In seguito alla feroce offensiva “Alluvione Al-Aqsa” dello scorso 7 ottobre nel sud di Israele, che ha causato oltre 1.400 vittime e preso in ostaggio circa 250 persone, ad opera del gruppo radicale palestinese Hamas, la risposta militare del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu è stata immediata ed esorbitante. Con l’operazione “Spade di Ferro” ha proclamato lo stato di guerra (il primo dopo 53 anni) e lo stato di assedio di Gaza, con cui sta radendo al suolo l’enclave palestinese da nord a sud. In 3 mesi le vittime palestinesi sono già 22.000, oltre a migliaia di feriti e lo sfollamento dell’l’85% dei 2,3 milioni residenti della Striscia, che l’esercito israeliano ha indirizzato in aree sicure, salvo poi bombardarle. Numeri che travalicano qualsiasi pretesa difensiva del governo Netanyahu contro Hamas, al governo della Striscia di Gaza dal 2007.
Lo Stato della Palestina
Lo Stato di Palestina è il compromesso di un contesto geopolitico internazionale estremamente complesso, costellato di fratture dolorose e violente, strutturalmente annodate all’impatto sulla regione del movimento ebraico sionista. Appoggiato fortemente dal Regno Unito e acceleratosi con il dissolvimento dell’Impero ottomano nella prima guerra mondiale, il sionismo persegue ideologicamente la fine della diaspora ebraica rivendicando i territori della regione sulla base della presunzione religiosa (il biblico Regno di Israele, che peraltro non trova alcun riscontro archeologico nonostante ricerche e scavi). Al termine della seconda guerra mondiale, il portato del movimento sionista ebbe riconoscimento nelle Nazioni Unite con il Piano di partizione della Palestina (1947) tra le comunità arabo-palestinese ed ebraica, che si stava gradualmente insediando dalla fine dell’Ottocento, seguito dalla autoproclamazione dello Stato di Israele (1948) e dalla rinuncia britannica al Mandato della Palestina (1920-1948). Da qui in poi è stata una concatenazione di conflitti, che hanno destabilizzato tutto il Medioriente.
Oggi la Palestina è uno Stato costituito da due enclave separate tra loro dallo Stato di Israele e fortemente assoggettate al suo controllo[1]. Designato dall’Assemblea della Nazioni Unite nel 2012 e finalmente riconosciuto in quanto tale nel 2019 da oltre il 70% degli stati membri., lo Stato di Palestina comprende la Striscia di Gaza affacciata sul Mediterraneo (che includerebbe anche Gerusalemme Est unilateralmente annessa da Israele dopo la guerra dei sei giorni nel 1967)[2] e la Cisgiordania, situata nell’interno verso la Giordania.
Gli eventi militari di questi ultimi tre mesi appaiono in continuità con la volontà di espansione territoriale dei governi israeliani, che combinano occupazione militare, epurazione etnica e insediamenti civili all’interno di un processo che non si è mai arrestato, a partire dalla guerra arabo-israeliana nel 1948.
Un’occupazione de facto della Striscia di Gaza
Lo scorso 28 ottobre l’invasione di terra ha segnato l’inizio della occupazione israeliana de facto della Striscia, che segnala un reiterarsi del processo di annessione, come indica il progetto di un complesso residenziale israeliano sulle macerie bombardate di un centro abitato palestinese di Gaza, come documentato da Al Jazeera.
Finora, lo sganciamento di oltre 29.000 bombe sulla Striscia ha distrutto il 70% delle case palestinesi (circa 300.000 su un totale di 439.000) e raso al suolo la maggior parte delle infrastrutture, in un bombardamento assurto da molti politologi come il più distruttivo della storia moderna.
Prima del 7 ottobre, gli insediamenti illegali israeliani tra Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza contavano circa 800.000 coloni, protetti dall’esercito, protagonista di innumerevoli sgomberi armati di case abitate e terreni coltivati da famiglie palestinesi. Un fenomeno che va a braccetto con lo sfruttamento di manodopera a basso prezzo importata dagli israeliani dai paesi poveri con accordi intergovernativi.
