Cina, da trader a governatore del mondo

Il susseguirsi degli scossoni che stanno percuotendo il mercato azionario della seconda economia mondiale, sta aprendo nuovi scenari internazionali sugli ostacoli che la Cina sta affrontando nel suo processo di mutazione da grande trader commerciale ad uno dei massimi registi del sistema economico globale.

Principale consumatore globale di commodity

In altre parole, il cammino di sviluppo economico cinese incentrato sulle relazioni estere sta aprendosi su nuove prospettive. 
Principale consumatore mondiale di commodity (dai dati della Banca Mondiale risucchia il 50% di carbone, il 43% dei metalli industriali ed il 23% di cereali della produzione mondiale) necessarie ad alimentare il suo sistema manifatturiero orientato all’export, la Cina è un conclamato traino di emersione di molti paesi depressi e non.  Ad esempio, è primo partner commerciale dell’Australia, con la quale sta ratificando un accordo di libero scambio, ed in alcuni paesi asiatici, sudamericani e sul continente africano subsahariano è uno degli investitori principali di grandi progetti infrastrutturali ed urbani.

Cina e Africa

Da un recente servizio di Quartz che riporta una ricerca del giornalista olandese Michel Hulsof e dell’architetto di Shangai Daan Roggeven sull’influenza della Cina in Africa, risulta che molti centri africani stanno assumendo il volto urbano cinese.

È sempre più frequente l’affioramento del “made in China” nei grandi agglomerati africani: a Nairobi (Kenya) sulla nuova autostrada che attraversa una vasta periferia dall’aspetto simile ad una cinese, sfrecciano le auto importate dalla Cina; ad Addis Abeba (Etiopia) infrastrutture e Special Economic Zones  dove il governo etiope sostiene l’insediamento di factory cinesi mantenendo basso il costo della manodopera locale; a Lagos (Nigeria) aree per parchi industriali;  a Kigali in Rwanda si sta realizzando quanto necessario per trasformarla nella “Singapore dell’Africa”; in Nigeria la Lekki Free Trade Zone; infine, edificazioni di stadi sportivi – come in Tanzania, Kenya, Mali, Costa d’Avorio – ferrovie, complessi abitativi e industriali o di intere città. Tutto finanziato e progettato su modello cinese e realizzato con manodopera cinese, a un ritmo paragonabile a quello della Cina di 30 anni fa. 

Il processo di urbanizzazione biblico africano
L’effetto principale sulla società africana di tutta questa “operosità”, è lo sbocciare di una biblica migrazione interna dalle campagne alle città, che, producendo fortissimi squilibri nei sistemi di vita tradizionali, a sua volta sta alimentando il forte flusso migratorio verso l’Occidente.

In termini finanziari, è evidente che tutto ciò significa spostamento del debito sovrano di questi paesi verso l’Oriente e dunque verso lo yuan. In termini geopolitici, la galoppante globalizzazione dell’Africa ad opera della Cina, sta velocemente spostando il peso degli equilibri a netto sfavore dell’Occidente, nonostante le azioni di contrasto di India e Brasile, che premono per entrare in questo immenso business e dell’Occidente stesso, che da una politica focalizzata sugli aiuti sta passando ad una più strategica di sviluppo economico in loco.

Il drammatico inquinamento della Cina

In termini ambientali tutto questo è semplicemente allarmante, se si pensa all’estensione immensa di territori naturali e risorse primarie (aria e acqua) che la Cina ha desertificato e distrutto irreversibilmente a casa sua, in nome dello sviluppo e della crescita economica (per approfondimento clicca qui) Sviluppo mirato a raggiungere il risultato il più presto possibile, senza alcun pensiero sul come farlo, onde prevenirne gli effetti negativi disastrosi sull’ambiente, similmente all’ignorante superstizione occidentale del   “Poi domani Dio ci pensa …”.

