La prossima presidenza slovena guarda ai Balcani occidentali

Albania, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia, Kosovo e Bosnia-Erzegovina continuano ad essere le grandi escluse dal blocco europeo. Insieme formano i Balcani Occidentali, che dalle coste adriatiche e ioniche, opposte a quelle italiane, si spingono nell’interno montagnoso del continente europeo, dando luogo al nervo geopolitico scoperto dell’Unione Europea.

Recentemente in Slovenia, dopo aver saltato l’appuntamento dell’anno scorso per la pandemia, i presidenti di Albania, Bosnia-Erzrgovina, Croazia, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Slovenia hanno preso parte alla Conferenza multilaterale annuale del Processo Brdo-Brijuni, avviato nel 2011 e partito ufficialmente nel 2013 su iniziativa sloveno-croata, per rafforzare la collaborazione regionale e favorire il processo di allargamento dell’Unione Europea ai paesi dei Balcani occidentali. Invitato anche Emmanuel Macron, che tuttavia non si è presentato.

Tra i temi caldi in discussione l’ipotesi di revisionare su base etnica le frontiere, che ha reso questa conferenza tra le più difficili, come commentato dal Presidente sloveno Borut Pahor. La vigilia del vertice  era stata surriscaldata dalla diffusione di un documento di fonte anonima, da molti attribuito alla Slovenia che tuttavia ha smentito, contenente una nuova mappa geografica dei Balcani occidentali, prospettando pezzi di Bosnia-Erzegovina annessi a Serbia e Croazia, e Kosovo, Macedonia del Nord occidentale e un po’ di Montenegro inglobati nella Grande Albania. Ipotesi smantellata dallo stesso Pahor, durante la sua visita ufficiale in Albania, sottolineando la perdita di centralità delle questioni di confine con l’ingresso dei paesi nell’Unione Europea.

Durante il vertice, la questione di una possibile ulteriore dissoluzione pacifica della ex Jugoslavia si è dovuta misurare con l’intransigenza del Presidente serbo Aleksandar Vučić, che ha proposto l’emendamento, poi respinto, di mantenere i confini conformi alla risoluzione delle Nazioni Unite del 1991, che include nella Serbia il Kosovo, paese che ha proclamato la propria indipendenza  nel 2008. Ma nonostante tutto, il lento processo di normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina è continuato anche durante il vertice, con il primo incontro tra il presidente serbo Vučić e la neoeletta Presidente del Kosovo, Vjosa Osmani.

Bruxelles da tempo lavora per giungere ad un accordo bilaterale tra Serbia e Kosovo, che non escluderebbe un eventuale scambio di territori tra serbi ed albanesi, come proposto dall’Alto rappresentante UE per gli affari internazionali, Josep Borrell, se non vi fosse la ferma opposizione di Angela Merkel, che ormai sta per lasciare, ed Emmanuel Macron, preoccupati dalle ripercussioni su tutta l’area, soprattutto in Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina, e tra gli albanesi kosovari. Dello stesso avviso gli Stati Uniti, attivi nella regione soprattutto attraverso la Nato, che comprende anche Albania, Macedonia del Nord e Montenegro. Anche il presidente, Vjos Osmani, e il neo premier kosovaro, Albin Kurti, si oppongono a qualsiasi ipotesi di scambio, in netta discontinuità con le politiche del discusso Hashim Thaci, l’ex premier al centro di attività criminali, accusato dal tribunale speciale dell’Aja ed arrestato per crimini di guerra nel 2020. Nel 2018 in Austria, a margine del Forum europeo di Alpbach, Thaci aveva raggiunto un accordo preliminare di scambio territori con Aleksandar Vulcic, poi abortito per opposizioni interne e disaccordi sui confini.

La fragilità principale dei Balcani occidentali è concentrata in Kosovo e Bosnia-Erzegovina, paesi non avulsi nemmeno dai pericoli della radicalizzazione jihadista. Qualsiasi mutamento di confine tra Kosovo e Serbia si riflette anche sui serbi bosniaci, complicando la situazione politica interna del paese, già di per sé difficile. Il presidente del Presidium della Bosnia-Erzegovina, Milorad Dodik, sembrerebbe possibilista su una divergenza pacifica, cioè la disintegrazione del paese, ma gli altri due membri della leadership collettiva, lo sceicco bosniaco Jaferovic e il croato Zeljko Komsic, sono nettamente contrari. L’equilibrio instabile di Kosovo e Bosnia-Erzegovina e il disaccordo tra UE e USA, rafforza il posizionamento russo nell’area, coinvolgendo anche gli albanesi kosovari, interessati alla normalizzazione con Belgrado per l’attuazione di progetti regionali su larga scala.

Ma al vertice balcanico l’obiettivo di far parte dell’Ue ha prevalso sulle divergenze, grazie anche alla mediazione del presidente croato Zoran Milanovic, contrario a ipotesi di ridefinizione dei confini, e convinto che sia nell’interesse sloveno e croato, membri dell’Unione Europea rispettivamente dal 2004 e dal 2013, aiutare i paesi della regione ad avvicinarsi all’UE. I leader sono comunque riusciti a raggiungere una posizione condivisa, sintetizzata nella Dichiarazione finale, in linea con la posizione espressa da Pohar in più occasioni. Un aspetto non di secondaria importanza, visto che la Slovenia, l’economia più prospera dell’Europa sud orientale, dal primo luglio ricoprirà la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea. Da tempo sta lavorando alla pianificazione di un summit euro-balcanico occidentale entro il prossimo ottobre e al coinvolgimento dei Balcani occidentali nella Conferenza sul futuro dell’Europa, inaugurata il 9 maggio scorso, inedito spazio pubblico paneuropeo per i cittadini per la condivisione delle idee. LINK

Nella Dichiarazione l’adesione formale dei 6 paesi balcanici all’Unione Europea è considerata non solo una condizione di pace e prosperità dell’intera regione e dell’Europa, ma anche il superamento della dirimente questione sui confini, fornendo l’UE “uno spazio più ampio per la coesistenza di una pluralità di identità nazionali”. I leader invitano Bruxelles a considerare i paesi balcanici occidentali come un unico insieme, tenendo conto che “la capacità di assorbimento dell’UE è sufficiente”, ad incoraggiare di più le condizioni di adesione all’UE, e ad accelerare il processo di allargamento il prima possibile, a partire dai negoziati con Albania e Macedonia del Nord.

Il processo di inclusione dei Balcani occidentali in UE è da tempo in stallo, per l’opposizione di alcuni paesi membri, per i problemi di corruzione, criminalità organizzata e mancate riforme, e per le contestazioni etniche sui confini fra gli Stati.

La questione serbo-kosovara-albanese

Il Kosovo proclamatosi repubblica parlamentare indipendente dalla Serbia nel 2008, dal 1999 è sotto protettorato internazionale, in base all’accordo di Kumanovo, che pose fine alla guerra Kosovo-Serbia. La maggioranza della popolazione kosovara, che complessivamente è di circa 1,8 milioni abitanti, non è slava ma albanese, elemento che ha portato  dal 2008 ad oggi alla firma di circa 140 accordi bilaterali tra Albania e Kosovo. La politica di stretta collaborazione tra i due paesi, non disdegnerebbe una futura confluenza federativa nello Stato di Albania, soprattutto da parte del Kosovo, per mettersi al sicuro dalla Serbia, che non ne ha mai riconosciuto l’indipendenza e tende a esercitare il controllo attraverso i serbi residenti in Kosovo.

Alle elezioni kosovare di pochi mesi fa è uscito vincitore il Movimento nazionalista di sinistra Vetevendosje, con primo ministro Albin Kurti, di etnia albanese. Lo stesso partito, è attivo anche in Albania da 2 anni, e si è presentato alle recenti elezioni politiche del paese in tre contee, con il leader Boiken Abazi. Tra i progetti dichiarati di Abazi, un referendum di “riunificazione” tra Albania e Kosovo, che certo non lascerebbe tranquilla la Serbia.

Nel concreto, finora il partito Vetevendosje ha organizzato proteste di piazza contro i pedaggi autostradali Albania-Kosovo e per spingere l’istituzione del mercato comune tra i due Stati. Attualmente,  differenza di quelli del resto dei Balcani, i cittadini kosovari non possono viaggiare in UE senza visto, argomento toccato anche dalla Dichiarazione dei leader balcanici, che sostiene la rimozione del regime dei visti per l’intera regione. In generale, l’ingresso del Kosovo in UE è ancora lontano, soprattutto perché non è riconosciuto da 5 paesi membri (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna), oltre che da Serbia e Bosnia-Erzegovina e da 80 paesi ONU, su un totale di 193, tra cui Russia e Cina. Di fatto il paese è in una situazione di isolamento, che spinge ulteriormente l’idea federativa con l’Albania.

L’Albania

Nonostante nel 2020 il Consiglio europeo abbia dato il via libera all’apertura dei negoziati di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord LINK, manca ancora la ratifica di tutti i 27 paesi del blocco. In una recente intervista ad Euronews, il primo ministro albanese Edi Rama, in carica dal 2013 e recentemente  rieletto per la terza volta, ha affermato che “l’Europa non è una destinazione o un obiettivo politico” ma una religione, una finalità per la quale “lavoreremo sempre più duramente, per rendere l’Albania uno Stato europeo pienamente funzionante”. Tuttavia, non ha risparmiato le critiche, sottolineando che “l’Europa non è stata brava a mantenere le proprie promesse”. Nonostante  “abbiamo fatto i compiti e continueremo a farli”, ha aggiunto,  l’Albania, che pur lo meriterebbe, non è ancora entrata pienamente nel percorso negoziale per lo spazio Schengen, anticamera per diventare membro UE.  

Ciononostante, l’Albania resta uno dei  paesi dei Balcani occidentali più favorevoli all’Ue, come confermato dal 97% degli intervistati in un recente sondaggio sul desiderio di diventare cittadini UE.

Già nel 2019 la Francia, con i Paesi Bassi, aveva bloccato l’avvio dei negoziati albanesi, per il gran numero di richiedenti asilo, sintomo di un disagio interno troppo elevato per poter entrare nel blocco europeo, causato da corruzione, criminalità organizzata, mancate riforme istituzionali.

L’ultima tornata elettorale in aprile scorso, che nonostante il numero degli abitanti in Albania sia di appena 2,8 milioni persone, ha avuto un corpo elettorale di 3,6 milioni per l’estensione del voto agli albanesi all’estero, è stata aspra e divisiva.  Costellata da violenze e recriminazioni tra i sostenitori dei due principali partiti, il risultato della campagna elettorale ha visto il Partito socialista di sinistra ri-aggiudicarsi la maggioranza parlamentare, con 74 seggi su 140. Una vittoria che tuttavia non è riuscita  a fermare il conflitto politico tra i due schieramenti: 50 esponenti socialisti hanno chiesto l’avvio di una indagine parlamentare contro il presidente dell’Albania, Ilir Meta, accusato di violazione della Costituzione durante la campagna elettorale; mentre Meta ribadisce su facebook l’accusa di manipolazione dei risultati elettorali mossa dal Partito democratico, e accusa Rama di accentramento di tutti i poteri.

Ma la piaga principale del paese resta la corruzione: secondo il rapporto 2020 di Transparency International, l’Albania sarebbe il paese più corrotto d’Europa dopo Macedonia del Nord e Moldavia, con malaffare nella pubblica amministrazione e nella politica a tutti i livelli.

Economicamente, l’Albania sta ancora subendo le disastrose conseguenze del terremoto del novembre 2019, che ha prodotto ingenti devastazioni, migliaia di senzatetto e ripetuti disordini sociali, su cui si è poi insediata anche la pandemia Covid-19. Nell’aprile 2020 il paese ha ricevuto oltre 190 miliardi di dollari di aiuti dal Fondo Monetario Internazionale ed  i dati INSTAT nei primi 3 mesi 2021 restituiscono un quadro in ripresa, rispetto all’anno precedente, delle esportazioni cresciute del 22%, e delle importazioni del 17%, mentre in  aprile l’inflazione ha raggiunto 1,9% per la crescita dei consumi alimentari. Ora il paese fa forte affidamento sulla ripresa del turismo, che nel 2019 aveva prodotto circa il 9% del pil, attirando oltre 6 milioni di turisti. I primi voli charter da Ucraina e Bielorussia sono già iniziati, e recentemente è stato inaugurato il secondo aeroporto internazionale del paese a Kukes nel nordest del paese, per favorire lo sviluppo economico del distretto di Kikes. Secondo la Banca Mondiale, quest’anno gli investimenti diretti esteri dovrebbero superare il 6% del pil, mentre l’industria dovrebbe crescere di quasi il 7%, dopo una crescita zero nel 2020, e anche agricoltura e servizi si prevedono in netta ripresa. Tuttavia Moody’s mette in guardia sul basso grado di diversificazione, sullo stato di diritto e sulla corruzione.

L’Albania punta su un partenariato più stretto con la Slovenia, con cui ha impegni bilaterali per infrastrutture turistiche e progetti di trasporto per l’integrazione regionale dell’Adriatico sudorientale; e lavora alla cooperazione economica regionale, che nel 2019 ha portato all’iniziativa mini Schengen per lo scambio di persone, merci e capitali tra Albania, Serbia e Macedonia del Nord, che adesso dovrebbe riprendere. I suoi settori chiave sono turismo, economia verde e agroalimentare biologico,

La Macedonia del Nord e la Bulgaria

Il presidente macedone, Stevo Pendarovki, ha evidenziato quanto pericoloso possa essere il procrastinarsi dell’attesa per l’ingresso nel blocco UE, che stimola populismi, nazionalismi e disordini economici, e apre varchi alle egemonie di altri paesi: “Quando sei assente, il vuoto strategico sarà riempito da qualcun altro”, ha sintetizzato.

Dopo aver raggiunto  nel 2019 l’accordo storico con la Grecia sul nome dello Stato (Macedonia è anche il nome di una regione greca), il suo processo di adesione ha subito un ulteriore blocco dal governo bulgaro, che nel 2020 ha sollevato questioni etniche, chiedendo il riconoscimento della lingua bulgara come lingua parlata dalla maggioranza slava macedone e delle origini bulgare della Macedonia del Nord, e la rinuncia a qualsiasi pretesa sulle minoranze macedoni in Bulgaria.

Secondo l’istituto internazionale IFIMES, i macedoni di etnia macedone sono il 10% della popolazione bulgara e le due lingue sono così diverse tra loro da richiedere interpreti e traduzioni, ma qualsiasi accertamento nella Macedonia del Nord è impedito dal fatto che non si fanno censimenti da 20 anni.  Sono troppo forti i timori per le ripercussioni etniche dei risultati, in quanto i diritti non sono ancorati a principi di uguaglianza universale, ma diventano privilegi in base ai rapporti numerici delle diverse componenti etniche e focolai di tensioni tra la maggioranza macedone e la minoranza albanese.

Tradizionalmente, l’etnia albanese stanziata fuori dall’Albania, in particolare in Macedonia del Nord e Kosovo, mantiene una forte caratterizzazione. Con l’indipendenza della Macedonia del Nord, il 23% della sua popolazione di etnia albanese non ebbe vantaggi significativi, generando conflitti che nel 2001 degenerarono in 7 mesi di scontri sanguinosi  tra l’Esercito di liberazione nazionale dei ribelli di etnia albanese e le forze di sicurezza macedoni. Con la mediazione UE e USA, le due etnie contrapposte giunsero all’accordo di Ohrid, che dispose un censimento che attestò, su una popolazione di poco più di 2 milioni di abitanti, oltre il 25% di etnia albanese e circa il 5% tra turchi, rom e serbi. Questo permise alla comunità albanese di avere riconosciuti diritti ed autonomie, fino a giungere nel 2019 alla proclamazione a lingua ufficiale dell’albanese, alla pari di quella macedone.

Ciononostante, reciproche diffidenze, timori di manipolazione dei dati, e divergenze sulle metodologie continuano ad ostacolare la raccolta dei dati indispensabili alla pubblica amministrazione per l’erogazione dei servizi e la programmazione dei piani di sviluppo. Pochi mesi fa il Parlamento ha approvato l’affidamento della gestione del censimento della popolazione ad un organo professionale indipendente, l’Ufficio statale statistico, che tuttavia non convince i diversi partiti di opposizione. Il censimento fissato in aprile è stato spostato a settembre prossimo, mentre pesa sempre più la preoccupazione per l’inserimento, mediante auto-registrazione on line, che in poco più di 60 giorni ha già registrato 190.000 persone, dei macedoni che vivono all’estero, che potrebbe far crescere la quota di etnia albanese. Allo stesso tempo, si profilano fenomeni di tribalizzazione, alimentati anche dalla Bulgaria che sta spingendo una minoranza all’interno della Macedonia del Nord a dichiararsi bulgara, ottenendo in cambio il passaporto UE. Ma le divisioni sono anche alimentate dai leader politici delle diverse comunità, che da tale situazione ricavano privilegi, potere, risorse, ed inevitabile corruzione.

                                                                                        Giovanna Visco

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