Il cammino della crescita finanziaria cinese

Mentre dopo lunghi mesi di crescita abnorme, i mercati azionari cinesi tonfavano a mitraglietta a partire dalla metà di giugno, perdendo nelle prime tre settimane il 30% della loro capitalizzazione, fino alle grandi deflagrazioni di fine luglio e agosto, il governo della II economia mondiale, che rappresenta circa il 17% del PIL mondiale ma determina il 50% della crescita globale, non è stato alla finestra. Giocando contemporaneamente in campi diversi, ha costruito un robusto argine in tempi piuttosto brevi all’incontinenza emotiva dei mercati e delle speculazioni, che impetuose sembravano ogni giorno sempre più contagiose, straripando in tutte le principali piazze affari mondiali.

Nonostante i flussi ininterrotti di notizie e analisi caotiche, il leviatano cinese manteneva la barra dritta su tre obiettivi: puntellare con misure ad effetto immediato la caduta libera del mercato azionario domestico; sostenere il consumo interno e la crescita dei servizi senza abbandonare la produzione manifatturiera rallentata dal calo degli ordini esteri; proseguire il cammino di affermazione internazionale del renhimbi (o yuan). Immediate, una strategia di controllo stringente dei mercati e l’adozione di strumenti di liquidità definiti dal governo “innovativi”, per l’abbattimento con ogni mezzo, incluso l’arresto dei trader, del nemico numero uno, lo short selling (1), principale sorgente delle reiterate perdite azionarie. Per alcuni analisti, come riportato da Daily Reckoning, tuttavia il forte ciclone di svendite non ha ricondotto l’iper sopravalutato mercato azionario cinese ai livelli pre-2014, a prima che iniziassero le folli corse speculative di rialzo, poi tragicamente sgonfiate dai conti economici della economia reale. Le azioni cinesi restano sopravvalutate e nello stabilizzare il mercato domestico, le autorità cinesi ora stanno solo differendo un inevitabile processo di vendita, che è a sua volta direttamente sollecitato dai margin call (2) sugli investitori, che Goldman stima completati per i 2/3. In concreto, nel pieno della agitazione finanziaria globale, lo Stato sovrano di Pechino ha attivato, senza apparenti tentennamenti e con mano molto pesante, un insieme organico di misure, tra cui alcune adottate nel 2011, all’apice della crisi “credit crunch”, anche dagli USA e parzialmente dall’UE, come il divieto per 6 mesi di smobilitare le partecipazioni superiori al 5% in società quotate e la concessione di prestiti “bazooka cash” per l’acquisto di titoli sul mercato per stabilizzarne il valore.  

L’urgenza più forte per la Cina è stata quella di pompare una massa enorme di liquidità nel mercato domestico del credito per afferrare i titoli in caduta libera, che ha alimentato con il taglio del tasso di interesse del prestito interbancario a più riprese –  in realtà iniziato già a novembre 2014 – e l’abbassamento del tasso di riserva obbligatoria. Per dirottare i trilioni di yuan liberati verso il mercato azionario domestico, dal quale tutti volevano fuggire via, ha sospeso in prima battuta le attività di Borsa e poi i titoli di 700 società e delle IPO (emissione di nuove azioni). Ha pressato le prime 300 grandi imprese a riacquistare sul mercato le proprie azioni, ha generato acquisti di titoli attraverso le case di brokeraggio con un piano di investimenti per $26 miliardi gestito dalla società statale China Securities Finance Corp; per la prima volta ha autorizzato ai fondi pensione gestiti dai governi locali di investire nel mercato azionario; ha concesso agli investitori di utilizzare le proprietà immobiliari a garanzia degli acquisti di Borsa ed autorizzato le banche a rinnovare i prestiti garantiti da azioni.Una strategia che non ha tardato a dare i primi risultati, facendo recuperare velocemente, ad esempio, il 16% del suo gigantesco crollo all’indice di Shanghai, il principale in Cina per le commodity.Ma intanto l’onda dei tremori cinesi arrivava distintamente anche nei mercati globali, tanto da far perdere a Wall Street in un solo giorno il 60% dei prezzi delle commodity, trascinandola al suo minimo storico degli ultimi 13 anni. Ma, come riporta CNBC, i ribassi delle borse cinesi non sono una novità, ed il pericolo di contagio in USA, secondo Thomas Lee della Fundstrat Global Advisors è scongiurato visto che, dal 1990 ad oggi, l’Index Shanghai Composite per il 63% del tempo si è collocato nel mercato orso (mercato in ribasso), mentre nello stesso periodo gli Stati Uniti sono permasi per l’81% del tempo nel mercato toro (mercato in rialzo). Secondo molti osservatori, il mercato orso delle commodity e del perdurante indice basso PMI (Purchasing Managers Index) della produzione manifatturiera, indicando più un rallentamento dell’export piuttosto che un calo della crescita nazionale cinese, non sarebbero così allarmanti per l’economia globale. Ben Mandel della JPMorgan Solution è convinto che “Il modello di crescita cinese degli anni 2000 non ha più valore”; e Jeffrey Kleintop della Charles Schwab nota che “il Pil cinese mostra dal 2013 il settore dei servizi più grande di quello manifatturiero”.

