Le catene di approvvigionamento e i mali comuni di Stati Uniti e Cina

Quando oggetto degli scambi commerciali sono merci strategiche per le produzioni che sostengono l’occupazione, la difesa o la sanità, la geopolitica irrompe prepotentemente nei piani industriali dei paesi. La pandemia ha messo in evidenza i pericolosi limiti di un sistema globalizzato di approvvigionamento di beni essenziali, dopo averne inceppato la premessa sine qua non: l’affidabilità dei trasferimenti delle merci coinvolte nelle supply chains (catene di approvvigionamento). Colpendo il funzionamento della liberalizzazione dei mercati, cuore pulsante della globalizzazione, la pandemia ha disvelato la debolezza di vasti processi di delocalizzazione industriale, agricola e mineraria verso paesi poveri e indebitati, proceduta di pari passo all’implementazione negli Stati sovrani occidentali e poi in Cina, di sistemi più stringenti di tassazione redistributiva e/o di regole su lavoro e ambiente. La pandemia ha aperto una nuovo terreno di scontro e di confronto tra Stato e economia, tra bene comune e profitto finanziario individuale, giocato sul terreno della globalizzazione, che ha creato un’economia da 91 trilioni di dollari, e attivato profondi mutamenti in tutto il mondo.  La sicurezza degli approvvigionamenti sta diventando un problema che investe  la stabilità politica dei governi e il futuro delle democrazie; la logistica delle scorte e dei rifornimenti una chiave di volta decisiva.

La revisione delle supply chains degli Stati Uniti

Firmando il provvedimento con cui ha disposto la revisione delle catene di approvvigionamento di prodotti chiave, il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha sottolineato: “Il popolo americano non dovrebbe mai affrontare la carenza di beni su cui fa affidamento”.

Con l’obiettivo di rafforzare l’autonomia e l’autosufficienza delle catene di approvvigionamento, per la sicurezza di produzioni e servizi necessari al mantenimento dei livelli occupazionali e della salute, l’ordine esecutivo ha disposto la revisione in 100 giorni di alcune supply chains di prodotti chiave, come i semiconduttori e i microchip, ed una revisione più ampia di un anno dei 6 settori fondamentali dell’economia statunitense, che vale 20 trilioni di dollari: difesa, salute pubblica, tecnologia della informazione, trasporti, energia e produzione alimentare. I risultati serviranno a mettere in assetto le pianificazioni federali con le condizioni dei singoli settori.

Quello che ha in testa Biden per la sicurezza del paese, a differenza del protezionismo del suo predecessore, è di creare un mix di maggiore produzione interna, scorte strategiche di beni e materiali, sviluppo di capacità e cooperazione con paesi alleati, piani di emergenza da parte delle imprese. Nelle sue intenzioni, anche l’eliminazione di alcune disposizioni che hanno incentivato i produttori farmaceutici ad andare all’estero, e l’uso degli appalti federali come stimolo per la produzione interna.

Il sostegno alle catene di approvvigionamento punta a nuovi “posti di lavoro ben retribuiti “ e nuove opportunità per le piccole imprese: “investiremo in America, investiremo sui lavoratori americani” ha sottolineato il Presidente USA. Un cambio di passo significativo, che tende a  diversificare la composizione imprenditoriale del paese.

L’ordine esecutivo è stato preceduto da un incontro sulla sicurezza economica e nazionale con un gruppo bipartisan di legislatori, che ha riguardato resilienza e affidabilità delle supply chains cruciali, e segue le chiamate di membri del Congresso e di leader di settore, allarmati per la carenza globale di microchip e semiconduttori. Attualmente, mentre Cina e Taiwan ne sono i principali produttori, secondo la Semiconductor Industry Association (SIA), gli Stati Uniti coprono una quota di poco più del 12% diminuita dal 37% del 1990, e c’è una sola azienda in tutto l’emisfero occidentale, la MP Materials Corp, operante nel settore terre rare, gruppo di 17 elementi chimici indispensabili in molte applicazioni elettroniche, ottiche, magnetiche e catalitiche, tra cui i semiconduttori. MP Materials esporta oltre 50.000 tonnellate all’anno di terre rare pesanti, estratte dalla miniera di Mountain Pass in California, in Cina per la lavorazione (fonte Nasdaq), che contengono elementi indispensabili alla produzione di sistemi di difesa satellitari e dei caccia F-35. Recentemente, il Pentagono ha assegnato alla australiana Lynas Rare Earths, la più grande società di estrazione e lavorazione di terre rare al mondo al di fuori della Cina, un contratto di oltre 30 milioni di dollari per la costruzione di un impianto di lavorazione di terre rare leggere, che saranno importate dalle miniere australiane. Questo progetto segue quello per la lavorazione di terre rare pesanti assegnato nel 2020 ad una joint tra Lynas e la texana Blue Line Corporation. Entrambi gli impianti sorgeranno a Hondo, in Texas, e una volta in funzione, produrranno ¼ della domanda mondiale di terre rare.

