Il Rwanda e il mercato dei ricollocamenti

Dopo un ping pong parlamentare per l’allineamento alla convenzione sui rifugiati e al diritto internazionale, il governo britannico è giunto all’approvazione della legge che dichiara il Ruanda paese sicuro per  l’invio dei richiedenti asilo, Safety of Rwanda (Asylum and Immigration) Bill, ultimo tassello per lo sblocco del piano di ricollocamento dei richiedenti asilo nel paese africano.

Il trasferimento forzato degli arrivi irregolari è la chiave di volta della politica anti migratoria del partito conservatore britannico,  inaugurata nel 2022 dal governo Boris Johnson e proseguita da quello di Rishi Sunak. Il modello ricalca le orme australiane della “Soluzione del Pacifico” del 2001, poi sospesa, che ha trasferito forzatamente nel bel mezzo del Pacifico, a Nauru e a Papua Nuova Guinea, migliaia di irregolari, lasciandoli in condizioni disumane a un costo pro capite 770 volte superiore alla ospitalità in terraferma.

Nelle intenzioni del governo britannico, il Partenariato per l’asilo tra Regno Unito e Rwanda avrebbe l’obiettivo filantropico di dissuadere migliaia di migranti “dal compiere viaggi pericolosi” verso il Regno Unito su piccoli barchini o nascosti nei camion. Nei primi tre mesi di questo anno gli arrivi irregolari hanno già toccato la cifra record di 4.500, provenienti dai fatiscenti accampamenti di Calais e Dunkerque, sulla costa francese, dove i migranti vivono ammassati nell’attesa, anche di anni, di riuscire ad attraversare la Manica e mettere piede sul suolo britannico.

Gli imbarchi forzati su voli charter verso il Rwanda sarebbero dovuti cominciare nel 2022, ma un’ingiunzione della Corte europea dei diritti dell’uomo, impedendo il primo decollo del Boeing 767 dalla base militare di Boscombe Down con 37 irregolari, ha bloccato il provvedimento di ricollocamento, sfociando in una catena di ricorsi conclusi a novembre 2023, con la sentenza unanime della Corte Suprema che ne ha decretato l’illegittimità. I giudici hanno ritenuto fondate le prove presentate dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) sulla insicurezza dei ricollocamenti in Rwanda, basate sugli esiti di quelli “volontari” effettuati da Israele dal 2013 al 2018. Migliaia di eritrei e sudanesi sono stati obbligati a scegliere tra tre opzioni, essere detenuti in Israele, tornare nel loro paese di origine o essere trasferiti con 3.500 dollari in Ruanda, che ha accolto i ricollocamenti israeliani senza garantire il rispetto dei diritti umani e disattendendo il principio chiave della convenzione sui rifugiati del non-refoulement (divieto di respingimento), che vieta il rimpatrio nei paesi di origine. Per molti rischiare nuovamente la vita lasciando il Ruanda verso l’Europa è stata l’unica via di salvezza, mentre altri venivano sistematicamente portati al confine, imbarcati su voli per l’Uganda, o respinti, attraverso il Kenya, verso l’Eritrea.

Di fronte all’inappellabilità della sentenza, il governo di Rishi Sunak ha, quindi, modificato il suo progetto di ricollocamento per recepire le indicazioni della Corte, con tre mosse basilari: l’introduzione dell’Illegal Migration Act, che impedisce alle persone ricollocate di richiedere il ritorno nel Regno Unito, ma allo stesso tempo prevede la possibilità di trasferimento esclusivamente nel Regno Unito; la presentazione del disegno di legge sulla sicurezza del Rwanda; la firma del nuovo trattato “Partenariato per l’asilo tra Regno Unito e Rwanda”, in sostituzione del precedente memorandum “Migrazione e Sviluppo Economico” del governo Johnson, vincolando il paese africano a elaborare le richieste di asilo, senza limiti di numero, nel rispetto della convenzione sui rifugiati, e ampliando allo stesso tempo, la platea degli irregolari ricollocabili in Rwanda.  