L’anti filantropismo di Netanyahu – che tra vicende alterne e gravi accuse di corruzione assomma 17 anni alla guida del paese – soffia su un lacerante odio etnico-religioso israeliano, documentato da molti video e culminato in questi giorni a Gerusalemme Est con lo spruzzo di acqua puzzolente sui credenti presso la moschea di Al- Aqsa, una delle più sacre del mondo musulmano, già oggetto di forti restrizioni da parte delle autorità israeliane. Pochi giorni prima il governo aveva autorizzato il nuovo insediamento “Basso Acquedotto a Gerusalemme”, attirandosi contro il monito della Ue.
Il braccio di ferro tra Israele
L’assedio israeliano di Gaza ha scatenato imponenti manifestazioni di protesta in tutto il mondo, che hanno unito ebrei, mussulmani e cristiani e costretto molti governi ad assumere posizioni ufficiali di biasimo, che tuttavia non trovano ancora una quadra diplomatica in sede ONU, per il veto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza sul cessate il fuoco, richiesto dalla maggioranza dei membri dell’Assemblea e anticipato dalle dichiarazioni ufficiali indirizzate a Israele sul divieto di assedio del diritto internazionale umanitario. Un veto accolto con soddisfazione dal primo ministro israeliano, che ha annunciato che la guerra continuerà per “molti mesi ancora”, ma ha smobilitato alcune unità di riservisti per non danneggiare l’economia del paese, segno di essere riuscito a sopravanzare la resistenza palestinese. L’amministrazione statunitense Biden ha reagito esortando Israele ad abbassare l’intensità dei combattimenti a Gaza e, per la seconda volta in un mese, ha scavalcato il Congresso per approvare la vendita di armi di emergenza a Israele.
Nella realtà la situazione rischia di aggravarsi ogni giorno di più, e la diplomazia internazionale sta lavorando incessantemente per fermare la strage nella Striscia, riportare Israele entro i suoi confini e depotenziare il pericolo di un allargamento del conflitto, che sarebbe catastrofico per il Mediterraneo e in generale per il continente euroasiatico.
La crisi del Mar Rosso
“Maneggiare con cura” sembra essere l’atteggiamento con cui in questo momento la gran parte del mondo sta affrontando questa gravissima crisi, che ben si evince dalle modalità di risposta alle azioni ritorsive dal gruppo yemenita Houthi, che per pressare Israele a cessare l’assedio di Gaza, sta attaccando le navi, a qualsiasi titolo riconducibili a Israele, in transito sulle acque internazionali del Mar Rosso. Dopo tentativi a vuoto di colpire il suolo israeliano, lo scorso 19 novembre un commando Houthi calatosi da un elicottero ha dirottato la nave portaveicoli Galaxy Leader, ora alla fonda del porto yemenita di Hodeidah, e sequestrato i 25 membri di equipaggio. La nave, diretta in India dalla Turchia, è di proprietà della Ray Car Carriers, riconducibile a uno degli uomini più ricchi di Israele, Abraham Rami Unga. Sono poi seguiti decine di attacchi con droni, missili e modalità di assalto tipici della pirateria, nella maggior parte dei casi intercettati e neutralizzati da navi militari statunitensi, britanniche e francesi, senza registrare morti o feriti da entrambe le parti fino al 30 dicembre, quando nello Stretto di Bab al-Mandab, durante un tentativo di assalto alla portacontenitori Maersk Hangzhou, elicotteri militari statunitensi hanno affondato tre motoscafi Houthi senza lasciare superstiti. Un’azione che rischia di alzare il livello del conflitto degli yemeniti, come riporta X .
La dipendenza dalle importazioni marittime di Israele
Al di là di qualsiasi giudizio etico, l’attacco all’attività marittima israeliana colpisce il 99% delle importazioni[3]del Paese, di cui il 30% è via Mar Rosso, relativamente a merci provenienti in particolare dalla Cina[4], che dall’assedio di Gaza alcuni operatori israeliani accusano di avergli rallentato le procedure di esportazione. Gli attacchi Houthi alle navi hanno fatto quasi azzerare le attività del porto israeliano di Eilat sul Mar Rosso e spinto le rotte delle navi verso l’alternativa, più lunga del 40%, di circumnavigare l’Africa per raggiungere da Gibilterra i porti israeliani, con trasbordo da altri porti vicini. Una scelta che, tuttavia, non aggira i rischi, considerando quanto ventilato dal vice comandante iraniano Mohammad Reza Naqd, che ha pronosticato la nascita di nuove forze di resistenza e la chiusura delle restanti strade e rotte se gli Stati Uniti e i loro alleati proseguiranno le “azioni criminali”. Al momento il sabotaggio del commercio marittimo israeliano sta ricadendo sull’economia del paese con rincari extra a quelli assicurativi legati all’entrata in guerra, introducendo il rischio penuria, la perdita di competitività del time-to-market[5] dei prodotti di consumo e il caos rifornimenti, che comporta l’aumento logistico delle scorte.