Intanto, per la carenza globale di microchip, la casa automobilistica statunitense Ford potrebbe arrivare a diminuire la produzione del 1° trimestre fino al 20%, mentre General Motors ha esteso i tempi di inattività di diversi stabilimenti, con una perdita stimata di circa 2 miliardi di dollari.  

La carenza di semiconduttori, che investe anche i produttori di pc e cellulari, “è un pericoloso punto debole nella nostra economia e nella nostra sicurezza nazionale” ha commentato il leader della maggioranza al Senato, Chuck Schumer. Per identificare possibili soluzioni, Biden ha disposto un lavoro congiunto tra governo federale, rappresentanti di settore e alleati Usa, ma la maggioranza degli analisti ritiene che i rimedi non siano a breve termine, per il disallineamento tra domanda e offerta di chip per computer, che si aspettano perduri ancora per mesi, oltre al fatto che ridurre la dipendenza da forniture estere, dopo decenni di globalizzazione, potrebbe essere difficile e costoso.

Anche la Cina non è autonoma

La Cina è dominante, negli Stati Uniti come a livello globale, nelle forniture di ingredienti farmaceutici, componenti elettronici e terre rare. Dalla Casa Bianca si è precisato che l’ordine firmato dal Presidente non era diretto alla Cina, benchè la dipendenza da nazioni strategiche concorrenti sarà tra i rischi valutati.

Si è ritrovata lo scettro delle terre rare, su cui ha investito per anni mentre il mondo inseguiva il petrolio, sebbene estrarle sia difficile, impattante e costoso, ma adesso la carenza di chip ha destato i mercati finanziari, e molti fondi sono in corsa di per sviluppare miniere e impianti di raffinazione di terre rare in altri paesi. La Cina detiene il controllo globale di questo mercato, ma non in modo indipendente. Importa terre rare grezze da Usa e Myanmar. L’ultimo rapporto di US Geological Survey afferma che nel 2020 la Cina ha prodotto 140mila tonnellate di ossido di terre rare, quasi il 60% del totale globale, e dispone di una riserva di 44 milioni di tonnellate, il doppio di quella del Vietnam, la seconda più grande al mondo. Tuttavia, è anche uno dei maggiori importatori di terre rare pesanti, e conta per oltre la metà delle sue forniture sul Myanmar. Il recente colpo di Stato nel paese, sta fomentando ulteriori speculazioni sulle terre rare già accelerate dall’energia pulita e dalle auto elettriche, con conseguente aumento in Cina del prezzo degli elementi maggiormente richiesti dalla tecnologia. L’ossido di terbio è aumentato del 95% negli ultimi 5 mesi, il metallo al neodimio dell’87% e l’ossido di disprosio del 65%, mentre come dichiarato dal Ministro dell’Industria e della Tecnologia della Informazione cinese, Xaio Yaqing, alcuni altri elementi delle terre rare vengono venduti ad un prezzo troppo basso, per la feroce concorrenza interna: per elementi come praseodimio e neodimio la domanda è elevata, per altri che sono estratti insieme, come il cerio e il lantanio, è bassa. E mentre la Cina riflette sui rimedi da porre a tale squilibrio, in poche settimane il prezzo sui mercati dell’ossido di disprosio, indispensabile per la tecnologia laser e nelle barre di controllo dei reattori nucleari, è incrementato di circa il 30%. Il segnale lanciato da Xiaio è che la Cina desidera che il commercio di terre rare non sia ostacolato, per non mettere a repentaglio la sua stessa sicurezza, che dipende da Usa e Myanmar. Per alcuni osservatori, la pace duratura in Afghanistan potrebbe essere la soluzione di questa corta coperta condizionata fortemente dal mercato finanziario, paese povero ma seduto su una ampia varietà di minerali, stimati del valore da 1 a 3 trilioni di dollari, tra cui ampi depositi di terre rare di circa 1,4 milioni di tonnellate.

