Opposizione finta

di Sergio Fontegher Bologna

I partiti di centro e di centro-sinistra hanno portato il Paese in una situazione critica, non apparentandosi sapevano benissimo che il voto “utile” non esisteva più. Anche l’infame legge elettorale nasce dalla loro cultura, con l’ossessione della governabilità da Prodi in poi. Hanno portato il Paese in guerra. Direi che è sufficiente questo per considerarli delegittimati. Se oggi gonfiano il petto in nome di una “opposizione antifascista” è solo per cercare una legittimazione che sanno di non meritare. E’ difficile, tra l’altro, avere stima o fiducia in partiti che hanno così spudoratamente sputato sulle tombe dei loro padri, gli ex comunisti che hanno voltato le spalle ai più socialmente deboli e gli ex democristiani che non riconoscono più l’autorità della Chiesa. Ambedue si sono mossi per guadagnarsi la fiducia della lobby militare.  Per non dire poi di quelli che, pur di guadagnarsi un posto al sole, s’imbarcano sull’Arca di Dio, patria e famiglia, inaugurata da Berlusconi con quel Forza Italia, che poi ha fatto scuola, Fratelli d’Italia, Italia Viva….Sinistra “italiana”, ma come può venire in mente di chiamare “italiana” una formazione che vuole richiamarsi ai valori dell’internazionalismo? Cercare legittimazione è il mestiere dei falliti, lo sappiamo, ma cercare di rilegittimarsi oggi con un discorso “antifascista” è il colmo sia dell’ignoranza che dell’impudenza. Provate a chiederlo a quei ragazzi che, per aver attaccato uno striscione sulla facciata del Comune di Torino, si sono beccati il foglio di via.

E’ da prima del ’68, dai tempi della scuola di Francoforte, che sappiamo come i pericoli che corrono le moderne democrazie occidentali di trasformarsi in stati neo-autoritari non derivano da modelli di governo fascisti ma dallo strapotere del capitalismo privato, dal suo controllo dei mezzi di comunicazione, dalla potenza della finanza mondiale che può sottrarsi a qualunque regola, anche (o soprattutto) a quelle degli Stati e del controllo pubblico. Se questo era chiaro prima del ’68, oggi dopo che le nuove tecnologie hanno dato a soggetti come Google il potere di spiare la nostra vita privata, i nostri pensieri, dopo che Amazon governa reti fisiche e virtuali, dopo che le OTT colonizzano gli immaginari dell’umanità, dopo che è possibile pilotare da remoto il voto di milioni di elettori, come volete che io mi preoccupi se La Russa tiene il ritratto del Duce sul comodino? Ma anche se un domani diecimila scalmanati marciassero per le strade di Roma in camicia nera non ci perderei nemmeno un’ora di sonno. Se devo essere sincero mi preoccupa di più quando leggo che una parte del “popolo di sinistra” ripone le speranze dell’opposizione nella (ex) vicepresidente della Regione Emilia-Romagna. Ma v’immaginate un ring politico dove due donne si affrontano, l’una gridando “sono mamma” e l’altra “sono lesbica”? Tra l’altro la leader del partito tedesco di estrema destra Alternative für Deutschland, Alice Weidel, che convive con una donna extracomunitaria e due bambini adottati, è da lungo tempo che usa la sua sessualità come identità politica, esaltando anch’essa il valore della famiglia, etero o unisex che sia.

“Ma allora, secondo te, non dovremmo fare nulla? Accettare la Meloni e la sua banda senza fare niente, dovremmo solo leggere Adorno e ascoltare Bergoglio col rosario in mano?” Sì, fareste meglio a recitare il rosario che buggerare per antifascismo quello di stare davanti ai teleschermi a tifare per chi dice corna della Meloni. Perché questo è quello che i partiti vi invitano a fare, non altro. Almeno facessero appello alla mobilitazione, almeno portassero in piazza la gente, no, non è più politically correct.

Quanto all’antifascismo, è ovvio che rimane aperta la battaglia sulla memoria. C’è chi la porta avanti da 40 anni, dal revisionismo dei Nolte e dei Furet. Ma, se si vuole non mollare su quel punto, è anche necessario tenere presente che, come dicono gli esperti di public history, oggi i videgiochi contano più dei libri di testo nell’insegnamento della storia. Se vogliamo ricordare in maniera efficiente che Mussolini ha mandato al massacro mezzo milione d’italiani in uniforme per dar manforte a uno dei peggiori criminali della storia, dobbiamo sapere che non bastano i poveri mezzi degli Istituti della Resistenza. Ci vogliono soldi e tanti, chi li ha – e sono quelli ai quali il centro-sinistra da sempre ha fatto solo che favori – li tiri fuori. Bonomi e la sua banda, Intesa San Paolo. Soldi ci vogliono oggi per una battaglia sulla memoria.

