Al G20 sull’Afghanistan non si potrà evitare il nodo degli oppiacei

Il 12 ottobre prossimo, avrà luogo un vertice G20straordinario sull’Afghanistan guidato dall’Italia, che non potrà non includere nelle valutazioni gli innumerevoli aspetti della società afghana toccati dall’economia del papavero da oppio.

Da stime UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), nel 2020 il paese ha raggiunto il suo terzo record estensivo, raggiungendo circa 224.000 ettari coltivati a papavero, quasi il 40% in più sull’anno precedente, che hanno prodotto l’85% dell’oppio mondiale illegale. Secondo la statunitense SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), la coltivazione del papavero è il più grande datore di lavoro del paese, occupando fino a 590.000 afghani.

Si tratta di un’economia profondamente radicata, che tuttavia recenti dati ne sottolineano lo scarso beneficio finanziario alle casse talebane rispetto ad altri traffici informali: come sottolineato dallo studioso David Mansfield alla CNN, nella provincia meridionale di Nimruz, al confine con Iran e Pakistan, i talebani hanno raccolto nel 2020, nei punti di passaggio sotto il loro controllo, oltre 5 milioni di dollari dall’industria della droga e quasi 41 milioni dal traffico illegale di carburante e merci varie.

Ma il papavero e tutto quel che gli ruota intorno è un ambito estremamente importante per i talebani e per chiunque assumi la guida del paese, per i suoi ampi risvolti sociali e politici oltre che economici.

Da ben prima della guerra, intere generazioni di agricoltori afghani lo hanno coltivato, grazie al clima di montagna adatto, per uso terapeutico e culturale soprattutto locale.

La crescita esponenziale delle piantagioni si avvia con l’occupazione sovietica del paese nel 1979, stimolata dai capitali sovietici verso il regime e da quelli statunitensi verso i mujaheddin, da cui sono nati i talebani, versati dai due contendenti per generare flussi economici di assistenza finanziaria e militare.

Nel 1996, dopo l’uscita di scena dell’Unione Sovietica nel 1989, e una sanguinosa guerra civile che vede i talebani assumere il controllo di Kabul e della maggior parte del paese, la produzione del papavero subisce un’ulteriore accelerata: secondo il Dipartimento di Stato statunitense, nel 2000 i campi coltivati arrivano a superare 64.000 ettari, dai circa 41.000 nel 1998, concentrati prevalentemente nella provincia controllata dai talebani di Helmand, rendendo il 39% della produzione di oppio non farmacologico mondiale.

Poi la svolta nel luglio 2000, quando il governo talebano mette al bando la coltivazione di papavero, marchiandola come non islamica e minacciando severe punizioni a chiunque ne avesse piantato i semi. Una scelta influenzata dall’esigenza di ottenere riconoscimenti e finanziamenti internazionali, tuttavia dagli effetti contrastanti. Sul piano internazionale, da stima ONU, determinò sul mercato mondiale del narcotraffico un taglio dell’offerta del 65%, con conseguente espansione degli oppioidi sintetici, farmaci psicoattivi prodotti in gran parte in Cina e India, dando il via a un traffico illegale per coprire la carenza di droghe ricavate dalle oppiacee. Sul piano interno, invece, ne conseguì una crisi occupazionale drammatica, che falcidiò il consenso al regime islamico di interi villaggi contadini ridotti alla fame.

Nel 2001, con l’invasione statunitense dell’Afghanistan, a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, e il rifiuto talebano di consegnare il capo di Al Qaida responsabile della strage, il saudita Osama Bin Laden, che da anni aveva base e centri di addestramento terroristico nel paese, il governo talebano del paese viene travolto. Con esso cade anche il divieto di coltivazione del papavero, mentre la compagine britannica che aveva il compito di sviluppare una politica antidroga, non ne riesce a contrastare la ripresa produttiva, in ascesa inarrestabile. Nel 2007 arriva a fornire il 93% dell’oppio mondiale non farmaceutico, e 10 anni dopo l’agricoltura del papavero è talmente fiorente da realizzare un raccolto stimato da UNODC, di quasi 10.000 tonnellate, del valore di circa 1,4 miliardi dollari, pari a circa il 7% del Pil del paese. Nel 2018 l’UNODC ha stimato che la produzione di oppio ha contribuito fino all’11% dell’economia del paese, mentre nel 2019 per le sole operazioni di raccolto hanno trovato occupazione quasi 120.000 afghani.