Le principali obiezioni ai correttivi del governo coinvolgono principalmente la recente legge sulla sicurezza del Rwanda (asilo e immigrazione), che riduce il diritto di contestabilità del ricollocamento, relegandolo alla dimostrazione dell’insicurezza del Rwanda in ambito esclusivamente soggettivo. “I governi non possono revocare i propri obblighi internazionali in materia di diritti umani e asilo per via legislativa” ha osservato il Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), Volker Türk, né compromettere il principio di imparzialità della giustizia, definendo il Rwanda “paese sicuro” indipendentemente dalle prove, e l’indipendenza dei tribunali sulle controversie, prerogativa inalienabile dello Stato di diritto.

Il Rwanda

A sua volta il Rwanda, guidato dal 2000 dal presidente Paul Kagame, ha necessità di assicurarsi il sostegno diplomatico del Regno Unito, per contrastare il rischio di condanna delle Nazioni Unite per il coinvolgimento del suo esercito nelle attività e nei crimini di guerra delle milizie ribelli M23 (Movimento del 23 marzo), operanti nella parte orientale della confinante Repubblica Democratica del Congo. Le prove raccolte, respinte dal governo rwandese, mostrano il sostegno all’M23, che da fine 2021 sta occupando militarmente ampi territori della regione del Nord Kivu, ricchissima di risorse minerarie, perpetrando violenze e decimazioni della popolazione e del gruppo FDLR, a maggioranza hutu, che sostiene l’esercito congolese.

Tra le nazioni più piccole del continente africano, senza sbocco sul mare, a 6.500 km di distanza dall’Inghilterra, dal 2009 il Rwanda è membro del Commonwealth delle Nazioni, a seguito di una apposita revisione dei criteri di ingresso, con cui si è superato l’assenza di legami storici con il Regno Unito. Il Rwanda è anche il quinto paese più densamente popolato del mondo  e oltre la metà dei suoi legislatori sono donne. Dai dati di Banca Mondiale, la sua economia  è in costante crescita (oltre +7% all’anno dal 2009 al 2019), ma non in dimensioni tali da arginare la disoccupazione giovanile al 21%: nell’ultimo rapporto World Economic Outlook figura al ventiquattresimo posto tra i paesi più poveri del mondo.

In questo difficile contesto, da fonte UNHCR, al 30 settembre 2023 il Rwanda ospitava oltre 135.000 rifugiati e richiedenti asilo, soprattutto della Repubblica Democratica del Congo e del Burundi. Inoltre, tra il 2010 e il 2023 ha ospitato oltre 30.000 rifugiati del programma di reinsediamento gestito dall’organizzazione delle  Nazioni Unite IOM (International Organization for Migration), per facilitare percorsi migratori regolari verso paesi di destinazione finale, e dal 2019 è nel programma Meccanismo di Transito di Emergenza, finanziato dalla Unione Europea e gestito dall’UNHCR su base volontaria, per ospitare rifugiati libici particolarmente vulnerabili.

Nonostante l’ambizione del presidente Kagame  di fare del Rwanda un paese cosmopolita, in tanti anni, solo un esiguo numero di rifugiati è riuscito a integrarsi. La maggioranza resta rinchiusa in condizioni critiche nei campi sparsi in tutto il paese. Nel 2018 la polizia ruandese sparò sui rifugiati congolesi uccidendone almeno 12, per costringerli a rientrare nel campo di Kiziba, da dove erano usciti per protestare contro il taglio delle razioni alimentari. Secondo Human Rights Watch, anche la popolazione è sottoposta a forte repressione, con incarcerazioni arbitrarie, torture e restrizioni alla libertà di parola.

I costi

Secondo il nuovo rapporto del National Audit Office (NAO), l’accordo Regno Unito-Rwanda gestito dal Ministero degli Interni, in cinque anni, dovrà sostenere un mix di costi fissi e variabili, per sostenere la crescita economica del Rwanda e coprire i trattamenti di asilo e i costi operativi. Le voci principali di spesa riguardano 370 milioni di sterline per la trasformazione economica e l’integrazione, di cui 220 milioni già versati, a cui si aggiungeranno 20.000 sterline per ogni singolo trasferimento e ulteriori 120 milioni di sterline al raggiungimento delle prime 300 persone trasferite in Rwanda. A questi si affiancheranno altri svariati milioni di sterline, a copertura dei viaggi di trasferimento e spese di ospitalità degli accompagnatori.