L’ascesa dello yuan
In tutti questi anni lo sviluppo interno del più grande e popoloso paese del globo non solo ha animato un ampio indotto asiatico, localizzato soprattutto nell’area del Pacifico, ma ha interagito profondamente nei gangli del sistema occidentale e determinato riposizionamenti e nuovi equilibri geopolitici internazionali. In tutti questi anni, cioè, la Cina non ha mai perso di vista l’obiettivo di conquistarsi la leadership globale. In questa luce va visto quanto riportato da The Wall Street Journal a proposito del London Metal Exchange (LME) – da dicembre 2012 di proprietà della Hong Kong Exchanges & Clearing Ltd,  epicentro globale delle transazioni di commodity (15 trilioni di dollari nel 2014) che controlla oltre l’82% del business mondiale dei futures dei metalli non ferrosi. LME ha deciso di accettare lo yuan, chiamato anche renminbi, come collaterale (garanzia) per banche e broker che transano sulla sua piattaforma, lanciando un fortissimo segnale di penetrazione profonda della Cina nel sistema finanziario globale. LME accetta solo altre quattro valute a garanzia – dollaro, euro, sterlina e yen – le stesse che determinano sia il gold standard (sistema aureo) del commercio globale che il paniere di valute dell’unità di conto Special Drawing Rights(SDRs) del Fondo Monetario Internazionale (FMI), utilizzato nelle transazioni internazionali. 
A precedere questa decisione epocale, già l’anno scorso il lancio di futures in yuan per alcuni metalli e un accordo tra LME e due società cinesi per l’espansione dell’uso della valuta cinese, che a livello internazionale resta tuttavia ancora molto modesto rispetto al dollaro, all’euro e alla sterlina. 
Ostacolo principale alla crescita dei volumi del trading in valuta cinese è la sua limitata convertibilità, come sottolinea David Clark, presidente della Wholesale Markets Brokers Association del Regno Unito. Ma in attesa della sua piena liberalizzazione, sempre più importanti centri finanziari si stanno predisponendo per diventare hub di yuan, mentre le sue riserve internazionali stanno aumentando esponenzialmente. 
Una survey della Bank of England evidenzia che a Londra il trading in valuta cinese è salito in sei mesi (novembre 2014-aprile 2015) del 25%, nonostante nello stesso periodo i volumi del trading in altre valute diminuivano dell’8%. Un anno fa lo yuan era la settima valuta più usata nel commercio internazionale, oggi è la quinta, secondo i dati della Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, un provider di servizi di pagamento. 
Tutto ciò induce a presagire che il dollaro presto non sarà più la valuta principale di riserva del mondo e anche FMI ammette che è solo una questione di tempo l’ingresso dello yuan nel suo paniere SDRs. Come riportato dal media australiano DailyReckoning, riprendendo Reuters, il CEO di LME Trevor Spanner, ha spiegato che nel settore commodity ha senso assoluto iniziare a offrire servizi denominati in renminbi, che è sulla via di diventare una delle valute più ampiamente utilizzate nel mondo. 
In altre parole, la Cina sta mutando la sua posizione nei mercati internazionali, entrando direttamente all’interno dei meccanismi di determinazione e governo dell’offerta e della domanda di commodity.    Anche nel settore metallifero dell’oro l’influenza della Cina è sempre più direttiva. Da fonte WSJ  la London Bullion Market Association (LBMA) ha accettato per la prima volta la partecipazione delle banche cinesi all’asta giornaliera di apertura e chiusura per la determinazione del prezzo dell’oro sulla piazza di Londra, che significa il lancio imminente della denominazione in yuan dei fissati dell’oro. 

La domanda cinese di oro
La Cina, prima consumatrice mondiale di oro, e a seguire l’India ne coprono insieme circa la metà della domanda globale, che, secondo il World Gold Council (WGC), nel secondo trimestre 2015 è scivolata globalmente al minimo storico degli ultimi 6 anni. Da fonte Reuters, WGC prevede che nel 2015 la domanda cinese di oro si attesterà nel range delle 900-1.000 tonnellate, in trend stabile rispetto alle 974 tonnellate totalizzate del 2014. 
L’ottimistica previsione non è stata rivista alla luce della recente svalutazione dello yuan decisa dal governo di Pechino. Infatti, l’incremento del prezzo di mercato dell’oro per gli acquisti-rifugio di molti investitori in cerca di coperture dalla svalutazione dello yuan non preoccupa più di tanto. WGC ha recentemente minimizzato il pericolo di una  sua riduzione di acquisto per l’aumento dei prezzi ingenerato dalla svalutazione della valuta in Cina. Al contrario, intravede la possibilità che la caduta dei mercati azionari possa portare gli investitori a diversificare i loro asset con acquisti di oro. In tutti i casi, nel II trimestre c’è stata una flessione del 3% per il calo dell’acquisto cinese di gioielli, che tuttavia dalle aspettative dovrebbe recuperare con il prezzo dell’oro sceso dalla metà di luglio. 

Gli investimenti infrastrutturali cinesi

Altro importante influenza cinese sugli equilibri economici e geopolitici globali nei prossimi anni è costituita dalle previsioni infrastrutturali, dove l’Asia assorbe oltre il 60% degli investimenti.  La Cina ha proposto e inaugurato nel 2014 l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) che ha sede a Pechino ed è l’equivalente delle rivali FMI, Banca Mondiale ed Asia Development Bank (ADB).  AIIB, che conta già 57 membri, concede prestiti per lo sviluppo infrastrutturale dando un ruolo rilevante allo yuan, determinando un cambiamento di direzione profondo degli investimenti  globali infrastrutturali, finora guidati, con grande disappunto cinese, esclusivamente da FMI e dalla Banca Mondiale sotto l’egida occidentale. 