Le analisi delle intelligence occidentali sull’Afghanistan, che dal 2003 vede schierate nel paese anche le forze Nato, in quegli anni si focalizzano soprattutto sulla mancanza di una convergenza di sforzi comuni contro il dilagante narcotraffico del Paese. Nel 2004 gli Stati Uniti decidono un’eradicazione più aggressiva delle coltivazioni di papavero. Robert Charles, all’epoca Vicesegretario di Stato per i narcotici internazionali e gli affari delle forze dell’ordine, sottolineava quanto in Afghanistan la questione massimamente più urgente e fondamentale fosse la droga: “L’oppio è una fonte letteralmente di miliardi di dollari per gruppi estremisti e criminali in tutto il mondo”, per cui tagliarne l’offerta diventava “centrale per stabilire una democrazia sicura, oltre a vincere la guerra globale al terrorismo”.

Dal 2005 al 2008 gli Stati Uniti distrussero molti campi coltivati a papavero, con il risultato di sollevare la rabbia di diverse comunità afghane e il conseguente inasprimento delle relazioni tra Kabul e Washington, che portarono a sospendere le operazioni.

Si arriva così al 2017. A differenza di quella Obama orientata a incentivare la popolazione verso colture alternative, come lo zafferano, l’Amministrazione Trump vara l’operazione Iron Tempest, con centinaia di raid di costosissimi aerei da combattimento di fascia alta, al costo di 35.000 dollari per ora di volo, suscitando peraltro molte polemiche interne sulla spesa sostenuta. Obiettivo militare è la disattivazione di produzione, lavorazione (effettuata in centinaia di laboratori molto artigianali, economici e ricostruibili in tre giorni), commercio e reti di trasporto dei narcotici talebani, con cui l’organizzazione fondamentalista si finanziava da quasi due decenni, ricavando all’anno, da stima statunitense, circa 200 milioni di dollari, fondi necessari a sovvenzionare la loro insurrezione e l’acquisto di armi. Gli Stati Uniti, invece, dal 2001 in 17 anni hanno speso quasi 9 miliardi di dollari nel tentativo di fermare il traffico di oppio afghano, che nonostante le atrocità della guerra, ha continuato a essere fiorente. Nel 2018 Iron Tempest veniva cancellata, segnata da insuccesso e molte vittime civili, mentre i funzionari di Trump intraprendevano i colloqui di pace con i talebani, culminati nell’accordo firmato da entrambi le parti il 29 febbraio 2020 a Doha.

Con il ritiro delle forze armate statunitensi e della Nato, e con la riconquista del paese da parte dell’Emirato Islamico talebano a spese del governo del presidente afghano Ashraf Ghani, è improbabile che gli errori del 2001 siano replicati. I talebani devono valutare attentamente come gestire lo sradicamento dell’economia della droga, che rappresenta la più grande raccolta di denaro del paese, che intanto vacilla verso il collasso economico.

A soli due giorni dopo la presa di Kabul, il portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid, ha cercato di rassicurare la comunità internazionale, soprattutto quella statunitense, per la quale la droga ha una forte risonanza politica ed è ritenuta una delle economie illegali più dannose e letali. Mujahid ha sottolineato che l’Afghanistan talebano non sarà un narco-stato, e la coltivazione di oppio sarà riportata a zero. L’annuncio dell’impegno è propedeutico al regime per garantirsi lo sblocco dei conti all’estero e gli aiuti finanziari internazionali, e distendere i rapporti con Iran e Russia, che vogliono eliminare la massiccia produzione di oppio ai loro confini. “L’Afghanistan non sarà un luogo di coltivazione di narcotici, quindi la comunità internazionale dovrebbe aiutarci e dovremmo avere un sostentamento alternativo” per i coltivatori di oppio, ha ribadito Mujahid.

In Europa, l’eroina ricavata dall’oppio afghano copre il 95% del mercato. Tra il 2017 e il 2020 oltre il 90% degli oppioidi afghani è arrivato in Occidente trasportato su strada, ma recentemente sono aumentati i sequestri in mare, sulle rotte tra l’Oceano Indiano e l’Europa. Nonostante le fluttuazioni, produzione e sequestri hanno mostrato una tendenza al rialzo negli ultimi due decenni, in linea con la coltivazione del papavero afghano, che secondo SIGAR, risente minimamente dei sequestri e degli arresti di droga.

Eradicare le coltivazioni di oppio in Afghanistan è dunque una grande sfida che non potrà non accompagnare il confronto nell’imminente G20, tanto più che con il ritorno talebano alla guida del paese, sono rimasti senza lavoro tra i 100.000 e i 150.000 ex appartenenti alle forze di sicurezza nazionali, secondo l’esperta statunitense del Brookings Institution, Vanda Felbab-Brown, ai quali la produzione di papavero potrebbe fornire una fonte di stabilità economica immediata, allontanandoli dalla ribellione e dalla fame.

                                                                             Giovanna Visco

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