Attualmente il 12% del commercio globale passa attraverso lo stretto naturale di Bab al-Mandeb, che separa Eritrea e Gibuti[6] dallo Yemen, tra Oceano Indiano e Mar Rosso, a sua volta collegato al Mar Mediterraneo dal Canale di Suez. Nel 2022 vi sono transitate 23.583 navi, che hanno trasportato circa 1,5 miliardi di tonnellate di merci, tra cui le grandi navi cisterna con il 10% del greggio mondiale, pari a oltre 6 milioni di barili al giorno, dirette soprattutto in Europa. È evidente che la portata dello spostamento delle navi commerciali su rotte più lunghe ma più sicure, travalica il commercio israeliano e coinvolge in pieno quello globale, mettendo in crisi le merci a più basso valore, che non possono sostenere i rincari del trasporto marittimo, e aumentando il livello delle emissioni per l’allungamento delle rotte. Tutto questo in un contesto generale europeo già problematico, per il perdurare del conflitto russo ucraino, l’inflazione e i mutamenti delle catene del valore globali a seguito della pandemia Covid.

Il canale di Suez
L’instabilità della situazione sta già determinando l’impennata dei prezzi del petrolio, con impatterà inflativamente sui costi energetici europei, mentre le tariffe di spedizione sono già aumentate di circa il 20%, parallelamente a quelle assicurative per le navi cargo che passano per il canale di Suez.
Secondo l’Autorità del Canale di Suez, (SCA) dal 19 novembre al 17 dicembre avevano deviato verso il Capo di Buona Speranza 55 navi, il 3% delle 2.128 che invece hanno attraversato regolarmente il canale, l’arteria navigabile più veloce da Est a Ovest. Ma la situazione permane molto fluida, con dati che cambiano di giorno in giorno per le sospensioni a singhiozzo, in base al manifestarsi degli attacchi Houthi alle navi di proprietà o con carichi israeliani. A fine anno la SCA ha reso noto che diverse compagnie portacontainer, che sono i vettori che trasportano i carichi di più alto valore e più costosi sotto il profilo assicurativo, avevano notificato la ripresa dei viaggi via Suez, tra cui Maersk, Evergreen, CMA-CGM. Altre, invece, come la Orient Overseas Container Line (OOCL) di Hong Kong, hanno bloccato l’accettazione di merci da e per Israele “fino a nuovo avviso”. Tuttavia, il verificarsi degli attacchi immette incertezze e ripensamenti continui sulle rotte, alimentando ritardi delle consegne e aumento dei prezzi, innescando una nuova ondata inflattiva globale.
Il rappresentante istituzionale di oltre l’80% della flotta mercantile mondiale, l’International Chamber of Shipping, intervenendo sulla crisi marittima del Mar Rosso, ha stigmatizzato gli attacchi Houthi come “flagrante violazione del diritto internazionale”, invitando “gli Stati con influenza nella regione a lavorare per fermare le azioni di attacco degli Houthi ai marittimi e alle navi mercantili, e de-intensificare quella che oggi costituisce una minaccia estremamente seria per il commercio internazionale”, come riporta The time of Israel.