AIIB segna dunque un evidente spostamento della asticella del bilanciere verso l’Est, offrendo alla Cina  un ruolo chiave nella governance della strategia infrastrutturale globale. Come sottolineato da Zero Hedge,  AIIB è il veicolo che inaugura una nuova era di egemonia dello yuan negli investimenti e negli scambi internazionali, come mostrano gli ingenti finanziamenti in yuan concessi al Pakistan per infrastrutture ferroviare di collegamento diretto con l’Oceano Indiano, e al Brasile per importanti opere che sottrarranno traffico al Canale di Panama


Le nuove megalopoli nella Cina occidentale

Sul fronte interno, invece, dopo il veloce processo di urbanizzazione che nello spazio di una sola generazione ha trasformato la società cinese da rurale in urbana, sono in atto nuovi movimenti demografici epocali, che sarebbe semplicistico e riduttivo attribuire alla mutazione verso un’economia di mercato. Come riporta Quartz, delle 20 città che nel 2010 il rapporto quinquennale EIU (Economist Intelligence Unit) classificava ai massimi livelli di prospettiva di sviluppo, nel nuovo rapporto 2015 ne restano solo 6, spazzando via perfino le città posizionate ai primissimi posti (Hefei, Anshan, Ma’anshan, Pingdingshan, and Shenyang). 

La geografia dell’economia domestica cinese si sta massicciamente spostando dai porti orientali e dagli impianti industriali del nordest verso le province centrali e occidentali non costiere, più vicine all’Europa via terra. Forte inquinamento, rallentamento produttivo per la riduzione della domanda globale, manodopera più costosa, scivolate del mercato immobiliare stanno spingendo gran parte delle famiglie e della popolazione giovanile a nuove emigrazioni verso le province occidentali, alla ricerca di lavoro e reddito. 
Un movimento demografico sostenuto da molte iniziative territoriali delle province meno sviluppate, che  utilizzano le leve dell’innovazione per uscire dalla loro atavica depressione. 

Grazie agli investimenti infrastrutturali nel campo I&T (Information Tecnology), Guiyang, capitale dello Guizhou, la provincia più povera della Cina, è balzata al primo posto della classifica EIU 2015, dotandosi di spazi attrezzati per le più grandi società tech cinesi, parti integranti del suo progetto di diventare il principale  centro di exchange data globale. 
Nel 2014 Guiyang ha siglato contratti per 132,6 miliardi di yuan (21,3 miliardi di dollari), che comprendono parchi tecnologici Foxconn, lcentri di assemblaggio iPhone, e applicazioni di cloud computing Alibaba, la più grande azienda e-commerce della Cina quotata in Borsa che investirà 3 miliardi di yuan. 

L’emersione delle disuguaglianze

Ma nonostante tutto questo fermento, restano vive le preoccupazioni che il grande divario sociale nella distribuzione della ricchezza del paese cresca ulteriormente, ingrossando le fila di una vasta popolazione in condizioni precarie se non povera. Alcuni media come il Business Insider o il GlobalTimes ne hanno parlato diffusamente. Ci sono forti preoccupazioni tra i cinesi sul fatto che l’adozione di  politiche governative basate sulle medie statistiche possano compromettere il riequilibrio della distribuzione della ricchezza nella popolazione cinese. 

Recentemente il Viceministro delle Finanze Zhu Guangyao ha associato la previsione del PIL della Cina entro il 2020 di 100 trilioni di yuan (oltre 16 trilioni di dollari), ad un PIL pro-capite in ascesa di $10.000 (dai 7.485 dollari o 46.531 yuan del 2014), concludendo ottimisticamente che il paese si sta trasformando in una società benestante. Ma questo assomiglia molto al famoso “1 pollo a testa”, ben noto agli italiani nei lontani anni del boom economico. Nella realtà, che non è mai media statistica, i casi di povertà, di speranza di vita bassa e di malattia sono distribuiti ben diversamente nella popolazione, con poche persone con grande accumulo di ricchezza e  miriadi  infinite di poveri o semi-poveri.

Secondo il National Bureau of Statisticsin Cina il coefficiente di Gini – un indice statistico di concentrazione che misura la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza, dove 0 è il massimo dell’uguaglianza ed 1 il massimo della disuguaglianza – è cresciuto notevolmente nel corso degli ultimi due decenni, raggiungendo nel 2014 il valore di 0,47, in crescita progressiva negli ultimi 6 anni. 

La forbice cinese tra ricchi e poveri si  allarga e molti pensano che il governo debba fare molto di più per impedire la crescita del divario, varando riforme che incidano su salari e pensioni e agendo  sulle programmazioni quinquennali.
Secondo Wei Shangjin, capo economista della Asian Development Bank, nel 2014 circa il 30% dell’ 1,35 miliardi di cinesi viveva sotto la soglia di povertà.Contraddizioni che emergono anche da quanto rilevato da un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che riporta un rallentamento cinese del TFP (Total Factor Productivity) – una misura di lungo termine del dinamismo e cambiamento tecnologico di un’economia – caduto dal 5-6% del periodo 2002-07 al 2-3% nel 2008-2013. Il viceministro delle finanze cinese, Zhu Guangyao, su questo ha commentato che il miglioramento del TFP è fondamentale per lo sviluppo economico del Paese, ed FMI ha pronosticato che se la Cina prosegue l’agenda di riforme e innovazione, il suo TFP salirà del 4-5 % nei prossimi cinque anni. (continua)
                                                                                                     Giovanna Visco

NB: questo articolo è stato scritto il 23 agosto 2015

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