Burkina Faso, oro e cotone

Un segnale di asimmetria colonialista
A quattro mesi dalla prima elezione democratica dopo 50 anni, il Presidente Roch Marc Christian Kaboré vola a Parigi in veste ufficiale. 
E’ sostenuto dalla volontà di rinnovamento del Paese, che tuttavia non tarda ad essere pervasa da un sentimento di lesa maestà, quando si apprende che a ricevere il Capo dello Stato in aeroporto c’è solo l’ambasciatore francese del Burkina Faso. 
All’accavallarsi di piccati commenti sull’accaduto, il Ministro degli Affari Esteri Alpha Barry, interviene, inquadrando il meschino episodio nel contesto generale del protocollo delle relazioni internazionali con il continente africano: “Il problema di fondo è che gli africani hanno bisogno di essere accolti come si accolgono gli altri” evidenzia in tv burkinabé.

Gli interessi della Francia
L’arrivo di Kaboré nella capitale dell’ex impero coloniale, interessa molto alla vecchia politica militare francese, ma anche alle nuove speranze del Burkina Faso.
Il Paese ha una popolazione costituita dal 40% di poveri, percentuale che tocca il 70% nelle regioni del Nord, come stimato nel 2014 dall’Istituto Nazionale di Statistica e riportato da Africa Rewival. 

Su tali emergenze prioritarie è drammaticamente rimbalzata la sicurezza occidentale, dopo il tragico attentato del 15 gennaio scorso all’Hotel Splendid nella capitale Ouagadougou, il peggiore della storia del paese, preceduto da quello di Bamako (capitale del Mali) e seguito da quello nel resort Grand Bassam in Costa d’Avorio. 

3 attentati terroristici in 5 mesi rivendicati dall’AQIM (al-Qaida in the Islamic Maghreb) che hanno ucciso almeno 80 persone, da fonte Defense News, a cui hanno fatto seguito riunioni a porte chiuse dei vertici francesi nella capitale ivoriana Yamoussoukro.
Ne sono seguite le dichiarazioni del Ministro degli Interni francese Bernard Cazeneuve, che in conferenza stampa aveva espresso la volontà unilaterale di insediare a Ouagadougou un contingente di polizia paramilitare francese, la GIGN, per il pronto intervento antiterrorista in tutto il West Africa, che si aggiunge ai contingenti militari francesi già normalmente stanziati. 

Burkina Faso, per posizione geografica e per distanza culturale dal terrorismo, è strategica per la politica francese nel Sahel, e molti nel Paese pensano che sia proprio la presenza dei militari francesi ad attrarre il terrorismo jihadista. 

Il perché della freddezza diplomatica francese 
Nella conferenza sui primi 100 giorni del suo mandato, alla vigilia della partenza per Parigi, Kaboré aveva reso noto di aver espresso il proprio disappunto all’ambasciatore francese (trovato poi all’aeroporto di Parigi) sulle dichiarazioni di Cazeneuve. 

Lo ha poi incontrato durante la sua permanenza parigina per discutere di un pacchetto sicurezza, nel quale, da fonte RFI, rientrerebbe anche un accordo per l’acquisto di diversi aerei da ricognizione con il supporto finanziario della Francia. 

Segnali inquietanti di spesa
Questi segnali inquietanti di scenari già visti, annuvolano le prospettive di cambiamento strutturale della politica sociale burkinabé, che in nome della sicurezza potrebbe veder scombinata la scala delle priorità di spesa dello Stato, con decurtazioni delle risorse destinate alla assistenza sanitaria e all’istruzione. 
Ma la giovane popolazione burkinabé è consapevole dei propri diritti, ha memoria storica e progetta la propria vita in relazione al governo della società. In altri termini ha cultura politica.

La cultura politica dei Burkina
A determinare la schiacciante affermazione elettorale di Kaboré, infatti, è stato essenzialmente il programma di riforme costituzionali ed economico-sociali, mirato a ribaltare le sorti future dei burkinabè. 
La gente non ha dimenticato i trascorsi politici di Kaboré, è vigile, partecipativa e organizzata in gruppi di scopo e movimenti, tra cui il Fronte della Cittadinanza, che è una delle principali espressioni di coalizione, che monitora attivamente lo stato dell’arte delle promesse elettorali e ha organizzato il programma on-line “Présimètre,  che misura con dati aggiornati l’operato del governo.