E a questo proposito, visto che siamo in argomento, parliamo di schiavitù. Sì, perché quello che è accaduto in Italia in questi anni è la ricomparsa del fenomeno della schiavitù. Fenomeno circoscritto fin che si vuole, ma la schiavitù c’è, ci sono inchieste della magistratura, ci sono episodi che hanno avuto larga eco, sono fenomeni emersi in Regioni a guida del centro-sinistra come l’Emilia Romagna, la Puglia, la Toscana e a guida centro-destra come il Veneto. Siamo sicuri che gli amministratori hanno fatto di tutto, hanno fatto abbastanza per isolarli? Ma c’è di peggio, la società civile. Prendiamo un caso: Grafiche Venete. Un’azienda che tollera, facendo finta di non sapere, che certi suoi lavoratori vengono torturati e ricattati, umiliati e sfruttati: se voi foste a capo di un’Associazione di cui quell’azienda è socia, la terreste ancora dentro o la caccereste perché la sua presenza non insozzi la reputazione dell’Associazione? Confindustria veneta non ha fatto una piega, non ha detto una parola, un silenzio che si può interpretare come assenso. Nel sindacato quando un sindacalista ruba in genere viene espulso (almeno una volta era così). Allora, quando abbiamo a che fare con questa società civile, quando quei pakistani torturati sono sfilati in corteo per Trebaseleghe e la gente si è blindata nelle case per non vedere e non sentire, quando il titolare dell’azienda, non contento che suoi dipendenti sono stati accusati e processati per caporalato, dice che non vuol più vedere pakistani perché non si lavano, significa che siamo arrivati a un livello di tale degrado della società civile – di cui l’imprenditoria è una parte importante – che la sfera della politica dei partiti ci appare quasi un educandato. Questo oggi è il problema, che a me sembra il più drammatico, perché ci rende difficile la convivenza. Come faccio a sopportare un vicino di casa che ritiene giusto e normale ridurre in schiavitù un immigrato? Questa società egoista, individualista, rancorosa, nevrotica, non l’ha confezionata l’ideologia neofascista ma la dottrina neoliberale, la stessa che ha idolatrato la globalizzazione come modo per creare competizione tra poveri e che domani, quando mio nipote andrà a chiedere in banca un mutuo per la casa, gli chiederà quali sono i suoi parametri di environmental, social and economic sustainability. Tra le sue principali vittime, forse la principale, è l’idea stessa di Stato.

Perciò quando vedo dei politici favorevoli all’accoglienza e poi indifferenti al problema della schiavitù e più generale ai problemi dello sfruttamento sul lavoro mi domando che significato attribuiscono loro e i partiti cui appartengono al termine molta in voga di “inclusione”. 

Lo abbiamo capito da decenni che da questo ceto politico non c’è nulla da aspettarsi, per questo abbiamo cercato con mille iniziative di cultura e di solidarietà, di innovazione e di resistenza, attraverso le mille comunità di luogo, le associazioni, attraverso questo capillare e oscuro, ma immane, lavoro di volontariato, di rendere vivibile ancora questo Paese. Ci sarebbe piaciuto poter trattenere i mille talenti che se ne vanno all’estero. Lo abbiamo fatto non per creare un nuovo partito politico, ma per fare una cosa più urgente: renderci la vita più tollerabile. Qui sono stati fatti i pochi passi avanti, mentre i partiti, giorno dopo giorno continuavano a fare passi indietro. Abbiamo chiesto a loro aiuto, anzi, lo abbiamo chiesto alle persone presentabili perché nel frattempo abbiamo visto aumentare tra le loro fila quelle impresentabili. Se ci hanno dato qualcosa erano briciole, mentre quando si presentavano i padroni con le loro richieste, anche le più sfacciate, venivano accolte “pronto cassa”. Redistribuire? Mai. Anche di fronte a un’inflazione galoppante. E così hanno trasformato questo Paese, che aveva inventato anche il personal computer, in un paese di pizzaioli e affittacamere. Un paese dal patrimonio artistico e storico straordinario che viene venduto un tanto al peso. Ma chi in questi anni ha lavorato nella società civile per cercare di mantenerla tale non si perde d’animo, nemmeno con la Meloni.

Si ringrazia il prof. Sergio Bologna per aver concesso la pubblicazione del suo intervento su questo blog.

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