Attualmente, il sistema di asilo del Regno Unito ha un costo di circa 4 miliardi di sterline all’anno, dovuto soprattutto ai costi alberghieri che ammontano a circa 8 milioni di sterline al giorno, ascrivibili, secondo un rapporto parlamentare del 2023, alla inefficienza nella gestione delle richieste di asilo, che il primo ministro Sunak conta di tagliare sensibilmente sul lungo periodo, prevedendo l’invio forzato in Rwanda di oltre 24.000 persone, identificate come irregolari o che richiedono asilo dopo essere arrivati illegalmente nel Regno Unito.

Come riporta la Bbc, un portavoce governativo  ha fatto sapere che i richiedenti asilo arrivati ​​illegalmente dopo il 20 luglio 2023, saranno “soggetti all’obbligo di allontanamento” e le loro richieste di asilo saranno dichiarate “inammissibili”.

I ricollocamenti e il governo del Rwanda

Per gestire gli arrivi degli irregolari dal Regno Unito, il governo del Rwanda deve affrontare la risistemazione dell’intero sistema giudiziario e giuridico del paese e procedere alla nomina di giudici internazionali. Intanto, ha avviato la formazione dei funzionari, supervisionata dal Regno Unito, e la realizzazione delle unità abitative per l’accoglienza. Tuttavia, alla luce di quanto riporta il Financial Time, alcune case lungo il fiume Bwiza riservate ai richiedenti asilo, sono già state vendute ai locali, mentre l’Hope Hostel sulle colline di Kigali, ex rifugio per gli orfani del genocidio del 1994 che causò l’uccisione di 800mila tutsi e hutu moderati, trasformato in un centro di transito di 50 camere e 100 posti letto, inaugurato nel 2022completamente arredato e attrezzato, resta vuoto in stato di abbandono.

La portavoce Yolande Makolo ha rassicurato che Kigali vuole offrire ai richiedenti asilo la possibilità di una nuova vita, corsi in kinyarwanda (lingua nazionale ruandese) e formazione professionale. Il governo del Ruanda è consapevole che la gran parte degli sbarchi sulle coste europee sono migranti economici, “se facciamo il giusto investimento in queste persone, possiamo mantenerle nel continente africano ed evitare che questi giovani di talento intraprendano viaggi disperati attraverso il Sahara e magari finiscano sul fondo del Mediterraneo”.

Le ripercussioni sulla Repubblica d’Irlanda

All’indomani della legge Safety of Rwanda (Asylum and Immigration) Bill, nella Repubblica d’Irlanda, paese membro dell’Unione Europea, si è aperta una forte crisi migratoria, alimentata per oltre l’80% dai richiedenti asilo che, sbarcati dall’Inghilterra nei porti e aeroporti della Irlanda del Nord, da Belfast raggiungono Dublino per lo più in autobus, per sfuggire ai ricollocamenti forzati in Rwanda. L’Irlanda del Nord, che ha poco più di 5 milioni di abitanti, conta circa il 15% di nuovi nati non irlandesi. Dallo scoppio della guerra russo ucraina, ha accolto oltre 100.000 rifugiati ucraini ed è alle prese con una forte crisi abitativa, che infiamma tensioni nazionaliste in tutto il paese.

A Dublino sono comparse, come riporta Euronews, tende e baracche di fortuna lungo le strade, soprattutto nelle prossimità dell’ufficio che esamina le domande di protezione internazionale, poi sgomberate dalla polizia. Il governo sta cercando un difficile accordo con Londra per riportare questi migranti nel Regno Unito, e intanto sta modificando la legislazione per poter proseguire i rimpatri  nell’Irlanda del Nord, dopo che l’Alta Corte Irlandese ha stabilito  che il Ministero della Giustizia aveva ecceduto nel designare il Regno Unito come paese sicuro dopo la Brexit. Da parte sua Londra, che intanto non è riuscita ancora a effettuare un solo ricollocamento in Rwanda, ha respinto qualsiasi possibilità di accettare rimpatri da Dublino, a meno che la Francia, che si è già rifiutata, non riprenda le persone dal Regno Unito.

Un tira e molla, le cui sole vittime sono ancora una volta i migranti, che fuggono dai loro paesi di origine a causa di guerre, cambiamento climatico  e indicibili miserie.

                                                                                                                                    Giovanna Visco

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