Colonia britannica fino al 1957, dalla sua indipendenza nel Commonwealth, e per anni considerato uno paesi africani più promettenti e sicuri, il Ghana è sempre più un re nudo, lontano dall’essere quella «stella lucente dell’economia africana» descritta dalla Banca Mondiale qualche tempo fa.

Il deterioramento graduale delle sue condizioni economiche è tracollato nel dicembre 2022, quando il default è stata l’unica risposta possibile all’insolvenza di un debito arrivato a 63 miliardi di dollari: 30 miliardi di debito estero – per il 40% (circa 13 miliardi di dollari) bond detenuti da creditori privati internazionali come BlackRock e Amundi – e 34 miliardi di debito interno con banche, fondi pensione e compagnie assicurative.
Eppure il paese è il principale esportatore africano di oro; ha grandi riserve di diamanti e bauxite, da cui si ricava l’alluminio; esporta importanti quantità di legname; dopo la Costa d’Avorio, è secondo esportatore mondiale di cacao; dal 2007 è un importante produttore di petrolio, attualmente all’ottavo posto mondiale con 170mila barili di greggio al giorno.
Tutte queste materie prime sono esportate per lo più allo stato grezzo, producendo ricchezza e valore aggiunto solo nei paesi importatori. La perfetta integrazione del Ghana nel sistema liberista neocoloniale permette alle grandi multinazionali di pompare le risorse all’esterno, creando allo stesso tempo un mercato interno di consumo dipendente dalle catene di fornitura estere di beni essenziali.
Così ogni anno il Ghana è costretto a importare miliardi di dollari in carburante, visto che non esistono nel paese impianti di raffinazione del greggio. Nonostante disponga di terra, ogni anno importa cibo come pollame, pomidoro e riso per miliardi di dollari (nel 2022 ha importato prodotti alimentari per un valore stimato di 2,6 miliardi di dollari); nonostante abbia enormi piantagioni di cacao, solo un quinto del raccolto viene trasformato localmente per l’esportazione, il resto raggiunge il mercato mondiale allo stato grezzo.
All’indomani del default, nel quadro del Common Framework[1], per mantenere a galla il paese il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha predisposto un nuovo prestito di 3 miliardi di dollari, scaglionati in più rate. Ma la strada è in salita, perché l’emissione di ogni rata è sottoposta al vaglio preventivo. Dopo aver corrisposto a gennaio 2024 il primo anticipo di 900 milioni di dollari, già in aprile IMF sospendeva la seconda rimessa di 360 milioni di dollari, avendo eccepito la sostenibilità degli accordi del Ghana con alcuni debitori.
Nonostante nel 2023 l’economia del paese sia stata valutata 76,37 miliardi di dollari, nel 2024 il suo tasso di crescita annuo 3,8% e quello non petrolifero 3,4%, la crisi economica morde tutto il Ghana. Disoccupazione e inflazione a due cifre hanno trascinato nella povertà altri 850mila ghanesi (stima Banca Mondiale) e alimentato proteste e tensioni sociali. Questo il contesto in cui si è animata la campagna elettorale per le presidenziali, senza tuttavia sfociare in violenza, come notato da ECOWAS[2], richiamando la tradizione pacifica del paese.
Le elezioni presidenziali in Ghana
Con 18,7 milioni elettori chiamati a votare per il capo della repubblica presidenziale tra 12 candidati e per il rinnovo del Parlamento, la disputa si è concentrata sui due principali partiti del Ghana, che dal 1992[3] si alternano al potere. Lo scorso 9 dicembre, con il 56,7% dei voti, è stato eletto presidente il 66enne John Dramani Mahama, del partito socialdemocratico National Democratic Congress (NDC), che ha sconfitto il candidato vicepresidente in carica, Mahamudu Bawumia, sostenuto dal New Patriotic Party (NPP)[4]. Questo è il terzo mandato per Mahama, che nominato presidente in sostituzione di un predecessore deceduto, era poi riuscito a farsi eleggere limitatamente alla tornata 2012-2017.
Il conferimento a Presidente di John Dramani Mahama

Vestito in abito tradizionale ghanese, lo scorso 7 gennaio Mahama ha prestato giuramento nella Piazza della Indipendenza di Accra, davanti a migliaia di persone esultanti di ogni estrazione sociale, che hanno cantato e danzato spontaneamente al ritmo di tamburi e trombe. Nel corso della cerimonia, partecipata da diversi leader africani[5], ha prestato giuramento anche la prima vicepresidente donna del Ghana, Jane Naana Opoku-Agyemang.