I problemi logistici

Ma le questioni di discontinuità delle supply chains sotto osservazione dagli Stati Uniti, radicano anche nell’organizzazione logistica dei trasferimenti, che ha procurato interruzioni delle catene di approvvigionamento che ha causato la chiusura delle fabbriche in Cina, sta ritardando gli export agricoli statunitensi, e spingendo un processo inflattivo nei trasporti, con un aumento dei noli dei container di oltre l’80% da inizio novembre, e triplicato in un anno (fonte Freight Baltic Index). La domanda eccezionale scaturita dagli acquisti on line di milioni di americani in isolamento per la pandemia Covid-19,  ha ulteriormente ingolfato la macchina: nel porto di Los Angeles, ad esempio, in un solo giorno a gennaio scorso si sono contate 42 navi container ancorate al largo, in attesa di ormeggiare in banchina per le operazioni di scarico, mentre entro 60 miglia dal porto ogni magazzino era già straripante di merce, come riportato dal Washington Post. Se è vera la dirompenza dell’e-commerce, dall’altra molti negozi e grandi magazzini, tra chiusure e assottigliamento dei clienti, hanno ammucchiato le merci ordinate nei magazzini e nei terminal, aggravando la carenza contenitori, alla base dei rincari. A questo si è aggiunta la scarsità di portuali per coprire i picchi delle movimentazioni, con volumi a dicembre scorso superiori di circa il 25% rispetto all’anno precedente. Il forte rincaro dei costi di spedizione e di magazzinaggio sta intaccando i margini di profitto di molti azionisti investitori delle imprese clienti, e fatto risvegliare il prezzo del petrolio,  con ricadute inflazionistiche sui trasporti e inevitabilmente sui prezzi finali dei prodotti.

Ma anche per gli esportatori cinesi le cose non vanno meglio, e il Ministero dei Trasporti cinese sta rafforzando le ispezioni sulle pratiche tariffarie.  Ad esempio, per le esportazioni in USA di fuochi d’artificio, le aziende produttrici cinesi non stanno riuscendo a reperire tutti i container necessari anche a noli raddoppiati. Per questo motivo, la produzione cinese si sta bloccando, con rischio di calo annuale fino al 40%, ed i distributori statunitensi subiscono il taglio dei loro ordinativi, con conseguenze negative sui loro profitti e sui consumatori, che non potranno reperire sul mercato i fuochi d’artificio necessari ai festeggiamenti del 4 luglio.

Come notato da Lars Jensen, ceo di Sea Intelligence, per far fronte all’aumento della domanda sulla rotta transpacifica i vettori hanno aumentato la loro capacità del 30% rispetto ad un anno fa, ma che non risolvono i problemi di congestionamento portuale,  anche per il dimensionamento di molte navi che presentandosi spesso con carichi al di sopra delle aspettative programmate, richiedono operazioni molto più lunghe che oltre a far lievitare le controstallie, lasciano più navi all’ancora in attesa e aumentano a dismisura i tempi di attesa dei camion.

La Federal Maritime Commission  (FMC) dopo aver aperto un’inchiesta a novembre 2020 di verifica se le Alliance dei vettori marittimi abbiano contribuito alla congestione e alle prestazioni insufficienti nei tre principali porti container statunitensi, Los Angeles, Long Beach e New York, recentemente ha emesso ordini di richiesta informazioni verso vettori e MTO (Maritime Terminal Operator), per determinare se vengono rispettati gli obblighi legali, relativi alla detenzione e alle controstallie, normate da specifico regolamento entrato in vigore il 18 maggio 2020 durate il boom delle merci nei porti. L’ordine riguarda anche le pratiche di restituzione e di messa a disposizione dei container vuoti agli esportatori.

L’iniziativa ha ottenuto il plauso delle associazioni di categoria, come quella degli agricoltori e degli autotrasportatori, mentre l’AAFA, American Apparel & Footwear Association, che raccoglie gli importatori e i rivenditori di abbigliamento e calzature di importanti marchi, ha esortato la FMC a prendere provvedimenti. L’associazione ha denunciato che, nonostante i contratti in essere, si è costretti a pagare sovrattasse, premi e  tariffe spot impreviste e non pianificate per caricare le merci sulle navi, oltre a detenzioni e controstallie fuori controllo allo sbarco. A questo si aggiungono spostamenti dei carichi imprevisti e transit time più lunghi fino a 3 settimane, con penalizzanti slittamenti di consegna della merce ai clienti e ulteriore calo del livello delle vendite, soprattutto di prodotti stagionali. AAFA ha chiesto l’intervento energico di FMC per far rispettare contratti e regole.

Anche diversi membri del Congresso hanno scritto alla FMC, preoccupati per lo stato del trasporto marittimo che sta ostacolando gli esportatori statunitensi, e ansiosi di conoscere gli esiti dell’inchiesta della Commissione federale per regolarsi sulla questione.   

                                                                                                            Giovanna Visco

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