Arabia Saudita tra monarchia assoluta, sunnismo e riforme

Copre circa l’80% della penisola arabica lo Stato che custodisce le due città più sacre dell’Islam, Medina e Mecca, e contemporaneamente nel suo sottosuolo serba 1/5 della riserva mondiale di petrolio, la più alta quota, che scoperta nel 1938 ha cambiato per sempre il destino del paese. Il Regno di Arabia Saudita è una monarchia assoluta, priva di partiti e parlamento, fondata sulla Shari’a – la teologia giuridica coranica Sunna, insieme tramandato di racconti brevi sugli atti e i detti del Profeta Maometto, da cui si attingono norme complementari ai dettami del Corano. L’amministrazione della giustizia secondo la Shari’a commina punizioni di estrema violenza, che trovano attuazione anche in Siria e Iraq di ISIS, nella Nigeria di Boko Haram e nei telebani afghani, tutti politicamente distanti dl regno saudita. Ma sarebbe proprio questo, secondo alcuni osservatori, a spingere l’integralismo sunnita saudita verso una maggiore ortodossia, per preservarlo dall’influenza dell’ISIS, che dai confini yemeniti guarda l’Arabia Saudita e alle sue città Mecca e Medina. La minaccia jiadista e la crescente atmosfera di settarismo nella regione stanno spronando la famiglia reale saudita ad affermarsi leader del mondo mussulmano sunnita. In Arabia Saudita l’applicazione della giustizia è l’espressione di un patto di fedeltà reciproca tra la la famiglia Al-Saud e il Wahhabis.

La giustizia è ammInistrata da magistrati formati dall’Università di Riyadh, Imam Muhammad ibn Saud, un vero e proprio tempio della cultura wahhabita, e sono sottoposti all’autorità del Ministro degli Interni. Il sistema è finalizzato a soffocare qualsiasi forma di dissenso, comminando anche esecuzioni pubbliche in ugual misura ad assassini, stregoni, omosessuali, prostitute, consumatori o venditori di droga, ma anche a chi critica i fondamenti religiosi della società saudita.Il sunnismo del regno intende sostenere pace e religione ed è in questa logica che giustifica pratiche giudiziarie come la fustigazione pubblica o la decapitazione.

Dall’inizio del 2015 a Riyadh sono già state eseguite 9 decapitazioni, l’ultima delle quali ha riguardato una donna di Mecca, Layla Bint Abd al-Mutalib Basim, detenuta per l’omicidio della figliastra, una bimba di 7 anni torturata ed uccisa. Al Monitor riporta che la donna, senza essere sedata, è stata tenuta sul ciglio della strada legata al collo con una corda tenuta da un poliziotto, mentre, nascosta completamente dalle sue vesti nere come prescrive il costume saudita per le donne, agitava le braccia urlando di non essere uccisa. Intanto, il boia preparava la lama che di lì a poco le avrebbe mozzato il capo sotto gli occhi della gente. 

La fustigazione pubblica del blogger liberale saudita, Raif Badawi ha invece sollevato una forte campagna internazionale di protesta che ha coinvolto anche paesi arabi come la Tunisia, che avrebbe previsto 50 frustate pubbliche settimanali, per un numero complessivo di 1000, più 10 anni di prigione e una multa, per ingiuria alla religione e critica all’insegnamento religioso, ma le condizioni fisiche di Badawi dopo le prime 50 frustate, hanno costretto alla sospensione della pena.

La famiglia al-Saud regna sull’Arabia Saudita ininterrottamente dal 1932, allorquando Abdel Aziz bin Saud la fondò, unificandone i territori sotto un unico scettro. ll sovrano saudita è capo dello Stato e somma autorità religiosa ed ha il titolo di “guardiano dei due luoghi santi”, che sottolinea la sua personale responsabilità sulla sicurezza delle città più importanti dell’Islam di Mecca e Medina. La linea di discendenza è decisa da un Consiglio formato dai rappresentanti di tutti i rami della famiglia reale, che sceglie il successore al trono tra gli anziani della dinastia; mentre le più alte cariche politiche sono occupate dai membri più influenti della famiglia, che conta migliaia di reali residenti nella capitale Riyadh.

Dalla proclamazione del Regno, la corona è passata tra molti figli di ‘Abd al-ʿAzīz. Il 23 gennaio scorso, a seguito della morte del novantenne re Abdulah, salito al trono nel 2005 ma reggente dal 1995 per l’inabilità per ictus  del suo predecessore re Fahd, è succeduto al trono del Regno Saudita il suo fratellastro principe Salman di 79 anni. Nonostante diversi rumours lo ritengano affetto dal morbo di Parkinson, il re Salman ha subito affrontato il problema spinoso della sua successione, fattore fondamentale di unità e stabilità del regno. “Il re ha fatto in un solo giorno il 90% del suo lavoro” ha commentato un saudita all’Economist,  che ha scelto suo nipote Muhammad bin Nayef, Ministro degli Interni, quale successore del designato Muqrin dal Consiglio dei 35 reali al-Saud – 69 anni, principe vicerè, pilota combattente addestrato RAF ed ex capo intelligence, il più giovane dei suoi fratellastri. Muhammad bin Nayef è specialista nella lotta contro gli jihadisti, che nel 2009 al-Qaeda provò ad assassinare. La crescita dell’Isis in Iraq e Siria, il collasso del governo centrale dello Yemen incoraggiato dall’Iran, sciita e nemico dell’Arabia Saudita, e le pressioni sul prezzo del petrolio fortemente determinato dalle decisioni saudite in ambito OPEC,  hanno indotto Salman a concentrarsi sul futuro del paese, che ha una popolazione prevalentemente conservatrice, riconoscente alla famiglia regnante per aver fatto uscire definitivamente il paese dalle guerre tribali, e per molti la primavera araba è un rischio reale di instabilità e insicurezza. 

La richiesta di riforme che pur esiste nel paese è di natura soprattutto sociale, piuttosto che politica, per i diritti alle donne che ancora non possono guidare l’auto o andare all’estero senza autorizzazione di un parente, e che da quest’anno dovrebbero finalmente votare. Per inciso, in Arabia Saudita si è votato per la prima volta nel 2005 per eleggere i capi amministrativi delle province. Tra le richieste anche un sistema giudiziario meno cruento di una minoranza .  Ma è guardando quel che avviene lungo i confini geografici di questo enorme paese arabo, il più esteso dopo l’Algeria, che si evidenziano mille sfaccettature.  

Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 5 febbraio 2015

Foto di copertina: Creator: Anadolu Agency Credit: Getty Images

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