Sul piano costituzionale, al primo punto delle riforme l’abolizione del terzo mandato, che nel gennaio 2014 indusse Kaboré, dopo 25 anni di idillio, a rompere con Blaise Compaoré, che tentava di emendare la Costituzione per essere ancora riconfermato. 

In linea con l’emendamento costituzionale di novembre 2015 del governo di transizione di un anno guidato da Michel Kafando, sui limiti temporali della carica presidenziale (5 anni legislativi e una sola possibilità di rinnovo), Kaboré si è dichiarato avversario dei capi di stato al terzo mandato. 

L’abolizione di questa pratica è un nodo politico fondamentale per gli equilibri internazionali in gioco sul continente africano. 
Anche il capo diplomatico statunitense per gli Affari Africani, Linda Thomas-Greenfield, è intervenuta sull’argomento nelle pagine di allAfrica, definendolo un provvedimento necessario alla costruzione del processo democratico negli Stati africani; ma intanto, nella Repubblica del Congo, altra ex colonia francese, si è inaugurato il terzo mandato di Denis Sassou Nguesso, dopo un referendum costituzionale e una controversa elezione. 

Come riportano AFP – Africanews, dando seguito ad un accordo siglato tra le parti politiche e sociali del Paese durante il governo di transizione, Kaboré ha nominato la commissione incaricata di scrivere entro 60 giorni la bozza della nuova Costituzione della V Repubblica del paese, per soppiantare quella promulgata nel 1991 da Compaoré, all’indomani della sua prima vittoria elettorale delle 5 consecutive, dopo l’assassinio di Thomas Sankara e il contemporaneo colpo di stato nel 1987.  

Fare giustizia 

Cancellare i disastrosi segni del passaggio di Compaorè nel paese è il primo atto di ripresa tangibile e simbolicamente necessario al mantenimento della fiducia della popolazione. 
Intanto, come riporta lo Shangai Daily, da fonte Xinhua, Kaboré ha confermato la validità del mandato internazionale di arresto contro l’ex despota e contro Guillaume Soro Kigbafori (Presidente dell’Assemblea nazionale ivoriana), mandanti del tentato colpo di Stato contro il governo di transizione nel settembre 2015. 
Messo in fuga a furor di popolo, Compaoré ha trovato casa in Costa d’Avorio, che gli ha concesso la cittadinanza per proteggerlo dall’estradizione, vietata dalla Costituzione ivoriana. 
“Al di là dei mandati di arresto, l’amicizia e i legami di fraternità tra le persone di Costa d’Avorio e Burkina Faso non devono alterarsi” ha raccomandato Kaboré. 

L’emergenza economica
Travalicando le questioni politico-costituzionali, che come ovunque sono apparentemente molti distanti dalla vita quotidiana delle persone costrette a vivere di nulla, che siano diradate in piccoli villaggi remoti o ammassati nelle poche città prive di servizi essenziali, l’agenda presidenziale e governativa ha una fortissima emergenza economica. 

Kaboré conta sul partenariato pubblico-privato ed a Parigi si è incontrato con l’associazione imprenditoriale francese Medef per discutere le opportunità di business nel paese, legate ad un programma nazionale di sviluppo. 

Come riporta RFI, riguardo al settore pubblico, oggetto degli incontri è stato anche un prestito francese di 30 milioni di euro per un progetto infrastrutturale di costruzione in 15 anni della rete idrica nella capitale Ouagadougou.

Obiettivo economico-finanziario del governo è riportare stabilmente il tasso di crescita del paese al 5%, valore registrato nei primi anni 2000, ma che le oscillazioni dei mercati dei principali prodotti di esportazione del Burkina Faso, oro e cotone, hanno messo a dura prova.  

La riforma mineraria
Come riporta Africatime, il Governo burkinabé sta attuando il nuovo Codice minerario, varato dal governo di transizione nel giugno 2015, condizione propedeutica posta dalla Banca Mondiale per il rilascio di $100 milioni nelle casse paese, come riportato da Africa Rewival. 