Nel suo discorso di insediamento, Mahama ha richiamato le priorità del Paese: ripristinare e stabilizzare l’economia, sviluppare buona governance e lottare contro la corruzione. Ha poi sottolineato l’importanza di allineare la strategia economica della nazione alle tendenze globali, per garantire una crescita sostenibile.
“Il mondo in cui vive oggi il Ghana non è lo stesso mondo in cui abbiamo vissuto durante altre presidenze” ha commentato “Tensioni e conflitti che non sono mai esistiti prima tra le nazioni, esercitando pressione sulle alleanze per decidere dove dare supporto”.
“C’è un cambiamento sismico in atto all’interno del sistema di dominio economico globale” ha rimarcato in un altro passaggio “Ora più che mai, dobbiamo rafforzare i nostri legami con i nostri vicini per garantire che stiamo lavorando insieme per mantenere la nostra sub-regione al sicuro”.
Mahama ha parlato anche della crescente influenza dei Brics, che sta rimodellando la governance economica globale: “Nel 2023, la percentuale di Pil della ricchezza dei Brics era del 33,7%. Cosa significa questo per noi in Ghana? Cosa potrebbe significare per la nostra economia? Dove ci inseriamo in questo vortice geopolitico?”.
Quali potrebbero essere le prossime mosse di Mahama
Per un paese potenzialmente forte, ma di fatto molto debole, come il Ghana, rafforzare una strategia di cooperazione e di alleanza regionale in un quadro internazionale instabile è tra le priorità, visto il forte condizionamento che esercita sull’economia. La cooperazione aiuta a restringere i deficit infrastrutturali e trasformare settori critici come trasporti, energia, agricoltura, acqua ed edilizia abitativa, ma resta il tema delle risorse finanziarie che, nelle intenzioni dichiarate del neo presidente, vanno ricercate nei fondi di investimento. Una politica che potrebbe esporre il paese a ulteriori rischi di depauperamento, opposta a quella intrapresa da altri paesi africani come il Burkina Faso, che sta percorrendo una strada indipendente di nazionalizzazioni e gestioni controllate delle risorse, e il cui leader, Ibrahim Traoré, presente alla cerimonia di insediamento, è stato, significativamente, il più acclamato dalla folla. Nella sua campagna elettorale, Mahama aveva anticipato la volontà di creare un fondo accelerato di 10 miliardi di dollari, The Big Push, basato sul Partenariato Pubblico-Privato (PPP), da affiancare al fondo sovrano per le infrastrutture GIIF, uno dei principali dell’Africa, da lui stesso varato durante il suo precedente mandato. Ma le opere infrastrutturali realizzate attraverso il GIIF, tra cui il porto di Takoradi e l’espansione di quello di Tema, non hanno impedito il default, dimostrando che il benessere di un Paese non è un automatismo degli investimenti.
L’estrazione illegale di oro

La crisi del paese che la nuova presidenza ha dinnanzi contiene anche alcuni problemi mai risolti e ormai fuori controllo, legati a pratiche di sopravvivenza che generano pericolosi circoli viziosi. Tra questi, il galamsey o estrazione illegale di oro su piccola scala, che distrugge le foreste e avvelena le acque con metalli pesanti. Primo produttore africano di oro e sesto al mondo, ogni anno dal Ghana sono contrabbandate ingenti quantità di oro, dirette soprattutto negli Emirati Arabi Uniti[6], dove vengono raffinate e vendute in tutto il mondo. Secondo un recente rapporto di Swissaid, ripreso da Associated Press, il contrabbando di oro africano, che include anche paesi come Mali e Sudafrica, nel 2022 ha superato le 435 tonnellate per un valore di 30 miliardi di dollari, un’evasione erariale del 32 – 41% dell’oro prodotto dall’Africa.
Il mercato della fast fashion di seconda mano

Il Ghana è anche uno dei principali centri di raccolta dell’usato della fast fashion del Nord globale. Il danno ambientale di questo commercio è incalcolabile: ogni settimana arrivano attraverso il porto di Tema 15 milioni di indumenti di seconda mano, di cui quasi la metà risulta inutilizzabile, finendo in discariche abusive a cielo aperto o bruciata nei lavatoi pubblici. Una vera e propria forma di razzismo ambientale, come definita da Greenpeace Africa, che devasta gli ecosistemi locali, contaminando gravemente aria, suolo e acqua.