Ma una tale “mutazione” apre un problema complesso nei progetti di cambiamento e sviluppo verso un modello orientato al consumo interno del paese più popoloso del mondo, con oltre 1,300 mld di persone, scolarizzate per il 95% della fascia di età dai 15 anni in su, con un quota di oltre il 21% degli over 55 anni e con un’aspettativa di vita alla nascita di 75 anni (fonte Index Mundi). Infatti se la riduzione dell’export manifatturiero per la domanda rallentata delle principali economie mondiali ha colpito l’economia interna, incidendo negativamente proprio sul consumo interno di una “classe media” in formazione – che vale come ricorda Reutersun import di oltre 1,4 trilioni di dollari all’anno – e raffreddato le quotazioni drogate delle Borse, il settore dei servizi non riesce a calmierare lo squilibrio, avendo molto meno impatto diretto e indiretto sul tasso occupazionale e dunque di reddito complessivo delle famiglie. A questo si aggiunge la forte resistenza sociale, come sempre avviene storicamente, alle riforme e al cambiamento di enti, istituzioni imprese e persone,  evidenziato in più occasioni da diverse fonti ufficiali e non con varie modalità. In particolare spesso il Governo ha additato la ritrosia delle banche a concedere finanziamenti, rallentando così l’economia interna.

In tale contesto si è manifestata in agosto scorso la volontà della PBOC, People Bank of China, banca centrale cinese, di sostenere l’attrattività dell’offerta manifatturiera con un cambio monetario più vantaggioso, consentendo allo yuan di cedere in più riprese, con profondo scotimento dei mercati internazionali che hanno assistito alla più grande svalutazione della moneta cinese dal 1994, apertasi in prima battuta con quasi – 2%, la riduzione più alta nella storia del mercato valutario cinese. Con questa scelta, contando su forti fondamentali economici, tra cui 305,2 miliardi di dollari raggiunti dal commercio cinese nei primi 7 mesi dell’anno e 3,7 trilioni di dollari in riserve di valute estere, la PBOC punta contemporaneamente ad aprire il proprio mercato valutario agli investitori stranieri e soprattutto ad accorciare il gap speculativo esistente tra tassi di cambio onshore ed offshore dello yuan, un aspetto delicato che si ricollega direttamente al percorso di affermazione internazionale del renhimbi.Ancora un volta la volatilità è il nemico principale della Cina, che lo State Amministration of Foreign Exchange della PBOC sta controllando sia internamente, monitorando le transazioni in valuta estera dei clienti delle principali banche cinesi, e sia sul piano internazionale appoggiando la valuta attraverso operazioni di acquisto di yuan e vendita di dollari eseguite dalle banche cinesi, scegliendo di abbassare le riserve in valuta estera a difesa dello yuan. Con queste misure ha isolato molte delle forti spire speculative, recuperando e riportando gradualmente a livelli di mercato  il valore del renhimbi, “dopo che la discrepanza tra tasso centrale e quello attuale di trading è stato corretto” ha detto Zhang Xiaohui della PBOC in comunicato dell’agenzia cinese Xinhua. Come rilanciato da AFP, Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare cinese e Segretario generale del PArtito Comunista di Cina, recentemente ha tracciato i passi politici successivi “Ora che i driver tradizionali di crescita non sono così forti, è importante

venire con nuove misure per sostenere riforma e apertura. 

Foto The Telegraph

È necessario fornire più beni e servizi pubblici ed incoraggiare l’imprenditorialità di massa e l’innovazione, per aumentare la dinamica della crescita”. È così conclamata la volontà di passare da una economia di mega imprese statali ad una fondata sulla diffusione di piccole e medie imprese private e che potrebbe portare la PBOC a premiare le banche che concedono prestiti a piccoli business privati. Una trasformazione che sta avvenendo anche nel settore dei fondi di investimento, come testimonia al Wall Street Journal Zhong Shaofeng, fondatore della venture capital Zhijin VC, che sta investendo somme contenute in progetti specifici, perchè in questo clima “è più facile chiedere a più persone piccole somme di denaro” invece di grosse cifre a pochi.Questa fase di creazione di nuovi orizzonti economici, sta determinano l’ambiente entro cui si stanno formando le scelte internazionali di politica finanziaria, soprattutto quella della banca centrale statunitense la Federal Reserve che da mesi sta considerando di alzare i tassi di interesse ora al minimo vicino allo zero.

