Una catastrofe chiamata Sudan

È un anno che il Sudan è straziato da un’ennesima guerra interna, che ha dato luogo al più grande sfollamento della storia della umanità. Sono già oltre 8 milioni, circa il 20% della popolazione, le persone che, in cerca di salvezza, sono fuggite da case, città e villaggi. Approssimativamente 1,8 milioni di esse hanno raggiunto uno dei paesi confinanti (Egitto, Libia, Ciad, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan Etiopia, Eritrea), con mezzi motorizzati, dietro pagamento di grosse somme di denaro, o a piedi. La città di Renk, centro di transito del Sud Sudan prossima al confine, in meno di un anno, ha registrato oltre 500mila arrivi di sudanesi in fuga, con gravi conseguenze di assistenza e affollamento, anche per il blocco degli smistamenti, a causa di forti inondazioni.

Gli altri 6,5 milioni di sfollati, provenienti in maggioranza dallo Stato di Khartum (il Sudan è formato da 17 Stati) hanno riparato in altre aree del paese.

Il crollo dell’economia del paese

Dopo pochi mesi dall’inizio del conflitto, la debole economia del Sudan è crollata del 40%, e il governo prevede un’ulteriore caduta di almeno il 30% nei prossimi, che ha inciso negativamente sulle casse pubbliche con un tracollo di oltre l’80% degli introiti. Ciononostante,  il conflitto armato militare non si ferma, così come la fornitura e il traffico delle armi, con l’aggiunta, da entrambi le parti contendenti, di violazioni di ogni tipo, in primis saccheggi e occupazioni di case, uffici, fabbriche e magazzini. Le infrastrutture critiche, come strade, acquedotti, centrali elettriche, scuole e ospedali, quando non distrutte, risultano gravemente danneggiate; interrotte le catene di approvvigionamento e strangolati il commercio bilaterale e le esportazioni di beni chiave, come oro, sesamo, arachidi e carne, che assicuravano gli introiti di valuta estera necessaria all’importazione dei beni di prima necessità; paralizzati i servizi bancari e doganali; bruciati e saccheggiati importanti stabilimenti industriali nella principale area industriale del paese, la città di Bahri situata nello Stato di Khartoum. I collegamenti telefonici e Internet in buona parte sono saltati, mentre nelle zone agricole sono compromessi semine e raccolti, anche quelli di sussistenza, facendo materializzare lo spettro della carestia, che peraltro nel Darfur occidentale, sebbene non ancora annunciata formalmente, è già in atto.

Bambini, giovani, adulti e anziani sudanesi quotidianamente ingrossano le fila della fame e delle malattie, e secondo le Nazioni Unite, nei prossimi mesi almeno 5 milioni di persone potrebbero aggiungersi ai 18 milioni che in Sudan, attualmente, sono già prive di cibo, acqua e medicine.

Le parti militari avverse

Tale apocalisse umana e ambientale è iniziata il 15 aprile 2023, quando il dissenso tra le due fazioni militari al governo del paese dalle parole è passato ai combattimenti a cielo aperto nelle strade della capitale Karthum, cuore pulsante del Sudan, oggi completamente devastata e ridotta a meno di due milioni di abitanti, dagli oltre sei milioni che la popolavano.

Da Khartoum e dal suo omonimo Stato, gli scontri armati si sono propagati negli Stati occidentali, centrali e meridionali del paese. Teatri di guerra principali sono il Darfur, che comprende 5 Stati, già stremato da oltre 20 anni di combattimenti per la contesa tra gruppi di terra e risorse idriche, il Kordofan, che comprende due Stati, lo Stato del Nilo Azzurro e la città di  Merowe dello Stato del Nord, che ha grandi miniere di oro e un aeroporto militare.