L’alleanza Stati Uniti-Israele
Gli Stati Uniti, al fine di porre fine agli attacchi Houthi, lo scorso 18 dicembre dalla base della quinta flotta della marina statunitense in Bahrein, convocando da remoto la Combined Maritime Forces (CMF)[7], hanno lanciato la Operation Prosperity Guardian (OPG). Si tratta di una coalizione navale multinazionale a guida statunitense, per il pattugliamento marittimo di protezione dei transiti commerciali nel Mar Rosso e nel golfo di Aden, che prevede anche offensive contro siti di lancio, di comando e di stoccaggio missilistico situati nello Yemen. L’accoglienza dell’iniziativa da parte degli altri paesi ha tuttavia raffreddato le aspettative statunitensi e israeliane. Rapidamente, molte delle circa venti adesioni iniziali [8] sono state ritrattate, fino a giungere al veto della Spagna contro la modifica della missione navale europea su mandato internazionale ONU di contrasto della pirateria nel Corno d’Africa, Operazione Atalanta (EU NAVFOR), che avrebbe consentito agli Stati Uniti di assumerne il comando, trasformato poi in una non partecipazione spagnola alla missione, dopo una telefonata tra Biden e Sanchez. La Francia, invece, sin dal primo momento si è rifiutata di accettare il comando statunitense della sua fregata, con cui sta scortando le navi della compagnia francese CMA CGM, e anche l’Italia in risposta alle richieste degli armatori ha inviato la fregata Virginio Fasan mantenendone il comando, mentre Danimarca, Norvegia e Olanda e l’alleato di sempre degli Stati Uniti, l’Australia si limiteranno all’invio di alcuni ufficiali. La Germania, invece, ne resta fuori, avendo difficoltà costituzionali a partecipare a missioni che non siano sotto l’egida UE, NATO o ONU e ha chiesto all’Iran di intervenire sugli Houthi per fermare gli attacchi alle navi.
Anche le principali compagnie di navigazione, che sono la parte direttamente interessata, hanno sottolineato numerose perplessità, circa le incognite riguardo tempi, regole di ingaggio e programma di protezione.
L’Egitto
Il paese potenzialmente più colpito dalla deviazione dei traffici verso il Capo di Buona Speranza, è l’Egitto, che dal passaggio delle navi a Suez ricava entrate vitali per il paese (9,4 miliardi di dollari nel 2022). In qualità di paese arabo, l’invasione e la strage di palestinesi perpetrata dalle forze israeliane lo coinvolge in modo diretto ma allo stesso tempo deve salvaguardare i propri introiti vitali. Per questo il ministro degli esteri, Sameh Shoukry, ha dichiarato che la protezione del Mar Rosso dagli attacchi houthi deve essere responsabilità dei paesi che si affacciano sul Mar Rosso.
L’Iran
Quel che è certo è che gli attacchi mirati houthi denotano una forte attività di intelligence, che potrebbe spiegare l’attentato mortale a Teheran di Mohammad Akiki, alto funzionario dei servizi iraniani, ad opera di quelli israeliani, e successivamente l’uccisione del generale iraniano esperto di intelligence, Sayed Razi Moussavi, avvenuta con il lancio di tre missili israeliani sulla sua casa in Siria. Poi a Beirut in Libano è stato assassinato il 2 gennaio l’alto funzionario e portavoce di Hamas, Saleh al-Arouri, al centro dei negoziati su un piano di cessate il fuoco con Israele, condotti da Qatar e Egitto. L’omicidio ha sollevato scioperi e proteste in Cisgiordania e soprattutto molte preoccupazioni internazionali sull’allargamento del conflitto in Libano. Il giorno dopo, a Teheran un attentato con due ordigni durante la commemorazione del generale Qassem Soleimani, ucciso 4 anni fa dagli Stati Uniti, ha causato più di 100 vittime e oltre 200 feriti.
L’Iran sostiene sia i combattenti Hezbollah, che dall’assedio di Gaza continuano a scontrarsi con Israele regolarmente al confine libanese, nel tentativo di allentare la tensione su Gaza, e sostengono il governo di Bashar al-Assad in Siria, sia Hamas; ma ha respinto qualsiasi coinvolgimento diretto negli attacchi del 7 ottobre contro Israele. Il vice ministro iraniano degli Esteri, Ali Bagheri Kani ha preso le distanze anche dagli attacchi Houthi alle navi, definendoli “azioni portate avanti in modo indipendente”, e il suo governo ha smentito il Pentagono, che aveva ventilato il coinvolgimento iraniano nell’attacco a una nave chimichiera affiliata a Israele nell’Oceano Indiano, a 200 miglia dal porto indiano di Veraval.