Il primo passo senza precedenti è stato la cancellazione di 356 licenze, irregolari o scadute da anni, sulle 731, operative e non, censite complessivamente, e che riguardano giacimenti di oro, zinco e altri minerali. 

Da agenzia APANews, l’operazione del Ministro dell’Energia e delle Miniere, Alpha Omar Dissa ora proseguirà con l’aggiornamento catastale e l’offerta delle aree libere ad investitori autorizzati internazionali e nazionali.

Giacimenti di oro
Tra le attività minerarie in Burkina, la più importante è l’estrazione di oro, che dal 2006 è cresciuta di ben 20 volte, posizionandosi al IV posto dei produttori africani, dopo Sud Africa, Ghana e Mali. 

L’oro rappresenta il 56% del valore degli export del paese (dato Bloomberg) e nel 2014 ha realizzato un fatturato in export di 1,6 miliardi di dollari, producendo 36,5 t di metallo prezioso, +9% sull’anno precedente. 

In Burkina Faso l’estrazione di oro non è solo industriale, ma è anche un mezzo di misera sussistenza per circa 1 milione di bambini, donne e uomini burkinabè cercatori d’oro, che secondo l’EITI (Extractive Industries Transparency Initiative) producono quantità di metallo scarsamente documentabili. 

Ufficialmente il 99% della preziosa estrazione è industriale e l’oro prodotto artigianalmente nel 2013 risultava appena di 0,5t. 

Ma le stime della ONG Berne Declaration, diffuse da EITI, raccontano un’altra storia. La produzione artigianale ammonterebbe ad almeno 8,8t all’anno e nel 2013 circa 7t di oro sarebbero “scivolate” via Togo direttamente in Svizzera

Solo 37 delle 63 case di trading dell’oro che operano in Burkina dichiarano i loro redditi all’OMG (Office of Mines and Geology). 

Ripreso da NewsGhana da fonte cinese Xinhua, dal V rapporto EITI nel 2013 il settore aurifero industriale, gestito da 29 compagnie minerarie, ha prodotto il 12% del PIL del paese e versato nelle casse dello Stato complessivamente 335mln di dollari, di cui $1,3 milioni trasferiti localmente, occupando circa 13.000 burkinabè e 900 stranieri. 

Ma se si guarda alla relazione tra la condizione di vita della popolazione e quella delle società estrattrici in Burkina, essa è ben più che inversamente proporzionale. L’oro è un metallo non solo prezioso in sé, ma è strategico nell’economia globale per la sua funzione di bene-rifugio, quando il rallentamento della economia tracolla i titoli e i derivati sui volatili mercati internazionali. 

Il controllo globale delle quantità aurifere disponibili è determinante per il credito finanziario e la disponibilità di moneta.

L’oro burkinabè un affare internazionale che non lascia niente
Come riporta Mining.com, a fine febbraio di questo anno sul mercato azionario di Toronto i titoli della canadese Endeavour Mining sono balzati di oltre il 4% subito dopo l’annuncio della vendita cash per 25 milioni di dollari della miniera di Youga in Burkina Faso, di cui ha conservato l’1,8% netto di royalty. 

L’acquirente è la turca MNG Gold, già in possesso dal 2015 di un’altra licenza mineraria aurifera a Kokoya in Liberia

Secondo Endeavour, proprietaria di altre 4 miniere operative in Costa d’Avorio, Mali, Ghana e Burkina Faso, lo scorso anno da Youga si sono estratte 64.407 once e nel 2016 prevede una produzione tra 40.000 e 45000 once. 
Youga è poco distante da Balogo, un campo di esplorazione acquistato da MNG Gold un anno fa dalla australiana Golden Rim Resources, in cerca di 10 milioni di dollari cash da aggiungere allo studio di fattibilità del progetto aurifero di estrazione di Korongou in Burkina Faso.

Il regime Compaoré aveva fortemente spinto le attività estrattive senza alcuna regola o controllo che ne limitasse i danni causati all’ambiente e alle economie locali, creando contaminazioni delle acque, impoverimento dei suoli e persistenti conflitti sociali. 

Il nuovo codice minerario, che tra l’altro migliora la sicurezza dei siti artigianali e vieta l’utilizzo di prodotti chimici tossici, interviene direttamente nella tutela ambientale, garantisce più ricavi allo Stato, che Compaorè aveva sforbiciato a favore delle compagnie estrattive, e obbliga le imprese private a investire localmente in campo sociale (sanità, istruzione ecc). 