L’arrivo di questi rifiuti usa e getta si concentra nel quartiere Kantamanto della capitale Accra, dove oltre 2.000 bancarelle e negozi costituiscono non solo il più grande mercato di vestiti usati del mondo, dando sostentamento a oltre 30.000 ghanesi, ma anche il fulcro dell’economia informale del Ghana. Ogni mese a Kantamanto 25 milioni di indumenti sono rivenduti, riparati o utilizzati per creare nuovi capi, ma lo scorso 1° gennaio un devastante incendio ha distrutto circa due terzi dei suoi beni e attrezzature. Le perdite registrate sono di gran lunga superiori alla somma dei redditi annuali di ogni singola attività, lasciando senza mezzi di sussistenza almeno 8.000 persone. Ora chiedono al governo interventi finanziari di emergenza per ricostruire le loro attività, che potrebbe essere una buona occasione per cambiarne radicalmente il sistema. Intanto, tra le rovine molti giovani cercano rottami metallici nella speranza di rivenderli.
Rapporti con il Marocco
Nelle relazioni regionali della nuova presidenza assumerà un peso speciale la storica decisione del precedente governo di sospendere le relazioni diplomatiche con la Repubblica Araba Democratica Saharawi (SADR), riconosciuta dal Ghana da 46 anni (dal 1979). Il Ministero degli Affari Esteri ghanese lo ha ufficializzato in prossimità dell’insediamento di Mahama, esplicitando l’appoggio del paese al Piano di autonomia per il Sahara Occidentale del Marocco. Avanzato nel 2007[7], contro il piano marocchino si oppone la SADR, guidata dal Fronte Polisario, sostenuto da molti paesi, in primis dalla confinante Algeria. La decisione del Ghana si colloca nel contesto di realizzazione del gasdotto Nigeria-Marocco, per quale quest’anno partiranno i primi bandi di gara marocchini. Lungo oltre 5.600 chilometri, il gasdotto attraverserà 16 paesi[8], con un investimento stimato in 25 miliardi di dollari. Con capacità massima di 30 miliardi di metri cubi all’anno, il gasdotto, che potrebbe comprendere anche una conduttura per il trasporto di idrogeno verde, è un’opera chiave per l’integrazione economica e la sicurezza energetica dell’Africa occidentale. Allo stesso tempo sostanzia l’obiettivo del Marocco di diventare hub energetico verso l’Europa, stuzzicando l’Algeria, che da molto tempo sta lavorando sul medesimo obiettivo. Nel 2022 l’Algeria ha firmato il progetto Trans-Saharian Gas Pipeline che, attraversando tre paesi produttori di gas & oil, Nigeria- Niger-Algeria, avrà portata fino a 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. Tuttavia, entrambi i progetti devono affrontare medesimi problemi di sicurezza, per la presenza di gruppi armati lungo i percorsi. Dunque la decisione ghanese tocca un nervo scoperto.
La produzione agricola di cacao

Uno dei più importanti del paese, il settore del cacao è tra i dossier principali del presidente Mahama, su cui già ha preso impegni di riforma e si è incontrato con Banca Mondiale.
La coltivazione della commodity, localizzata nella regione dell’Ashanti da oltre 100 anni, si estende su 1,94 milioni di ettari di terreno, impiega oltre un milione di addetti, e produce circa 2 miliardi di dollari all’anno in valuta estera.
Crisi climatica, epidemia fitosanitaria e difficoltà di filiera dei fertilizzanti[9] hanno ridotto drasticamente i raccolti dei due maggiori produttori al mondo, Costa d’Avorio e Ghana[10], portando nell’ultimo anno i prezzi del cacao a livelli record. È dal terzo trimestre 2023 che la produzione ghanese cala costantemente[11]. Il 90% degli 800.000 piccoli agricoltori di cacao non riesce a raggiungere un reddito dignitoso[12], e molti vivono con meno di 2 dollari al giorno, con prospettive di miglioramento quasi nulle, quando oltre l’80% del raccolto va all’estero allo stato grezzo.