I morti accertati, incluso i militari, finora hanno superato le 16.000 persone, ma l’ACLED (Armed Conflict Location &.Event Data Project) ha osservato che il numero è ampiamente sottostimato. Nei primi 4 mesi del conflitto, nel solo in Darfur l’UNHCR ha rilevato 8.400 feriti,  mentre l’anno scorso a El Geneina, capitale del Darfur Occidentale, sono rimaste uccise tra le 10.000 e le 15.000 persone. Nello Stato di Gezira, considerato il granaio del Sudan, a dicembre scorso migliaia di giovani e bambini hanno imbracciato le armi o si sono uniti ai campi di reclutamento dell’esercito per difendersi dalle Forze paramilitari di Supporto Rapido, che secondo diverse fonti minimizzate dal  leader Hemedti, avrebbero ucciso centinaia di civili, saccheggiato case, rubato auto, aggredito contadini e commesso stupri di gruppo. Questo stato generale di insicurezza sta cambiando il volto tradizionalmente pacifico delle comunità locali, trascinandole in uno spietato processo di militarizzazione, che sta generando una decentralizzazione della violenza, che offusca il futuro. 

Le forze in campo

A guidare questo immenso massacro due leader militari, in contesa tra loro per il controllo del governo del Paese: Abdel Fattah al-Burhan, Presidente del Consiglio di sovranità di transizione del Sudan, de facto capo di Stato, nonchè capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF), che contano circa 300.000 soldati, e Mohamad Hamdan Dagalo, noto come “Hemedti”, uno degli uomini più ricchi e potenti del Sudan, capo delle Forze paramilitari di Supporto Rapido (RSF), che contano circa 100.000 soldati ben equipaggiati, dislocati nella capitale del Paese e nella regione del Darfur, loro roccaforte. È proprio in Darfur che, nel 2013 è nata la formazione, in seno alle Forze di Difesa Popolare, su cui grava l’accusa di crimini contro l’umanità, perpetrati nella dura repressione delle rivolte popolari ordinata dall’ex governo di Omar al-Bashir. Nel 2017 l’Unione Europea, nell’ambito del Processo di Khartoum, ha fortemente rafforzato questo  gruppo, designandolo guardia di frontiera contro i flussi di migranti, che attraversano il Sudan verso l’Europa.

Successivamente, nel 2021 la coalizione SAF – RSF è stata protagonista del colpo di stato che ha defenestrato il governo civile di transizione di Abdalla Hamdok, che si era insediato nel 2019 a seguito di una travolgente rivolta popolare, che aveva posto fine al regime di al-Bashir, al potere, a seguito di colpo di Stato, dal 1989.

Ai due eserciti, si sono aggiunti milizie e gruppi ribelli armati, schierati con l’una o l’altra parte, anch’essi sostenuti finanziariamente dall’esterno. Altri soggetti armati, invece, hanno capitalizzato il conflitto nelle vesti di fornitori di sicurezza locale. Questo variegato mosaico ausiliare non è coinvolto nei tavoli negoziali di pace, e costituisce un potenziale ostacolo al disinnesco delle ostilità e alla capacità di controllo dell’intero territorio del Sudan, una volta raggiunto un accordo di pace tra le parti.

Il prologo del conflitto

Lo scontro militare si è innescato a fine 2022, sulla riforma strutturale della sicurezza, rientrante nell’iniziativa congiunta Heavily-Indebted Poor Country (HIPC) del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, per l’alleggerimento del debito dei paesi poveri fortemente indebitati. L’accordo sottoscritto dal Sudan nel 2021, prevede la riduzione del debito in tre anni dal 163% al 14% del Pil (da 56 miliardi a 6 miliardi di dollari), in cambio dell’attuazione di una serie di riforme strutturali. Ma gli effetti della riforma delle finanze non si sono fatti attendere, e nel 2022 il paese è stato catapultato in una feroce inflazione, una tra le più alte a livello globale, per la forte svalutazione della sterlina sudanese, mentre affluivano diversi progetti di investimento estero, soprattutto nel settore agricolo, attratti dalle immense terre del Sudan non ancora sfruttate dalle multinazionali agroalimentari.  