Come riportato da NHK World, ciò che determinerà la decisione non è solo lo stato generale dell’economia USA ma anche l’influenza delle altre economie, in particolare il rallentamento della Cina, come sottolineato dal Vicepresidente della Fed, Fisher. Per il governatore della Bank of England, Mark Carney, riporta la BBC, la decisione di alzare il Bank Rate – il tasso di interesse fissato dalla Banca d’Inghilterra – dal minimo storico dello 0,5% perdurante da oltre sei anni, indugerà almeno fino alla fine dell’anno, per il rallentamento economico di Cina e Asia (eccetto il Giappone), che avendo grande impatto negativo sulle economie emergenti ed un effetto deflazionistico di caduta della valuta della Cina e di altri mercati emergenti, frena la crescita e la prosperità del mondo. Alcuni osservatori stimano il rinvio di queste decisioni per ancora molti mesi.

Intanto, come pubblicato da The Telegraph, sono del valore di 30 mld di sterline i lucrosi accordi commerciali e di investimento, il doppio dell’anno scorso, annunciati dal Primo Ministro David Cameron a seguito dalla visita ufficiale in UK (Regno Unito) del premier Xi Jinping. Come nota CNBC, Londra  resta  non solo il più grande mercato di cambio nel mondo ma anche il più grande centro di trading  di renminbi fuori dell’Asia, ma anche la prima piazza degli Stati del G7 a consentire derivati currency swap ed a rilasciare bond (obbligazioni) denominati in renminbi. Ma sono sempre più evidenti anche gli appetiti dei paesi europei verso i mercati finanziari cinesi, che ad inizio anno, seguendo UK e Svizzera, si sono affrettati ad aderire alla IIAB (Asian Infrastructure Investment Bank) la banca di investimento sotto la sfera di Pechino. Diversamente, i rapporti con Washington restano tiepidi, con accordi di gestione costruttiva delle differenze, come definite dal Presidente Obama a settembre scorso in coincidenza della visita del Presidente Xi alla Casa Bianca. Standard Chartered, che dal 1853 gestisce flussi commerciali UK – Cina, prevede che il remninbi diventerà tra non molto la seconda valuta più scambiata nel mondo dopo il dollaro statunitense, scavalcando euro, sterlina e yen. I segnali di ciò si colgono da più parti. È recente la notizia lanciata da Reuters dell’ascesa dello yuan al 3° posto negli scambi di valuta sulla piattaforma di trading EBS. Come riporta Finance Magnates, secondo la EBS Brokertec, l’insaziabile appetito per lo yuan è salito del 50% su base annua e sempre più si sta diffondendo l’idea che lo yuan debba essere inserito tra le valute di benchmark del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il paniere SDR e l’entrata della banche cinesi nell’ISDA (International Swaps & Derivatives Association) (3).  Pechino continua a muoversi in questa direzione ed oltre a recenti riforme di apertura del mercato domestico finanziario, sono date per imminenti anche altre decisioni, come l’estensione degli orari di negoziazione dei mercati onshore cinesi per farli coincidere con quelli europei. 


   Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 21 ottobre 2015


Per ampliamenti ulteriori leggi su questo blog – Home page – “Cina: da trader a governatore globale” e “Cina: tra scommesse di Borsa e di crescita” 

NOTE        

(1)     Short selling: sistema speculativo di prestiti in titoli che procurano guadagni dalla loro rivendita immediata ad un soggetto terzo, per poi ricomprarli sul mercato ad un prezzo inferiore a quello del prestito da restituire.
       (2)   Margin call: prestiti delle case di brokeraggio per acquisto di titoli o di valute su piattaforme elettroniche a fronte solo di un deposito percentuale di capitale monetario sensibile agli acquisti e ai relativi guadagni e perdite delle posizioni aperte. Scatta la richiesta di margin call – ripristino livello di equity depositata o liquidazione – quando il livello del capitale depositato, rispetto ai risultati delle operazioni in svolgimento, sfora le coperture obbligatorie. In tal modo si crea un processo di creazione di valore fittizSio che è alla base delle bolle finanziarie.
(3)     ISDA: è l’associazione privata di regolamentazione dei contratti derivati sottoscritti in mercati OTC (Over The Counter, mercati paralleli a quelli regolamentati, la cui negoziazione si svolge al di fuori dei circuiti borsistici ufficiali. Sono una fetta importante degli scambi finanziari, con contrattazioni informali telefoniche o telematiche). L’ISDA stabilisce le varie tipologie di CDS (Credit Default Swap, uno swap che ha la funzione di trasferire il rischio di credito del prestatore ad un terzo soggetto), ed i relativi contratti standard, gli ISDA Master Agreement. Aderiscono all’ISDA più di 800 soggetti finanziari di 60 paesi diversi: società, manager, governi ed enti sovranazionali, compagnie di assicurazione, aziende attive nei settori commodity, banche, Borse Valori, clearing house, Monte Titoli, studi legali, società di revisione contabile e altri fornitori di servizi del settore finanziario. Ha grande potere e le sue decisioni sono di enorme impatto economico e sociale. 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: