Undici milioni di persone, l’intera popolazione della Repubblica di Cuba, sono sull’orlo del collasso umanitario, dopo che un recente ordine esecutivo di Trump, che ha definito Cuba “una minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha imposto ulteriori dazi ai paesi che le forniscono petrolio.
Una “crudele aggressione” di Washington, ha stigmatizzato il ministro degli Esteri della più grande isola caraibica, Bruno Rodriguez, mirata a “spezzare la volontà politica del popolo cubano”. “Per preservare le funzioni essenziali e i servizi di base del Paese” e gestire il razionamento del carburante, le cui scorte sono al collasso, l’esecutivo guidato dal primo ministro Manuel Marrero Cruz, ha preso misure emergenziali di taglio, riduzione o chiusura delle attività, che interessano la settimana lavorativa, i trasporti, l’orario scolastico, le università e alcuni hotel con basso tasso di occupazione. Almeno nove aeroporti internazionali del paese non hanno carburante sufficiente a rifornire gli aerei, determinando alcune compagnie a sospendere i voli, una volta effettuati quelli di ritorno dei turisti dall’isola.
Allo stesso tempo, il presidente Miguel Diaz-Canel ha ribadito la disponibilità al dialogo con gli Stati Uniti, in condizioni di parità, senza pressioni, precondizioni o minacce che minino la sovranità cubana.
Il ruolo del Venezuela
Da decenni assediata dagli Stati Uniti, che rendono difficile persino l’approvvigionamento di farmaci, la situazione della repubblica socialista si è drammaticamente aggravata ai primi dello scorso gennaio, a seguito di un sanguinoso raid militare a Caracas delle forze statunitensi, progettato nei minimi dettagli nei mesi precedenti, autorizzato da Trump. Con l’“Absolute Resolve”, questo il nome dell’operazione, gli Stati Uniti hanno rapito il presidente venezuelano Nicolas Maduro, trasferendolo al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, per processarlo con l’accusa di essere a capo di un cartello di narcotraffico. Tale accusa, necessaria per attivare il blitz armato, è decaduta subito dopo il rapimento per mancanza di prove. Il 5 gennaio 2026, dinanzi alla corte di Manhattan, Maduro si è dichiarato prigioniero di guerra e completamente estraneo a qualsiasi traffico illegale.
Il Venezuela da decenni è un alleato chiave di Cuba, attraverso un accordo di fornitura di petrolio in cambio di servizi di intelligence e sicurezza – in cui il paese socialista eccelle sin dal 1959, quando la rivoluzione cubana, guidata dall’avvocato Fidel Castro, rovesciò il regime dittatoriale filo-americano di Fulgencio Batista – medici e insegnanti – Cuba è tra i paesi con il più alto tasso di alfabetizzazione al mondo e conta oltre 50 atenei universitari.
Nonostante 49 parchi solari che garantiscono il 20% dell’intera produzione elettrica dell’isola, l’energia fossile resta l’architrave che consente alla popolazione cubana di vivere e resistere alle inusitate pressioni degli Stati Uniti, distanti appena 180 km, cioè la larghezza dello Stretto di Florida.
Un tuffo nella storia passata per comprendere il presente
Castro espropriò e nazionalizzò proprietà e attività sull’isola di privati e di gruppi economici e finanziari, che drenavano ingenti profitti lasciando nel degrado la popolazione, dando luogo alla più grande confisca di beni statunitensi della storia. Nazionalizzò raffinerie di petrolio e le manifatture di zucchero e rum, la produzione di nichel e petrolio, compagnie telefoniche e banche, chiuse hotel di lusso e casinò gestiti dalla mafia statunitense, espropriò latifondi distribuendo più di 600.000 ettari a oltre 400.000 famiglie contadine e cooperative, e grandi proprietà immobiliari. Benchè il governo cubano avesse previsto di risarcire gli espropriati, le richieste degli Stati Uniti furono così eccessive da non poter essere esaudite. Fu così che Washington rispose con el bloqueo, un feroce embargo economico, finanziario e commerciale.
Nel 1962, in piena guerra fredda, a seguito dell’invasione armata della Baia dei Porci, tentativo fallito della CIA per rovesciare Castro, l’isola fu l’epicentro di una grave crisi diplomatica tra Stati Uniti e URSS, per il dispiegamento di missili balistici sovietici a scopo difensivo in territorio cubano (gli Stati Uniti analogamente li avevano installati in Turchia l’anno precedente), che fece temere al mondo una guerra nucleare. Essa fu scongiurata grazie ai negoziati tra le delegazioni di John F. Kennedy e Nikita Chruscev, che condussero alla costituzione di una linea rossa, cioè di un canale di comunicazione diretto di emergenza tra Mosca e Washington.
Questo tuttavia non scoraggiò l’attività terroristica alimentata da comunità di esiliati cubani anticastristi, che per decenni hanno organizzato con la Cia una moltitudine di attentati sull’isola, causando migliaia di vittime. Lo stesso Fidel Castro subì personalmente quasi 300 attentati.
Trascorsi oltre 50 anni, nel 2014 Washington e L’Avana hanno riallacciato i rapporti, suggellati due anni dopo dall’incontro all’Avana del Presidente Barack Obama con quello cubano Raul Castro.
Ma l’avvento di Trump nel 2017 ha bloccato il processo, reintroducendo dure sanzioni contro Cuba, provocandone una delle peggiori crisi economiche nella storia dell’isola. A poche ore dal suo re-insediamento, nel gennaio 2025, Trump è tornato a rincarare lo strangolamento dell’isola, raggiungendo l’apice il mese scorso, con l’imposizione di dazi a qualsiasi paese che le venda o rifornisca petrolio.
Il ruolo di Rubio e della comunità cubano-statunitense
Dietro le quinte dell’accanimento, il Segretario di Stato Marco Rubio, nato a Miami da genitori cubani emigrati tre anni prima dell’ascesa di Castro. Anticastrista radicale, cresciuto nell’antisocialismo estremo del sud della Florida, lo scorso 12 gennaio è stato indicato da Trump come possibile futuro “presidente di Cuba”. Rubio è una delle figure più potenti dell’amministrazione Trump; diversi osservatori gli attribuiscono il pieno controllo della lobby cubano-statunitense, molto influente nella sfera della politica estera focalizzata sui 33 paesi appartenenti ai Caraibi e America Latina. Attualmente un numero senza precedenti di funzionari appartenenti a questa lobby lavora a vario titolo nell’amministrazione Trump.
In questa cornice, la caduta di Maduro si può leggere come il passaggio fondamentale verso la caduta di Cuba, che da anni dipende dal petrolio del Venezuela, nonostante il suo basso EROEI (ritorno energetico sull’investimento energetico), in quanto di lavorazione intensiva perché fangoso e solferoso, e l’export sempre più ridotto a causa delle sanzioni statunitensi che hanno ostacolato persino la manutenzione degli impianti estrattivi venezuelani.
Portare sul lastrico l’isola è il sogno cubano-statunitense che sembrerebbe più vicino, ma che non è affatto scontato, viste le capacità di resistenza creativa e di indipendenza del paese, che affronta durissime prove da decenni. Nonostante tutto, a parte il turismo che la pone tra le principali mete dell’area, a livello internazionale il piccolo paese socialista è riuscito a non essere mai isolato: oltre a essere molto attivo da decenni nell’ambito delle organizzazioni per l’integrazione e la cooperazione commerciale regionale, dal 1° gennaio 2025 è entrato nei BRICS come partner ufficiale.
L’Helms-Buton Act
Tuttavia, gli investimenti esteri a Cuba trovano grande ostacolo per la legge statunitense concepita appositamente per dissuadere dal farlo. Si tratta della Cuban Liberty and Democratic Solidarity Act, nota come Helms-Buton Act, varata dal Congresso nel 1996, durante l’Amministrazione Clinton. Il provvedimento apre le vie legali al risarcimento delle confische fatte da Fidel Castro, consentendo a soggetti statunitensi di citare in giudizio le aziende che “trafficano” in proprietà confiscate a Cuba dal 1° gennaio 1959.
Il Titolo III di questa legge, relativo all’azione legale privata, è rimasto congelato per 23 anni, finché nel maggio 2019 il Presidente Trump l’ha reso esecutivo.
Proprio per il suo carattere extraterritoriale, poiché di fatto impone la politica interna statunitense ad altri paesi sovrani minacciando le imprese dall’investire a Cuba, l’Helms-Buton Act è fortemente contestata a livello internazionale, in particolare da Unione Europea, Canada e Messico, che hanno adottato persino misure legislative di protezione delle proprie aziende, ma anche da grandi imprese, banche e catene alberghiere.
