegamento marittimo ora ha l’estrema necessità di una forte accelerazione diplomatica di pace, dettata non solo dalla sofferenza dei rifornimenti in un contesto peraltro già recessivo, ma anche dalla crisi climatica, che riducendo l’operatività del Canale di Panama, ha reso Suez-Mediterraneo la via marittima più breve  per raggiungere dall’Asia anche il versante est delle Americhe, e molto insidiosa la circumnavigazione dell’Africa, per le dure condizioni meteorologiche.

Anche la situazione economica e sociale israeliana, dopo la decisione del governo di assediare Gaza, si deteriora di giorno in giorno. Salgono le proteste di dissenso delle scelte politiche dei vertici e i media riportano notizie di  frattura all’interno della compagine governativa, per il radicalismo di Benjamin Netanyahu che sta bloccando le iniziative di promozione di nuovi principi negoziali per un accordo sugli ostaggi. Nel contempo, sono crollati gli investimenti esteri, fuggiti dal paese con l’inizio della guerra, a cui si aggiungono l’impennata dei costi/prezzi, lo spolpamento sociale dovuto al richiamo militare dei riservisti, e il ridimensionamento degli incassi erariali. Da un surplus dello 0,6% nel 2022, il bilancio israeliano 2023 è passato a un deficit del -4,2% (dato Ministero delle Finanze), precipitato in pochi mesi per la guerra a Gaza, che da stime ufficiali dovrebbe raggiungere la spesa di ben 58 miliardi di dollari.

Un quadro insostenibile, se si tiene conto che il mondo arabo, profondamente colpito dall’assedio di Gaza, intanto non è più quello del secolo scorso, ma è un insieme di Stati in crescita, alcuni con grandi disponibilità di capitali, potere e autorevolezza internazionali. Eppure, il fanatismo di una parte di israeliani pare ignorarlo. Recentemente sono spuntate pesanti considerazioni sull’Egitto, tra cui quella del rabbino Samuel Eliyahu, membro del consiglio rabbinico principale israeliano. Da un’emittente israeliana, il rabbino, ripercorrendo il comportamento degli egiziani dai biblici faraoni a oggi, ha messo in  guardia il governo di Netanyahu  per il crescente potere dell’Egitto, “grande pericolo per Israele”.  Nel Sinai (che in base ad accordi tra le parti dovrebbe essere smilitarizzato salvo deroghe contingenti come la lotta all’Isis), ha ammassato ingenti risorse militari. Il rabbino ha quindi esortato il governo israeliano ad aggiungere l’opzione di una guerra con l’Egitto, che a suo dire starebbe concentrando un a gran numero di carri armati al confine con Gaza, dichiarazione quest’ultima smentita dal Ministero degli Affari Esteri egiziano, che ha confermato il pieno controllo dei suoi confini.

Mentre il rabbino ed altri intervenivano sul tema, a El Dabaa, sulla costa settentrionale egiziana, si svolgeva la cerimonia del getto di cemento per il quarto e ultimo reattore della centrale nucleare di tecnologia russa. In costruzione per il crescente fabbisogno energetico del paese, l’evento che ha avuto grande risonanza, è stato partecipato dal presidente russo Vladimir Putin e dal presidente egiziano Abdel Fattah El-Sisi. Segna l’esordio dell’Egitto  nell’era nucleare pacifica.

Dal 1° gennaio scorso, l’Egitto è anche membro effettivo del gruppo BRICS, insieme a Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Iran e Arabia Saudita. Questi ingressi cambiano le prospettive classiche di forte conflitto tra Iran e Arabia Saudita, che peraltro hanno iniziato un percorso di pace “indiretto”, mediato dall’Oman, che ha portato a un negoziato di pace tra gli Houthi e l’Arabia Saudita, che appoggia il governo yemenita sunnita, in guerra sanguinosa dal 2015. Questi cambiamenti incidono direttamente sulle aspettative israeliane di normalizzazione con l’Arabia Saudita a prescindere dal destino dello Stato di Palestina. Il paese arabo ha ufficialmente confermato più volte, riportato anche dal Segretario di Stato statunitense Antony Blinken nei colloqui con Israele, che non vi sarà alcuna normalizzazione dei rapporti se Israele esclude la costituzione di una Stato palestinese.

In questo contesto si inserisce anche il procedimento contro lo Stato di Israele avviato dal Sudafrica presso la Corte internazionale di giustizia, per atti di genocidio contro i palestinesi della Striscia di Gaza, cha ha già svolto la sua prima seduta lo scorso 11 gennaio.  Il Sudafrica ha una stretta alleanza voluta da Mandela con il popolo palestinese, che vive le stesse atrocità vissute dai sudafricani con l’apartheid.

Dunque gli Houthi sono solo la punta di una tensione molto profonda, e servirà a poco la loro designazione come organizzazione terroristica globale da parte del Dipartimento di Stato americano, in vigore dal prossimo 16 febbraio. Solo una pace profonda, scevra da propagande e manipolazioni, mette al sicuro la navigazione commerciale internazionale e con esso lo sviluppo economico e sociale del mondo.

Intanto l’UNRWA ha pubblicato un bollettino lacerante: a Gaza 570.000 persone stanno affrontando una fame catastrofica, aggiungendo che  i combattimenti violenti, il rifiuto di accesso di Israele, le restrizioni e i blackout delle comunicazioni stanno ostacolando gli aiuti alle famiglie. Da fonte X, anche l’OCHA ha osservato che Israele ha impedito l’aumento degli aiuti umanitari a Gaza nelle prime due settimane del 2024, nonostante ce ne fosse urgente bisogno. Solo 7 delle 29 missioni previste per la consegna di cibo, medicine, acqua e altri beni di prima necessità sono riuscite a raggiungere la parte settentrionale della Valle di Gaza.

Dopo l’attentato al Nord Stream, la crisi del Mar Rosso conferma la debolezza del sistema economico di fronte ai conflitti geopolitici. Il cambiamento delle rotte non porterà giovamento ad alcun porto del mondo, alzando il rischio di  penurie, volatilità, rincari dei costi, aumento delle emissioni sui fondali oceanici e inflazione. Ecco perché diventa una questione di sopravvivenza per tutti pretendere la pace e la supremazia della diplomazia e dei negoziati che non mortifichino nessuna delle parti.

Giovanna Visco

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