Gli Houthi
Da parte Houthi, il leader Mohammed al-Bukhaiti, ha detto ad al Jazeera che affronteranno qualsiasi coalizione formata dagli Stati Uniti e dispiegata nel Mar Rosso, “fin quando non si porrà fine ai crimini di genocidio a Gaza e non sarà consentito l’arrivo di cibo, medicine e carburante alla popolazione assediata nella Striscia, indipendentemente dai sacrifici che ci costerà”. Anche il portavoce Muhammad Abdel Salam ha ribadito che “il fine delle operazioni navali di Ansar Allah è sostenere il popolo palestinese nell’affrontare l’aggressione e l’assedio di Gaza, non fare una dimostrazione di forza o una sfida a qualcuno” e ha accusato la coalizione formata dagli USA di non aver alcuna giustificazione, se non quella di proteggere Israele e militarizzare il mare. Anche l’alto negoziatore houthi, Mohammed Abdul Salam, ha dichiarato alla Reuters l’inutilità della missione statunitense, perché le acque vicine allo Yemen sono sostanzialmente sicure, eccetto per le navi legate o dirette in Israele.
Il pericolo escalation
Intanto gli Stati Uniti stanno valutando unilateralmente un attacco al territorio yemenita dalla portaerei Eisenhower, impiegando le forze della loro base di Camp Lemonnier a Gibuti, e hanno già alzato il tiro con l’affondamento senza superstiti dei motoscafi houthi, che tentavano di abbordare la portacontainer Maersk Hangzhou. Azioni che segnalano il possibile innesco di una pericolosa escalation, mentre Israele continua irremovibile a distruggere Gaza, e che potrebbero interferire anche sul negoziato di pace, mediato dall’Oman, tra gli Houthi e l’Arabia Saudita, che appoggia il governo yemenita sunnita, in sanguinosa guerra dal 2015. È di pochi giorni l’accordo tra i due contendenti, accolto con favore dalle Nazioni Unite, su un pacchetto di misure con cui avviare il processo che riporta la pace in una regione strategica per Suez e il Golfo Persico. Ma adesso l’avido odio del sionismo israeliano sta compromettendo ancora una volta la pace in Medioriente.
Giovanna Visco
[1] Nella Striscia di Gaza Israele controlla sei dei sette accessi terrestri transfrontalieri (il settimo confina con l’Egitto), nonché le forniture di elettricità e acqua potabile, che ha tagliato del tutto in questi mesi di assedio.
[2] Con una legge fondamentale, Israele nel 1980 ha proclamato unilateralmente Gerusalemme capitale, sostituendola a Tel Aviv. A fine 2017 ha ottenuto il suo riconoscimento dall’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, esaudendo una richiesta del Congresso sollecitata dalle lobbie e rimasta sospesa da anni. Nel 2018, unico paese estero a farlo, vi hanno trasferito l’ambasciata, sollevando forti opposizioni a Gaza e-Cisgiordania, nella comunità cristiana di Gerusalemme e nel mondo arabo e mussulmano, mentre Unione Europea e Gran Bretagna mantengono la posizione di Gerusalemme capitale di entrambi gli Stati.
[3] circa il 50%proviene dai paesi europei.
[4] Israele dalla Cina acquista macchinari, prodotti di consumo e commerce, elettronica e veicoli.
[5] Il periodo di tempo intercorrente tra l’ideazione di un prodotto e la sua immissione commerciale sul mercato.
[6] Gibuti è un piccolo stato che accoglie le più grandi basi militari dell’intera regione, tra cui Stati uniti, Francia e, unica base militare estera, Cina.
[7] La CMF è guidata dagli Stati Uniti, formata da 39 membri tra cui la NATO e comprende la Task Force 153, istituita nel 2022 per operare nel Mar Rosso.
[8] Tra cui Australia, Bahrein, Canada, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Norvegia, Paesi Bass, Regno Unito, Seychelles, Spagna.
Un ragguaglio interessante e completo. A differenza dei grandi media italiani.
Ho trovato l’articolo informatissimo e molto importante per orizzontarsi su ciò che accade in Medio Oriente. In particolare preziose le notizie sulle azioni degli Houthi nel mar Rosso e su quelle di USA-Israele per contrastarle e di cui si parla poco.