L’ONU considera la Helms-Burton Act, così come le misure coercitive unilaterali, incompatibili con il diritto internazionale, il diritto umanitario e i principi che governano le relazioni pacifiche tra Stati. Da decenni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva una risoluzione annuale che chiede la revoca dell’embargo imposto dagli Stati Uniti contro Cuba, raccogliendo l’opposizione solo di Stati Uniti e Israele.
Per far comprendere la portata e l’impatto del Titolo III sul piano internazionale, mesi fa The Guardian ha riportato la richiesta di risarcimento miliardario al colosso Expedia da parte dei discendenti di una famiglia cubano-americana, che sostengono di essere proprietari di Cayo Coco, ricordando la nonna che si prendeva cura della spiaggia. In sole due settimane, una prima sentenza ha riconosciuto un risarcimento di 30 milioni di dollari, poi bloccato dal giudice del tribunale distrettuale per reperire “prove specifiche” sull’acquisizione legale della terra da parte della famiglia, dopo l’indipendenza di Cuba dalla Spagna nel 1898.
La resistenza della popolazione cubana e gli aiuti umanitari
Mentre un folto numero di avvocati statunitensi si frega le mani, la prospettiva per i tribunali statunitensi è dirompente, con la possibilità reale di vedersi recapitare migliaia di richieste risarcitorie. E mentre l’applicazione dell’embargo si estende anche alle compagnie straniere che fanno affari con Cuba, la comunità cubana-statunitense guarda carica di odio verso il Canale di Florida, tifando il tracollo di Cuba e dei suoi milioni di abitanti. Ma i cubani dell’isola, invece, resistono, cucinando a legna poco cibo, perché scarso e costoso, mentre gli ospedali riescono a gestire con sacrificio solo le emergenze. Anche l’acqua alimentata da pompe idrauliche elettriche scarseggia, per i prolungati black out su tutta l’isola. Un déjà vu che riporta indietro al Perìodo especial en tiempos de paz: tre anni durissimi di privazioni, vissuti dalla popolazione cubana a seguito della caduta del muro di Berlino.
Come riporta Al Jazeera, Francisco Pichon, il più alto funzionario delle Nazioni Unite a Cuba, ha descritto la “combinazione di emozioni” nel Paese come “un mix di resilienza, ma anche di dolore, tristezza e indignazione, e una certa preoccupazione per gli sviluppi regionali”.
A livello internazionale, oltre che sul piano diplomatico, si stanno concretizzando azioni pratiche di solidarietà. Oltre agli aiuti giunti a Cuba per soccorrere la popolazione delle province orientali colpite dalla furia dell’uragano Melissa che ha causato migliaia di sfollati (tra gli aiuti anche quelli statunitensi gestiti dalla chiesa cattolica attraverso la Caritas Cuba), pochi giorni fa due navi della Marina messicana cariche di 536 tonnellate di cibo hanno raggiunto il porto de L’Avana. L’arrivo è stato preceduto dalle dichiarazioni della presidente messicana Claudia Sheinbaum, che sottolineano che le sanzioni che danneggiano il popolo cubano “non sono giuste”, e ha già fatto sapere che non appena le imbarcazioni faranno ritorno, il Paese invierà “altro supporto di vario tipo”. Nel frattempo sta lavorando diplomaticamente per favorire il dialogo degli Stati Uniti con Cuba e garantire le spedizioni di petrolio e derivati sull’isola per uso quotidiano.
Dalla Cina lo scorso gennaio sono arrivati i primi carichi di riso nei porti de L’Havana e Santiago di Cuba, per soccorrere in particolare gli sfollati dell’uragano Melissa, mentre la Russia, come annunciato dall’ambasciata di Mosca all’Avana, sta preparando a una spedizione umanitaria di petrolio e prodotti petroliferi. Anche il Cile starebbe valutando una spedizione di viveri.
Infine, si prepara alla partenza, prevista in marzo, la Nuestra América Flotilla che porterà cibo e medicinali a Cuba, promossa dall’organizzazione Progressive International, che sta raccogliendo adesioni da tutto il mondo, ricalcando quanto fatto per Gaza, ma auspicandone un epilogo migliore.
Giovanna Visco
Foto di copertina: fonte Al Jazeera – A march outside the US Embassy in Havana to protest against US policies in the region following the abduction of Venezuelan leader Nicolas Maduro, January 16, 2026 [Norlys Perez/Reuters]