Ha anche istituito per la prima volta un fondo a favore dei territori prossimi ai siti minerari che ne subiscono le esternalità dirette, con il versamento mensile dell’1% del fatturato lordo delle compagnie. 

Dopo l’oro c’è il cotone
Dopo l’oro, il cotone rappresenta la seconda voce del PIL di Burkina Faso. Nel 2013 ha costituito il 20% del valore dell’export complessivo (dato Bloomberg), sostenuto dalla qualità eccellente dei filati che se ne ricavano. Ma l’introduzione nei campi di coltivazione di sementi transgenici sta rischiando di depauperare irreversibilmente questa importante attività. 
Monsanto e i semi transgenici che distruggono le coltureIl tutto nasce durante il regime Compaoré, quando il gigante statunitense di biotecnologie agrarie Monsanto, ora di proprietà della tedesca Bayer, nonché uno dei principali sponsor di Expo 2015 dedicato alla agricoltura, nel 2003 firma un vantaggioso accordo con l’Agenzia pubblica di ricerca di Burkina Faso.l’accordo prevede il finanziamento di un progetto pilota di trasformazione genetica dei semi convenzionali del cotone locale, così come anche di altre specie vegetali alimentari. 

Dopo 5 anni di esperimenti viene immessa a prezzi scontati la nuova semente, contando sul sistema burkinabé di pre-finanziamento del cotone (il cotonificio anticipa le spese di acquisto dei semi ai produttori locali, che poi le rimborsano a raccolto pagato). 

Il punto di forza dei nuovi semi di laboratorio è un gene insetticida che fa crescere le aspettative di resa dei raccolti di oltre il 30% e nel 2012 l’impiego agricolo dei semi OGM arriva al 70% della produzione del paese. 

Ma, dopo i primi illusori risultati, gli agricoltori che impiegano la semente OGM Monsanto già da un po’ di tempo, assistono increduli al brusco deteriorarsi della produzione, causato dal minor peso dei fiori (gli agricoltori vengono pagati a peso), dalla riduzione della lunghezza delle fibre (principale caratteristica di  pregio) e, come se non bastasse, i bruchi riaffollano le piantagioni.  
In altre parole, qualità e quantità sono compromesse e si cominciano a contare i primi gravissimi danni sul reddito degli agricoltori e sul valore delle esportazioni.

Le proteste degli agricoltori 
Un anno fa, come riportato da Le Monde, nella capitale ci fu un’imponente manifestazione di protesta contro l’OGM a difesa delle coltivazioni convenzionali. 

Sfilarono in migliaia tra contadini e braccianti, fra cui l’Unione nazionale dei lavoratori agro-pastorali Syntap, cittadini, organizzazioni non governative e, temendo che il Burkina Faso diventi la porta di ingresso dell’OGM in West Africa, delegazioni di altri stati come Togo, Senegal e Benin.  

Recentemente l’Associazione cotoniera del Burkina Faso, ICAB Inter-professional Cotton Association of Burkina, che comprende anche l’Unione nazionale dei coltivatori di cotone (UNPCB), ritornando sui propri passi, ha chiesto alla Monsanto proprietaria della semente OGM, un risarcimento di 82 milioni di dollari per i danni causati al settore.  

Ma Monsanto, che non vorrebbe perdere il mercato agricolo di Burkina Faso, a sua volta nega qualsiasi danno arrecato dai suoi semi, adducendo cause ambientali e richiamando l’attenzione a problemi analoghi riscontrati in altre varietà di cotone. Comunque, da fonte Reuters, sarebbero in corso trattative finanziarie. 

Intanto, l’ICAB ha chiesto agli agricoltori di bloccare l’uso di questi semi fin quando la tecnologia non sarà migliorata e le lunghezze delle fibre saranno ripristinate. 

Entro il 2018 la coltivazione con semi convenzionali dovrebbe essere in gran parte re-introdotta. 
Da fonti governative riportate da Bloomberg, per il 2016-2017 è previsto un raccolto complessivo di 700.000 t.

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 25 aprile 2016

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