La miccia del conflitto

La riforma strutturale sulla sicurezza, invece, prevedeva l’integrazione di RSF nell’esercito regolare (SAF) e il disinvestimento militare in settori economici redditizi, aspetto questo molto dirimente, tenendo conto che Hemedti ha rilevanti interessi economici in molti settori civili, quali estrazione mineraria, trasporti, noleggio auto, ferro e acciaio. Tali elementi, unitamente  al timore di dover affrontare una raffica di processi per violazione dei diritti umani in Darfur e di indebolimento di una parte rispetto all’altra, hanno portato i due raggruppamenti militari alla belligeranza.

Finora, gli innumerevoli tentativi di pervenire a un cessate il fuoco sono sfumati miseramente, con reciproche accuse di violazione degli accordi. La forte divergenza è aggravata da quelle regionali dei paesi mediatori, che spesso hanno interessi concorrenti.

Le iniziative di pace

Ciononostante, ufficialmente la comunità internazionale continua a lavorare nel tentativo di giungere a un accordo tra i due eserciti sudanesi. Tra le diverse iniziative, la piattaforma di Jeddah, risultato di una mediazione saudita-statunitense, che prevede la protezione dei civili e delle strutture sia pubbliche sia private, e l’astensione dalla forza militare. Apprezzata pubblicamente dal governo sudanese, tuttavia la piattaforma è ostacolata da reciproche intransigenze alterne, che ha portato alla sospensione del tavolo negoziale, ripreso poi lo scorso ottobre. Il punto maggiormente dirimente è il rifiuto di RSF di arrestare i leader del movimento islamico sudanese, che sono stati al governo del paese per 30 anni con l’ex presidente Omar al-Bashir, e di liberare le città occupate.

Fin dal primo fallimento dei negoziati di Jeddah, l’IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo) nel giugno 2023 aveva tentato una mediazione africana, guidata dal Kenya insieme a Sud Sudan, Gibuti ed Etiopia. Ma Khartoum aveva rifiutato la presidenza keniota, a causa del sostegno dato a RSF dal presidente del Kenya, William Ruto. Dopo un tentato incontro tra Burhan e Hemedti, rinviato “per motivi tecnici”, Burhan si è poi incontrato con il Presidente Ruto in Kenya. Ne è scaturito il 41° summit straordinario dei capi di stato e di governo dell’IGAD, tenuto a Gibuti lo scorso dicembre, con la partecipazione di entrambi i contendenti, durante il quale si è concordato di porre fine alla guerra senza condizioni attraverso un incontro tra i due leader. Ma la dichiarazione finale del vertice è stata respinta dal Ministero degli esteri sudanese, e Burhan si è rifiutato di incontrare Hemedti. Successivamente, lo scorso gennaio, Burhan ha disertato il 42° summit di emergenza dell’IGAD, tenuto in Uganda, in segno di protesta per la partecipazione di Hemedti. Ma il vertice si è svolto ugualmente e ha deciso di implementare un meccanismo internazionale, infarcendo la piattaforma di Jeddah con la visione dell’Unione Africana (AU), che prevede il cessate il fuoco e lo stato di zona smilitarizzata di Khartoum con le forze africane di protezione.

Poi c’è l’iniziativa libica, che prevede negoziati indiretti attraverso la mediazione congiunta di Libia e Turchia. Un paio di mesi fa, su invito del governo libico, Abdel Fattah Al-Burhan e Muhammad Hamdan Dagalo hanno discusso a Tripoli la possibilità di porre fine alla guerra. Il governo di unità libico ha fatto sapere di aver presentato alle parti un’iniziativa accolta favorevolmente.

Collateralmente, puntando a partecipare ai negoziati di pace, è rispuntato anche l’ex primo ministro Abdalla Hamdok, che dall’ottobre 2023 è capo della coalizione di civili Taqaddum, o Coordinamento sudanese delle forze democratiche civili.

Intanto, in un ambiente devastato, le persone di ogni età continuano a morire di stenti, paura, proiettili e bombe.

                                             Giovanna Visco

Foto di copertina tratta dal sito Agenzia ONU dei rifugiati – Rimpatriati sud sudanesi e rifugiati sudanesi entrano in Sud Sudan attraverso il valico di Joda nel novembre 2023. © UNHCR/Ala Kheir

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *