Quando finisce una guerra moderna, nella realtà non è mai finita. Dopo la pace, accanto alle virulente conseguenze delle armi chimiche e delle bombe atomiche, restano mimetizzate in superficie o interrate, enormi quantità di munizioni belliche. Contaminano territori, fondali e sottosuoli, pronte a esplodere con cieca furia al primo incauto contatto. La lunga scia correlata alla guerra di vittime e distruzione è chiamata tecnicamente “effetto collaterale”, che cala una maschera di grottesca neutralità sulla follia criminosa della guerra.
Da qualche decennio sui mezzi pubblici italiani sono scomparse le targhette “posto riservato agli invalidi di guerra”[1], “effetto collaterale” pervasivo ma estinto dal ricambio generazionale, che ha cancellato le stimmate e i corpi dei sopravvissuti, e con essi la memoria sociale delle campagne belliche nella prima metà del Novecento italiano. L’anestesia culturale contro l’orrore della guerra, ha inibito la sua associazione con la ripugnanza, il dispositivo di sicurezza che solo la memoria ha la facoltà di attivare. La guerra è divenuta un tema di intrattenimento e di consumo; depurata della sua dimensione mostruosa, attraverso la spettacolarizzazione di immagini cruente, non suscita empatia solidale verso le vittime né la paura per sé stessi. Si vive spensieratamente sugli stessi territori fino a pochi decenni fa cruenti teatri bellici, occludendo alla coscienza persino il rischio di poter incappare in qualche ordigno inesploso, andando fuori sentiero nei boschi, esplorando anfratti o scavando un terreno.
Incidenti da ordigni bellici in Italia
Gli inneschi accidentali di ordigni bellici generano ogni anno in Italia morti e feriti. Nel solo 2023 ne sono state vittime cinque persone, tra cui un bambino di 10 anni, e ferite molte altre, ricorda l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra (ANVCG). Ogni anno in Italia, per caso o per bonifica, sono rinvenuti migliaia di ordigni inesplosi, tra bombe aree, bombe a mano, granate e cartucciame, nel silenzio dei media, a meno che siano emessi avvisi locali di limitazione al traffico in aree urbane, per la rimozione di munizioni belliche di grandi dimensioni. Tale silenzio censura e frantuma la consapevolezza sociale della guerra e la sua inestinguibilità nella vita quotidiana delle generazioni postume.
Nel triennio 2021-2023 in Italia sono stati effettuati oltre 7mila bonifiche belliche, che hanno disinnescato circa 95mila ordigni, tra cui 72 bombe d’aereo.
Per la sicurezza dei cantieri di scavo, trivellazione o carotaggio, la normativa italiana obbliga all’analisi preventiva del rischio da ordigni bellici, attraverso ricerche storico documentali e analisi strumentali, che se non ne escludono la probabilità, aprono le procedure di bonifica dei suoli.
Ritrovamenti ordigni bellici nei cantieri TAV
Grazie a queste pratiche di prevenzione durante la realizzazione dell’Alta Velocità (Tav), furono scoperti e neutralizzati 10.000 ordigni bellici (anno 2010), mentre è di pochi giorni fa l’intervento degli artificieri delle forze armate per disinnescare una bomba aerea statunitense di circa 226 chili, lunga 1,20 metri con diametro 36 cm, rinvenuta presso il cantiere Tav di Montebello, nel vicentino. Tra il 1940 e il 1945 la Raf inglese e la Usaf statunitense sganciarono sull’Italia almeno un milione di bombe, l’equivalente di quasi 380 mila tonnellate di materiale esplosivo, il 14% di quello complessivamente rilasciato dai bombardieri su tutta l’Europa. Ma non tutte esplosero o lo fecero solo parzialmente, per attutimento dell’urto o perché equipaggiate di spolette a tempo ritardato. Attualmente ancora mimetizzate, sotterrate o sommerse, secondo le stime più ottimiste, in Italia ci sono ancora almeno 25.000 bombe aeree inesplose. La totalità del materiale bellico inesploso sul territorio nazionale, specialmente in alcune aree, comprende ordigni di entrambe le guerre mondiali, come nel padovano e nell’Altopiano di Asiago, dove recentemente un insieme di comuni, con università, esercito, imprese e associazioni, ha avviato un progetto per la loro mappatura e localizzazione.
Marine UXO
Se poi si guarda al mare e agli oceani, si scopre che sui fondali giacciono milioni di armi, convenzionali e chimiche, e non solo a causa di battaglie e bombardamenti. Fino agli anni ’70 è stato legale affondare a mare le munizioni in eliminazione, scellerata pratica seguita da molti paesi. In base a queste procedure militari, già nel 1944 in soli due mesi venivano abbandonate nelle acque hawaiane di Honolulu oltre 16.000 ordigni bellici.
I cosiddetti Marine UXO (Marine Unexploded Ordnance), scaricati in centinaia di migliaia di tonnellate sui fondali marini di tutto il pianeta, con la degradazione sono diventati micidiali fonti tossiche, che inquinano, uccidono le specie vegetali e animali marine e avvelenano la catena alimentare con metalli pesanti. In tempi più recenti, sono diventati anche un ostacolo allo sviluppo delle reti sottomarine di cavi e condutture, spesso costringendo le infrastrutture sommerse a costosi allungamenti per evitare fondali divenuti veri e proprie discariche di munizioni. Su questo problema, è stato implementato recentemente un portale informativo, risultato di un progetto multinazionale durato 9 anni e coordinato dall’Italia.
Le mine antipersona
Pericolosità simili si ritrovano anche sulla terraferma, dove 60 paesi teatri di scontri bellici passati o presenti, sono ufficialmente contaminati dalle mine antipersona. La Convenzione internazionale di Ottawa le ha messe al bando nel 1997, ma risulta ratificata solo da 164 Stati sui 193 paesi ONU, tra cui l’Italia, che ha completato la distruzione del proprio arsenale nel 2002. Tra i non firmatari figurano paesi produttori chiave come India, Pakistan, Corea, Cina, Russia e Stati Uniti. Recentemente, il Segretario alla Difesa dell’amministrazione Biden, nonostante sia in uscita dalla Casa Bianca, ha annunciato la fornitura di mine antipersona all’Ucraina, che già contaminano 160.000 km2 del paese, nonostante abbia ratificato nel 2005 la Convenzione di Ottawa.
La guerra segreta
Ad aggravare l’annuncio, il luogo in cui è avvenuto, nel corso della prima visita ufficiale della carica nella Repubblica Democratica Popolare del Laos, paese che durante la guerra del Vietnam, subì una media di un bombardamento statunitense ogni 8 minuti, 24 ore su 24 per nove anni consecutivi, con un numero di bombe sganciate superiore a quello di tutta la Seconda guerra mondiale.
Al piccolo Stato del sud est asiatico, montuoso e privo di affaccio sul mare, confinante con Cina, Myanmar, Thailandia, Cambogia e Vietnam, non servì a nulla il suo status di paese neutrale. Fu teatro della guerra segreta, denominata Operazione Barrell Roll, condotta dagli Stati Uniti parallelamente a quella del Vietnam. Guerra mai dichiarata ufficialmente e tenuta nascosta allo stesso Congresso, fu svelata pubblicamente solo nel 1971 dai Pentagono Papers, che divulgò l’uso del Laos da parte della CIA, per stabilirvi le proprie postazioni segrete per addestrare e armare formazioni avverse ai Vietcong e guidare le irrorazioni aeree e manuali di erbicidi e i bombardamenti, soprattutto sul tortuoso sentiero laotiano di Hi Chi Minh, che seguendo nella fitta giungla la linea di confine con il Vietnam, costituiva una rotta logistica di rifornimento dei Vietcong. Ma fu anche la discarica delle bombe inutilizzate, sganciate sul Laos dai bombardieri al rientro dalle incursioni, per la sicurezza degli atterraggi. Il risultato è che oggi il Laos è disseminato di pericolosi ordigni inesplosi, che ne comprendono miriadi della dimensione di una pallina da tennis, contenuti fino a duecento per ogni bomba a grappolo, appositamente progettata per la frammentazione e il rilascio di bombe più piccole. Test condotti negli Stati Uniti hanno rilevato che le munizioni a grappolo hanno un tasso di fallimento che può raggiungere il 30 percento, il che significa che in Laos rimane ancora una grande quantità di ordigni inesplosi (UXO).

Per la cronaca, a livello internazionale le bombe a grappolo sono state bandite dalla Convention on Cluster Munition (CCM) di Dublino, in vigore dal 2010, ma vi aderiscono solo 94 paesi, tra i quali non figurano né Stati Uniti né Russia.
Dal 1965 al 1973, secondo la National Regulatory Authority for UXO/Mine Action Sector laotiana, con oltre 580mila raid aerei al costo di circa 13 milioni di dollari al giorno, gli Stati Uniti sganciarono sul Laos circa 2 milioni di tonnellate di esplosivi, tra cui 270 milioni di bombe a grappolo. Ancora oggi il Laos è il paese più bombardato della storia a livello pro capite.
Dalla fine della guerra del Vietnam[2], nel Laos sono rimaste uccise o ferite da bombe inesplose oltre 20.000 persone accertate, mediamente due persone al giorno per quasi cinquanta anni, e ancora oggi si registrano circa cento incidenti all’anno. Le vittime sono soprattutto contadini e bambini; questi ultimi rappresentano il 75% dei feriti. Per rispondere a questo dramma, il governo laotiano si è dato l’obiettivo di sviluppo sostenibile “Vite al sicuro dagli UXO”, e ha sviluppato programmi di assistenza alle vittime, di sensibilizzazione sugli ordigni inesplosi e di educazione ai rischi in scuole e villaggi.
Secondo l’organizzazione indipendente di solidarietà umanitaria NPA (Norwegian People’s Aid), 14 province su 18 e un quarto dei villaggi del Laos sono ancora gravemente contaminati da ordigni inesplosi, ostacolando l’agricoltura, una delle principali fonti di sussistenza della popolazione. Su diversi appezzamenti vige il divietogovernativo di coltivazione, mentre altri sono rischiosamente coltivati senza bonifica bellica. Gli ordigni inesplosi ostacolano lo sviluppo economico e sociale del paese, impendendo l’impiego industriale, turistico e infrastrutturale dei terreni. Si stima che circa 87.000 chilometri quadrati siano ancora contaminati da ordigni inesplosi, rendendo impossibile costruirvi strade, scuole, ospedali e altre infrastrutture essenziali senza procedere a bonifiche di decontaminazione costose, estensive e complesse.

La montuosità del Laos, la sua fitta vegetazione e la scarsità di risorse finanziarie rallentano le bonifiche, che procedono al ritmo di circa 40 km2 all’anno, con la prospettiva, se non sarà accelerato,di impiegare200 anni e miliardi di dollariprima che il paese si liberi dagli UXO. Nonostante il suo immenso patrimonio storico e la sua millenaria cultura, incastonati in paesaggi mozzafiato, il Laos resta un paese povero ancora zeppo di UXO, che alcune stime calcolano in circa 80 milioni di pezzi, essendo stato bonificato finora solo il 10% delle aree contaminate.
In queste pericolose e difficili condizioni, i villaggi hanno sviluppato una economia di sostentamento economico nel riciclo dei metalli ricavati dalle bombe, rivenduti come rottami, usati come materiale edile o lavorati per realizzare dalle canoe alle forchette, o persino gioielli venduti sui mercati.
La diossina
Resta invece ancora ampiamente inesplorato il problema diossina nel sud-est del Laos correlato alle campagne di irroramento di erbicidi durante la guerra segreta. Ufficialmente negata fin dopo la guerra, è stata riconosciuta solo nel 1982, con la pubblicazione del rapporto del Dipartimento della Difesa US, The Air Force and Herbicides in Southeast Asia. Benchè ritenuti incompleti, dai registri militari statunitensi desecretati, le missioni erbicide in Laos furono 226 con 319 singole irrorazioni. Furono dirette dalla CIA, che ancora non ha declassificato tutti i documenti relativi al periodo, per defogliare la fitta giungla laotiana soprattutto lungo il sentiero di Ho Chi Minh. Da fonte Conflict and Environment Observatory, con la recente declassificazione dei programmi satellitari spia degli anni ’60 e ‘70, si sta effettuando una analisi delle immagini per identificare le aree potenzialmente esposte alla diossina. La maggior parte delle irrorazioni, tra cui l’erbicida soprannominato “Agent Orange” a base di diossina, avvennero in aree remote, colpendo molti piccoli villaggi. Il Laos stima che nell’entroterra sud-orientale ne siano stati esposti 500.000 laotiani di circa 178 villaggi e dal 2014 è in corso una indagine per identificare le persone con difetti congeniti associati all’esposizione alla diossina.
A distanza di decenni dalla fine della guerra, il Laos, paese povero e l’Italia, paese avanzato, camminano entrambi sulle bombe, un monito che ci dice che la guerra con il suo carico di morte azzera qualsiasi differenza.
Giovanna Visco
[1] La dicitura completa era “posto riservato agli invalidi di guerra e del lavoro”,. Oggi il lavoratore rimasto vittima di invalidità permanente sul lavoro è equiparato alla generica categoria dei disabili, una ripulitura di coscienza di un paese che registra innumerevoli incidenti quotidiani sul lavoro e una media di circa 3 morti al giorno.
[2] La guerra di resistenza del Vietnam contro gli Stati Uniti durò 19 anni e 180 giorni, dal 1955 al 30 aprile 1975