Eppure è proprio dai piccoli agricoltori che parte l’intera filiera del cacao. In Ghana ogni coltivatore vende il proprio raccolto, al prezzo stabilito ogni anno dal governo, a società autorizzate (LBC), che immagazzinano le fave e ne controllano la qualità, mettendole a disposizione del Ghana Cocoa Board (COCOBOD), ente governativo fondato nel 1947, che le commercializza. Tuttavia, questo sistema, che sarebbe nato per proteggere gli agricoltori dai ribassi di mercato, in realtà sottrae loro ricchezza, colpendo duramente la redditività dei piccoli agricoltori, che hanno rese inferiori e costi di produzione crescenti, dando margini di profitti enormi ai trader internazionali.
Per la stagione 2024-2025, il COCOBOD ha fissato il prezzo delle fave a 3.264 dollari per tonnellata, a cui ha aggiunto circa 7 dollari alla vigilia del voto elettorale, mentre sui mercati internazionali le quotazioni viaggiavano sui 12.000 dollari per tonnellata.
Per decenni l’ente, che cambia a ogni cambio di governo, ha fatto affidamento sul mercato del prestito per acquistare le fave di cacao dagli agricoltori, ma per questa stagione 2024/2025 la finanza internazionale gli ha chiuso le porte. A sua volta il COCOBOD ha introdotto un nuovo modello di finanziamento, ma intanto i forti ritardi nei pagamenti ha incrementato i fenomeni di contrabbando del cacao attraverso il confinante Togo, in cui le vendite non sono regolamentate. Nella passata stagione il paese ha visto volatilizzare per le vie illegali più di un terzo della sua produzione di cacao. Restano invece ancora non pervenuti provvedimenti per la lavorazione delle fave grezze.
Giovanna Visco
Foto di copertina di Benggriff.
[1] Iniziativa negoziale del G20 con il Club di Parigi per dare risposte strutturali ai Paesi a basso reddito con livelli di indebitamento non sostenibili.
[2] L’ECOWAS è la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale.
[3] Dal 1966 agli anni ’90 in Ghana si sono verificati diversi colpi di Stato militari, che si sono alternati a governi democratici.
[4] Il partito conservatore NPP è stato al potere negli ultimi otto anni, sotto la guida del presidente Nana Akufo-Addo, non rieleggibile per un terzo mandato consecutivo.
[5] Tra cui, in ordine alfabetico, il presidente del Botswana, Duma Boko; il presidente del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, che è stato il più applaudito dalla folla; il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi; , il presidente del Gabon, Brice Oligui ; il presidente della Guinea, Mamady Doumbouya; il presidente del Kenya, William Ruto; il presidente della Liberia, Joseph Boakai; il presidente della Nigeria, Bola Ahmed Tinubu; il presidente del Ruanda, Paul Kagame; il Presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye.
[6] In minor misura anche in Turchia e Svizzera
[7] Nel conteso Sahara Occidentale vive il popolo Sahrawi che rivendica, attraverso il Fronte Polisario, l’indipendenza dei suoi territori, occupati dal Marocco, che tra l’altro, sta realizzando un progetto portuale con annessa area industriale, che avrebbe anche lo scopo di popolare l’area con cittadini marocchini per rafforzare le pretese del Regno. Nel 2021, la Corte di giustizia dell’UE si è pronunciata a favore del Fronte Polisario, sostenendo che l’accordo del Marocco viola i diritti delle persone nel conteso Sahara Occidentale. Finora sono 47, di cui 14 africani, i paesi che hanno deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con l’autoproclamata Repubblica del Sarawi.
[8] Sono 13 paesi con affaccio sull’Atlantico (Nigeria, Benin, Togo, Ghana, Costa d’Avorio, Liberia, Sierra Leone, Guinea, Guinea Bissau, Gambia, Senegal, Mauritania e Marocco) e 3 privi di sbocco sul mare ( Niger, Burkina Faso e Mali).
[9] La guerra russo-ucraina ha colpito l’approvvigionamento di fertilizzanti, mentre l’epidemia da CSSD nella stagione 2023/2024 ha distrutto quasi il 26% del raccolto.
[10] Ghana e Costa d’Avorio insieme producono circa il 60% del cacao mondiale.
[11] Il calo ha raggiunto il picco del -26% sia nel secondo sia nel terzo trimestre 2024.
[12] Stima Oxfam